È un grande atto di coraggio che ricorderemo grazie alle forti immagini immortalate dai fotografi: Sam Porto è stato il primo uomo transgender a calcare la passarella della settimana della moda di San Paolo, in Brasile, città in cui vive.
Il 25enne ha sfilato per Cavalera, che prende il nome dall’ex batterista della band Sepultura e che è uno dei più importanti brand brasiliani di abbigliamento, diventato in pochi anni un simbolo dell’universo pop, con il suo simbolo dell’aquila a due teste.
Sam Porto ha esibito le sue cicatrici dell’intervento al seno e una scritta sull’addome che recitava: «Rispetto per i trans». Dopo di che il modello si è inginocchiato a mani giunte, come se quel messaggio fosse una preghiera.
In un’intervista al magazine carioca UOL, Sam ha dichiarato che in un primo momento aveva paura di presentarsi
a un’agenzia perché temeva di essere confuso con una persona androgina o
di essere messo nel casting delle modelle donne.
«Mi sono sempre vestito così – racconta il modello – vestito con abiti da ragazzo. I
miei genitori hanno persino cercato di farmi indossare abiti da donna,
ma quando sono cresciuto hanno iniziato a rispettare il modo in cui mi
sentivo a mio agio nel vestirmi. Dico di essere privilegiato perché i miei genitori mi hanno supportato».
fonte: By Davide Dummy
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Questo Blog è un aggregatore di notizie, nasce nel 2010, per info e news dall'Italia e dal mondo, per la Danza, Teatro, Cinema, Fashion, Tecnologia, Musica, Fotografia, Libri, Eventi d'Arte, Sport, Diritti civili e molto altro. Ogni articolo riporterà SEMPRE la fonte delle news nel rispetto degli autori e del copyright. Le rubriche "Ritratto d'artista" e "Recensioni" sono scritte e curate da ©Lisa Del Greco Sorrentino, professional dancer e autrice di questo blog
sabato 26 ottobre 2019
Alda Merini, a dieci anni dalla morte Milano le intitola il 'suo' ponte sul Naviglio Grande
La poetessa è scomparsa il primo novembre 2009: il Comune organizza un palinsesto di iniziative per ricordarla
Milano si prepara a celebrare il decimo anniversario della scomparsa della poetessa Alda Merini, avvenuta il 1° novembre 2009, con una serie di iniziative in diversi luoghi della città. L'iniziativa più fortemente simbolica sarà la cerimonia di intitolazione del ponte sul Naviglio Grande vicino alla casa di Ripa di Porta Ticinese in cui la poetessa ha vissuto a lungo.
Promosso e coordinato da Comune di Milano|Cultura e Associazione Alda Merini, il programma è realizzato in collaborazione con Associazione Casa delle Artiste, Casa Museo Boschi-Di Stefano e Comune di Brunate. Le iniziative proseguiranno fino al 18 novembre, ma il programma ha già preso il via lo scorso 2 ottobre con l'inaugurazione della mostra 'Alda Merini e Alberto Casiraghy.
Storia di un'amicizia', ideata e curata da Andrea Tomasetig e dedicata all'intenso sodalizio intellettuale e umano tra Alda Merini e il tipografo-poeta-artista-editore Alberto Casiraghy. Il 28 e 29 ottobre, presso la Sala Napoleonica dell'Università degli Studi, si svolgerà il Convegno dal titolo 'Io sono una città nera/e una rondine notturna.
Alda Merini, poeta di Milano', il primo a lei dedicato con relazioni di autorevoli studiosi e tavole rotonde, promosso dall'Università degli Studi e dall'Associazione Alda Merini con il contributo di Regione Lombardia. Nel giorno dell'anniversario della morte, il 1° novembre, la Casa delle Arti-Spazio Alda Merini organizza una serie di iniziative: l'inaugurazione di Alda: tratti e ritratti, esposizione collettiva di opere pittoriche e scultoree dedicate ad Alda Merini, un reading e, per finire, una 'fiaccolata poetica' fino al Ponte sul Naviglio, luogo simbolo della sua esistenza e della sua poesia.
Il 5 novembre, nel chiostro Nina Vinchi del Piccolo Teatro di via Rovello, si terrà la Maratona Merini organizzata dall'Associazione Alda Merini in collaborazione con il Piccolo Teatro; e l'inaugurazione della mostra Genio e poesia. Alda Merini nelle immagini di Giuliano Grittini, l'amico fotografo che ne ha colto l'anima in moltissime foto-ritratto.
L'inaugurazione del ponte Alda Merini avverrà invece il 6 novembre alle 10.30, con l'assessore alla Cultura Filippo Del Corno.
Le celebrazioni del decennale Alda Merini si concluderanno nella Chiesa di San Marco il 18 novembre con un nuovo allestimento del suo Poema della croce, opera sacra per voce solista, coro e orchestra, regia di Beppe Menegatti e scenografie di Henry Timi, organizzato dall'Associazione Alda Merini con il patrocinio dell'Arcidiocesi di Milano. Accanto a Giovanni Nuti, interprete e compositore delle musiche, Carla Fracci, nel ruolo di Maria, reciterà e danzerà con étoile del Teatro alla Scala e giovani ballerini in una serata benefica a favore di AIM, Associazione Italiana Miastenia-Amici del Besta e LISM, Lega Italiana Sclerosi Multipla.
A Palazzo Marino, durante la conferenza stampa di presentazione delle iniziative per il decennale di Alda Merini, il Sindaco del Comune di Brunate ha conferito a Carla Fracci il Premio Alda Merini Brunate 2019 -'Più bella della poesia è stata la mia vita', e ha annunciato la cerimonia di intitolazione del Sentiero Como-Brunate ad Alda Merini, prevista per il prossimo 3 novembre.
fonte: https://milano.repubblica.it
Milano si prepara a celebrare il decimo anniversario della scomparsa della poetessa Alda Merini, avvenuta il 1° novembre 2009, con una serie di iniziative in diversi luoghi della città. L'iniziativa più fortemente simbolica sarà la cerimonia di intitolazione del ponte sul Naviglio Grande vicino alla casa di Ripa di Porta Ticinese in cui la poetessa ha vissuto a lungo.
Promosso e coordinato da Comune di Milano|Cultura e Associazione Alda Merini, il programma è realizzato in collaborazione con Associazione Casa delle Artiste, Casa Museo Boschi-Di Stefano e Comune di Brunate. Le iniziative proseguiranno fino al 18 novembre, ma il programma ha già preso il via lo scorso 2 ottobre con l'inaugurazione della mostra 'Alda Merini e Alberto Casiraghy.
Storia di un'amicizia', ideata e curata da Andrea Tomasetig e dedicata all'intenso sodalizio intellettuale e umano tra Alda Merini e il tipografo-poeta-artista-editore Alberto Casiraghy. Il 28 e 29 ottobre, presso la Sala Napoleonica dell'Università degli Studi, si svolgerà il Convegno dal titolo 'Io sono una città nera/e una rondine notturna.
Alda Merini, poeta di Milano', il primo a lei dedicato con relazioni di autorevoli studiosi e tavole rotonde, promosso dall'Università degli Studi e dall'Associazione Alda Merini con il contributo di Regione Lombardia. Nel giorno dell'anniversario della morte, il 1° novembre, la Casa delle Arti-Spazio Alda Merini organizza una serie di iniziative: l'inaugurazione di Alda: tratti e ritratti, esposizione collettiva di opere pittoriche e scultoree dedicate ad Alda Merini, un reading e, per finire, una 'fiaccolata poetica' fino al Ponte sul Naviglio, luogo simbolo della sua esistenza e della sua poesia.
Il 5 novembre, nel chiostro Nina Vinchi del Piccolo Teatro di via Rovello, si terrà la Maratona Merini organizzata dall'Associazione Alda Merini in collaborazione con il Piccolo Teatro; e l'inaugurazione della mostra Genio e poesia. Alda Merini nelle immagini di Giuliano Grittini, l'amico fotografo che ne ha colto l'anima in moltissime foto-ritratto.
L'inaugurazione del ponte Alda Merini avverrà invece il 6 novembre alle 10.30, con l'assessore alla Cultura Filippo Del Corno.
Le celebrazioni del decennale Alda Merini si concluderanno nella Chiesa di San Marco il 18 novembre con un nuovo allestimento del suo Poema della croce, opera sacra per voce solista, coro e orchestra, regia di Beppe Menegatti e scenografie di Henry Timi, organizzato dall'Associazione Alda Merini con il patrocinio dell'Arcidiocesi di Milano. Accanto a Giovanni Nuti, interprete e compositore delle musiche, Carla Fracci, nel ruolo di Maria, reciterà e danzerà con étoile del Teatro alla Scala e giovani ballerini in una serata benefica a favore di AIM, Associazione Italiana Miastenia-Amici del Besta e LISM, Lega Italiana Sclerosi Multipla.
A Palazzo Marino, durante la conferenza stampa di presentazione delle iniziative per il decennale di Alda Merini, il Sindaco del Comune di Brunate ha conferito a Carla Fracci il Premio Alda Merini Brunate 2019 -'Più bella della poesia è stata la mia vita', e ha annunciato la cerimonia di intitolazione del Sentiero Como-Brunate ad Alda Merini, prevista per il prossimo 3 novembre.
fonte: https://milano.repubblica.it
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Lgbt: "Trans Freedom March" marcia per commemorare le vittime di transfobia del 2019
Da Sabato 16 Novembre 2019 a Domenica 17 Novembre 2019
Domenica 17 novembre alle ore 16 partirà da piazza Vittorio Veneto a Torino la Trans Freedom March, sesta marcia per commemorare le vittime di transfobia del 2019 e per celebrare le identità trans nelle loro sfaccettature.
L'evento di quest'anno, che si svolge durante la settimana del Transgender Day Of Remembrance, è interamente organizzato da persone T+ e intersex con l'obiettivo di rivendicare uno spazio autogestito nell'ottica dell'auto-determinazione.
La marcia sarà precedeuta da una giornata di dibattiti e incontri, in base al programma seguente:
Sabato 16 novembre
L'iniziativa è organizzata da Sunderam Onlus – Identità Transgender Torino e dal gruppo Fuori dai Binari di Torino, con la collaborazione di Non Una Di Meno, Casa Arcobaleno, Divine Queer Film Festival e Unione Culturale Antonicelli, col patrocinio del Comune di Torino.
Domenica 17 novembre alle ore 16 partirà da piazza Vittorio Veneto a Torino la Trans Freedom March, sesta marcia per commemorare le vittime di transfobia del 2019 e per celebrare le identità trans nelle loro sfaccettature.
L'evento di quest'anno, che si svolge durante la settimana del Transgender Day Of Remembrance, è interamente organizzato da persone T+ e intersex con l'obiettivo di rivendicare uno spazio autogestito nell'ottica dell'auto-determinazione.
La marcia sarà precedeuta da una giornata di dibattiti e incontri, in base al programma seguente:
Sabato 16 novembre
- ore 17: La favolosa rivoluzione - Trans Freedom March: 50 anni di lotta trans
Casa Arcobaleno, via Bernardino Lanino 3/A, Torino
Interverranno: Oliver Meo, Nathan Bonni, Monica J. Romano e Sandeh Veet
Ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti - ore 20: Amarcord - 2019, l'aperitivo sui generis!
Casa Arcobaleno, via Bernardino Lanino 3/A, Torino
Consumazione con buffet 8 euro fino alle 22 (prenotazioni entro il 14 novembre all'indirizzo info@fuoridaibinari.it). Dopo le 22.00 accesso libero senza prenotazione
- ore 16: Trans Freedom March in memoria di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera
partenza da piazza Vittorio Veneto con arrivo in Piazza Castello - ore 19: Aperitivo e film
Unione Culturale Antonicelli, via Cesare Battisti 4, Torino
Aperitivo di auto-finanziamento e la proiezione dei film "Screaming Queens" e "Off Broom" dall'archivio di DQFF
L'iniziativa è organizzata da Sunderam Onlus – Identità Transgender Torino e dal gruppo Fuori dai Binari di Torino, con la collaborazione di Non Una Di Meno, Casa Arcobaleno, Divine Queer Film Festival e Unione Culturale Antonicelli, col patrocinio del Comune di Torino.
Info
Tel. +393755176168
info@fuoridaibinari.it / sunderam.itt@gmail.com
www.fuoridaibinari.it
FB: @fuoridaibinaritorino / @Sunderam.onlus
IG: fuoridaibinari.torino / sunderam.itt
fonte: www.comune.torino.it
TO HOUSING è sold out | Torino si conferma capitale dell'accoglienza LGBT
Il primo progetto
nazionale di co-housing e reinserimento sociale
per persone LGBT in
grave difficoltà ha esaurito i posti disponibili
TO HOUSING, il progetto di co-housing
sociale che ha aperto a Torino circa 10 mesi fa per accogliere persone LGBT
(lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) in difficoltà e in condizioni di
estrema vulnerabilità è sold out.
Prima esperienza con queste caratteristiche in Italia, TO HOUSING accoglie
oggi 24 ospiti in 5 appartamenti di proprietà ATC – Agenzia
Territoriale per la Casa del Piemonte Centrale, di edilizia agevolata e non
destinati alle graduatorie per le case popolari. Ottimi i risultati anche
nell’ambito dell’accompagnamento al lavoro previsto dal progetto,
con contratti di varie tipologie fra cui: un cantiere lavoro
per un ospite, disoccupato di lunga durata in età adulta, presso la Città di
Torino; un contratto a tempo determinato per uno degli ospiti diplomato e
qualificato; tre contratti intermittenti (di cui uno con un’agenzia per
il lavoro) per tre degli ospiti più giovani (di cui uno inserito in un percorso
formativo di riqualificazione) e un contratto di tirocinio extracurriculare,
finanziato dalla Regione Piemonte, con obiettivo occupazionale a sei mesi, e
con percorso di riqualificazione e professionalizzazione interno che sarà
finanziato dall’azienda ospitante.
Il progetto, che è stato presentato giovedì 24 ottobre, a
Praga all’assemblea nazionale di ILGA (l’organizzazione internazionale non governativa che riunisce 422 realtà LGBTQI di 45 Paesi europei),
nasce non solo per rispondere all’emergenza abitativa ma anche per
attivare, proprio a partire da un bisogno primario e fondamentale come la casa,
percorsi di reinserimento sociale. Vengono accolti eminentemente giovani
tra i 18 e i 26 anni allontanati dalle famiglie di origine a causa
dell’orientamento sessuale; migranti e rifugiati omosessuali,
anziani LGBT in condizione di solitudine o povertà, persone transessuali
e trans gender.
TO HOUSING, per il quale sabato 13 dicembre, a Torino, è
calendarizzato un importante appuntamento di finanziamento e
presentazione, è stato pensato per tutte e tutti coloro che vivono una
condizione di doppia discriminazione – orientamento sessuale,
origine etnica, età, condizione sociale – e si trovano in condizione di
povertà e/o esclusione sociale. In questa prospettiva assicurare un luogo
sicuro dove poter vivere rappresenta l’occasione per intraprendere un
percorso di uscita dal disagio e di (re)inserimento socio-lavorativo.
Un’équipe di
accoglienza composta da educatori, psicologi e assistenti
sociali esamina le segnalazioni (che possono arrivare anche in modo diretto
contattando Quore, l’associazione a capo del progetto, via mail:
tohousing@quore.org), svolge il primo colloquio e valuta l’accesso degli
ospiti. La permanenza media prevista di 8 mesi può essere
eventualmente estesa per completare il percorso di autonomia degli utenti.
fonte: Ufficio Stampa: con.testi Torino & Roma
martedì 22 ottobre 2019
Lgbt. Calcio femminile, l’azzurra Elena Linari fa coming out: «C’è gente che soffre e ci lamentiamo per un figlio omosessuale?»
L’azzurra si è raccontato davanti alle telecamere: «Spero di dedicare presto un gol alla mia compagna» Il difensore della Nazionale italiana si racconta ai microfoni di Dribbling. Durante il programma sportivo in onda il 19 ottobre su Rai 2 l’azzurra ha parlato della sua omosessualità.
«I veri problemi della vita sono altri – spiega – C’è gente che soffre e noi ci lamentiamo perché un figlio è omosessuale? Abbiamo sbagliato tutto. Quello che ha fatto qualche giorno fa la nazionale di calcio andando al ‘Bambin Gesù’ e un’immagine potentissima e mi auguro che anche alla nostra squadra venga data questa possibilità».
«Abbiamo sbagliato tutto»
La 25enne fiorentina, abituata a difendere la propria squadra, ha deciso di passare all’attacco: «Per attirare l’attenzione sul calcio femminile bisogna parlare della sua omosessualità? È un paradosso – dice – bisogna dire che una ragazza sta con un’altra ragazza per attirare l’attenzione della gente? Abbiamo davvero sbagliato tutto».Linari gioca in Spagna, all’Atletico Madrid, e spera presto di poter dedicare una rete alla compagna che vive in Italia: «Sinceramente non lo so quando, quì in Spagna spero presto anche se il gol ancora mi manca».
«Un figlio? Se è felice non vedo il problema»
La calciatrice parla poi più in generale dell’omosessualità: «Quando si ha un figlio la cosa più importante è che sia felice. Se è felice con una relazione omosessuale non vedo il problema – sottolinea – È ovvio, ci potranno essere delle difficoltà, ma nella vita in generale le difficoltà ci sono. È stato toccante quello che mi ha detto mia nonna quando lo ha saputo. Era contenta e piangendo mi ha detto «ho tanta paura per te perché non siete tutelate. Ho pianto di gioia dopo aver sentito queste parole», confessa Linari.«Omossesuali ci sono anche nel calcio maschile»
«Io nella mia vita privata faccio quello che voglio – aggiunge la Linari – Ci sono tanti calciatori che si coprono con un’altra relazione, così come qualsiasi altro sportivo per evitare i famosi pregiudizi e in Italia non siamo pronti. Ma poi diciamolo, non è che nel calcio femminile fioccano le omosessuali, no proprio no, omosessuali ci sono nel calcio maschile, negli altri sport e nella vita quotidiana. E comunque qui a Madrid non ho nessun problema, anzi. In Italia sono io la prima ad aver paura di affrontare l’argomento perché non so la gente come potrebbe reagire. Ho paura del giudizio della gente».fonte: www.open.online
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Linfa, l’underground vitale delle donne di Roma Est. Il documentario di Carlotta Cerquetti
Il documentario di Carlotta Cerquetti, Linfa, presenta la scena
underground di Roma Est, una rete solidale di donne la cui urgenza
espressiva è forza vitale di trasformazione e affermazione.
“Noi siamo resistenti, questo è un quartiere di resistenza,
la nostra arte è resistenza, interna ed esterna. Alla frustrazione, al
lavorare tanto, allo sperimentare. Passare il tempo a lamentarsi non
funziona, mettere in moto l’energia creativa e lo stare insieme invece
funziona” dice Federica Tuzi delle NOCHOICE in chiusura di
“Linfa” il bel documentario sull’arte e le artiste indipendenti/underground di Roma Est, ovvero quell’area complessa e
particolare che abbraccia Pigneto e Torpignattara.
Resistere
agli stereotipi e cambiare la società che ti vuole uniformato e
ubbidiente si può. Con l’arte e attraverso il corpo. Afferma Lola Kola,
stilista transgender, “possiamo fare quello che ci pare, puoi ribaltare la tua vita, noi siamo la vera rivoluzione”. E ribadisce Silvia Calderoni, attrice, dj e performer con il gruppo teatrale Motus “tutto
è politica, anche il tuo corpo. Per questo noi la facciamo
costantemente, perchè ci mettiamo il corpo. E il luogo in cui la
facciamo diventa il nostro spazio di lavoro, ma sono le persone che
fanno la differenza, quanto tu stai in apertura con ciò che ti
circonda”. IL SITO DI LINFA QUI
Mentre ascoltavo Lola Kola, Le NoChoice (Federica Tuzi e
Merel Van Dijk), Lilith Primavera, Maria Violenza, Lady Maru, Le OpaOpa
aka Invasioni Balcaniche (Jonida Prifti e Iva Stanisic) e Industria
Indipendente (Erika Z. Galli e Martina Ruggeri) mi veniva in
testa una sola parola.
Ed è urgenza. L’urgenza creativa che hanno in
comune queste artiste, che non è quella di diventare famose e fare i
soldi, ma fare qualcosa perchè non possono farne a meno. Si fa perchè
dentro una voce urla più forte e si fa anche contro la fatica, avendo un
altro (o un terzo) lavoro. E lo si fa con il sorriso e con la felicità
dentro perchè comunque se ne ha la possibilità.
Guardando queste ragazze resistere, mi è venuto in mente l’Aleijadinho,
un grande artista del ‘700 brasiliano. Nonostante fosse stato
completamente debilitato da una malattia (forse una sclerodermia) che lo
aveva costretto a vedersi amputate le dita di entrambi gli arti
superiori e inferiori, continuò a lavorare con il cesello legato al
dorso delle mani. In questa fase di totale sofferenza e disabilità
produsse per il santuario di Congonhas le sue 12 statue più belle,
lavorando di notte, vergognandosi del suo aspetto (era anche ormai quasi
cieco) e siccome non poteva più stare in piedi lavorava in ginocchio
appoggiato a dei cuscini. Tale era l’urgenza l’espressiva. E un po’ mi
sono commossa.
fonte: Di Elena Dal Forno https://thespot.news
lunedì 21 ottobre 2019
Lgbt: "WILD NIGHTS WITH EMILY" vince la 17° edizione del Florence Queer Festival
La
giuria del Florence Queer Festival, composta da Alba Donati, poetessa e
direttrice del Gabinetto Vissieux, Maria Grosso, giornalista de Il
Manifesto, Stefano Fabbri, ex caporedattore de l’Ansa, Alessandro
Agostinelli, direttore del Festival del Viaggio, Bob Vallier, direttore
della Syracuse University, ha infatti deciso di assegnare ben tre
menzioni speciali.
La prima, come miglior
documentario, al lavoro di Megan Rossman, The Archivettes, documentario
sull’incredibile lavoro di recupero e mantenimento della memoria del
Lesbian Herstory Archives di New York.
“Accende
una luce su una storia sconosciuta, con momenti di vita e memoria
individuali che formano il respiro collettivo della comunità lesbica
newyorkese, il tutto impreziosito da uno sguardo vintage anni ’90” dice
la giuria nelle sue motivazioni che valorizzano così l’importante
contributo dei documentari alla selezione del programma di questa
edizione.
La menzione come miglior storia va
invece a The Garden Left Behind “Per la densità dei temi (migrazione,
identità sessuale, famiglia, violenza, etc) e per la normalità di una
storia che diventa simbolica e in cui ricerca sociale, umana, politica,
stanno dentro la lungimiranza emotiva della narrazione.” Altro titolo
statunitense, firmato dal regista di origine brasiliana Flavio Alves,
disegno per fiction della battaglia per la transizione di una giovane
donna messicana a New York.
Ancora una
menzione, in questo caso per la regia, per NevrLand, dell’austriaco
Gregor Schmidinger, “Un affresco contemporaneo che lega il tema del
virtuale e del porno ai legami familiari e al dato onirico. In questo
film la macchina da presa indaga (con scene spesso oscure e intime)
alcune zone d’ombra dei rapporti quotidiani. Da segnalare le scene del
mattatoio che sono omaggio e citazione al film cult Un anno con tredici
lune di Rainer Werner Fassbinder.”
Premio della
giuria quindi a "Wild Nights with Emily" della regista statunitense
Madeleine Olnek.
“Il film ci racconta una visione, assolutamente
inedita, della clausura di Emily Dickinson.
Ci racconta ciò che nessuna
biografia ha ancora affrontato riscattando la soggettività artistica ed
esistenziale della poetessa: le sue poesie d’amore dedicate a figure
maschile erano in realtà il frutto di cancellazioni fatte ad hoc dalla
famiglia per nascondere la reale destinataria, Susan Gilbert.
In
questo film non ci appare la convenzionale Emily Dickinson, poetessa
severa e appartata, ma una donna che corre attraverso il giardino
portando poesie all’amata. Un film che esprime
alta eccellenza nei costumi, nella recitazione, e nell’originalità
della struttura narrativa in cui prevale il ritmo teatrale.”
CLICCA QUI PER IL TRAILER "Wild Nights With Emily"
Per il pubblico invece il lungometraggio più apprezzato è stato "The Garden Left Behind" di Flavio Alves qui in foto con Ivana Black e Tamara Williams tra le protagoniste del film.
"THE GARDEN LEFT BEHIND" Sneak Peek Scene CLICCA QUI PER LA SCENA DEL FILM
fonte: www.florencequeerfestival.it
venerdì 18 ottobre 2019
Cinema: "Io, Leonardo" Un film introspettivo alla scoperta di Leonardo. Perché da scoprire in Leonardo c'è sempre qualcosa.
Pensatore, studioso, matematico, letterato, scienziato, fisico,
paesaggista, geografo, urbanista, artista... Jesus Garces Lambert
sceglie di raccontare Leonardo Da Vinci come un uomo fuori dal suo tempo
- nonostante il costume cinquecentesco un po' trasandato e i lunghi
capelli, come l'estetica del tempo richiedeva - in relazione a un
contesto difficile da affrontare per l'eterno conflitto tra la sua mente
in costante ricerca e le richieste dei committenti.
Io, Leonardo
si focalizza in particolare sul Da Vinci pittore, passando in rassegna
alcune tra le più importanti committenze, soprattutto quelle milanesi,
che il genio toscano ha avuto durante il suo percorso.
Leonardo ha in studio un occhio di bove. Lo osserva, ci gioca, lo cuoce e
lo analizza anatomicamente, in compagnia del suo giovane aiutante.
Questa è una delle sequenze svolte all'interno del suo atelier. Quanta
materia può esserci dentro a quell'occhio? E in quello umano?
Sono tante le sfaccettature da
scoprire in ogni cosa ed essere vivente. Quelle di Leonardo sono state
analizzate e raccontate quasi tutte, grazie a migliaia di scritti
autografi e bozzetti in cui il maestro ha lasciato i suoi appunti, oggi
custoditi per la maggior parte nel prezioso Codice Atlantico, racchiuso
alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano e digitalizzato per una fruizione
pubblica. La figura di Da Vinci è stata scandagliata in tanti, diversi
aspetti dunque. Oggi, a cinquecento anni dalla sua morte avvenuta il 2
maggio 1519, questo personaggio straordinario è fin troppo raccontato, e
Io, Leonardo ne sottolinea ancora storie, ossessioni, scoperte e personalità. PER IL TRAILER CLICCA QUI
Il regista, dopo aver narrato un altro mito dell'arte con Caravaggio - L'anima e il sangue, avvia un film introspettivo, basato principalmente su un'estetica idealizzata di Da Vinci, partendo dai suoi scritti e dai suoi disegni, qui minuziosamente ben raccontati nel loro sviluppo. È una sorta di "lettera a Leonardo", uno scambio tra le azioni del maestro e una voce esterna, quella narrante di Francesco Pannofino che smorza lievemente il disagio di Luca Argentero nei panni di un Leonardo rappresentato in maniera stucchevolmente barocca e costruita. Che bisogno c'è di dilatare tempo e spazio quando si racconta di Leonardo, che il tempo e lo spazio li ha dominati? Non servono episodi teatrali che lo rappresentano come un uomo diverso dagli altri, qui ritratto addirittura come un infante che affronta il mondo a modo suo.
Il regista, dopo aver narrato un altro mito dell'arte con Caravaggio - L'anima e il sangue, avvia un film introspettivo, basato principalmente su un'estetica idealizzata di Da Vinci, partendo dai suoi scritti e dai suoi disegni, qui minuziosamente ben raccontati nel loro sviluppo. È una sorta di "lettera a Leonardo", uno scambio tra le azioni del maestro e una voce esterna, quella narrante di Francesco Pannofino che smorza lievemente il disagio di Luca Argentero nei panni di un Leonardo rappresentato in maniera stucchevolmente barocca e costruita. Che bisogno c'è di dilatare tempo e spazio quando si racconta di Leonardo, che il tempo e lo spazio li ha dominati? Non servono episodi teatrali che lo rappresentano come un uomo diverso dagli altri, qui ritratto addirittura come un infante che affronta il mondo a modo suo.
Il "Monumento equestre a Francesco Sforza", la magnifica natura rappresentata sulle arcate della Sala delle Asse del Castello Sforzesco, l' "Ultima Cena" all'interno del refettorio della chiesa di Santa Maria delle Grazie, qui narrata alla Jesus Christ superstar, come un tableau vivant in cui Leonardo riveste i panni di Gesù, poi tradito durante il momento conviviale. E ancora la "Vergine delle Rocce", e poi la "Gioconda", commissionata in Italia e portata fino in Francia, quando Leonardo vi giunge nel 1517, con il giovane Francesco Melzi come assistente di bottega, alla ricca corte di Francesco I. Tutte produzioni ed esperimenti geniali, a volte falliti, altre volte rimasti come traccia eterna.
"La pittura è scienza, tra natura e Dio", annota Da Vinci che parte proprio da qui, dal disegno e dal dipingere, per cercare un equilibrio tra le cose. La parte documentativa rimane interessante, perché da scoprire in Leonardo c'è sempre qualcosa. Ma per raccontarlo non c'è bisogno di tanta messa in scena.
fonte: Recensione di Rossella Farinotti www.mymovies.it
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Arte: Da Banksy a Keith Haring, a Parigi apre il primo museo di street art che galleggia sulla Senna
Fluctuart, ovvero un museo galleggiante sulla Senna. Apre a Parigi una
struttura unica al mondo nel suo genere, che fluttua sulle acque del
fiume della Ville Lumière e offre un viaggio all’interno dell’arte
urbana.
Un percorso da fare almeno una volta nella vita!
Qui, ancorato al porto del quartiere di Gros Caillou e ai piedi del Pont des Invalides, Fluctuart è una struttura di circa mille metri quadri in vetro su tre piani che accoglie spazi espositivi, una libreria e una grande terrazza per eventi.
“Fluctuart è il primo centro di arte urbana galleggiante al mondo, un luogo unico, aperto a tutto il pubblico, curioso e appassionato, a disposizione di tutti gli attori della scena urbana: artisti, professionisti e istituzioni. Fluctuart apprezza tutte le tendenze dell’arte urbana, dai pionieri dell’arte di strada agli artisti contemporanei, e mette in evidenza in particolare pratiche emergenti e innovative”, si legge sul sito.
E, infatti, il nuovo museo sulla Senna ospita una collezione permanente dedicata ai grandi maestri della street art, come Banksy, Shepard Fairey, Vhils e Keith Haring, oltre a mostre temporanee di artisti emergenti e a laboratori w workshop.
In più, proiettori e installazioni di videomapping proiettano le opere più significative sul muricciolo e sulla banchina all’esterno.
L’originale museo si può visitare gratuitamente tutti i giorni da mezzogiorno a mezzanotte. Le fermate della metro utili sono: Invalides (linee 8 e 13); Champs-Élysées Clémenceau (linee 1 e 13) e Franklin D. Roosevelt (linee 1 e 9).
fonte: Germana Carillo www.greenme.it
Un percorso da fare almeno una volta nella vita!
Qui, ancorato al porto del quartiere di Gros Caillou e ai piedi del Pont des Invalides, Fluctuart è una struttura di circa mille metri quadri in vetro su tre piani che accoglie spazi espositivi, una libreria e una grande terrazza per eventi.
“Fluctuart è il primo centro di arte urbana galleggiante al mondo, un luogo unico, aperto a tutto il pubblico, curioso e appassionato, a disposizione di tutti gli attori della scena urbana: artisti, professionisti e istituzioni. Fluctuart apprezza tutte le tendenze dell’arte urbana, dai pionieri dell’arte di strada agli artisti contemporanei, e mette in evidenza in particolare pratiche emergenti e innovative”, si legge sul sito.
E, infatti, il nuovo museo sulla Senna ospita una collezione permanente dedicata ai grandi maestri della street art, come Banksy, Shepard Fairey, Vhils e Keith Haring, oltre a mostre temporanee di artisti emergenti e a laboratori w workshop.
In più, proiettori e installazioni di videomapping proiettano le opere più significative sul muricciolo e sulla banchina all’esterno.
L’originale museo si può visitare gratuitamente tutti i giorni da mezzogiorno a mezzanotte. Le fermate della metro utili sono: Invalides (linee 8 e 13); Champs-Élysées Clémenceau (linee 1 e 13) e Franklin D. Roosevelt (linee 1 e 9).
fonte: Germana Carillo www.greenme.it
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Lgbt. Lana Wachowski Makes Trans History by Directing The Matrix 4
Lana Wachowski, who co-created the Matrix universe with her sister Lilly Wachowski, likely has a worldwide blockbuster on her hands.
Thankfully, “there’s no turning back” now! Lana Wachowski, who cowrote and directed the original Matrix trilogy with her sister Lilly Wachowski, has confirmed she’s writing and directing the fourth installment in the series, positioning her to make history as the first out transgender director to helm a blockbuster. And stars of the original films, Keanu Reeves (Neo) and Carrie-Ann Moss (Trinity), are on board, according to Variety.
“Many of the ideas Lilly and I explored 20 years ago about our reality are even more relevant now. I’m very happy to have these characters back in my life and grateful for another chance to work with my brilliant friends,” Lana Wachowski said.
The Wachowski siblings, whose first feature was the lesbian neo-noir classic Bound, and who created the beloved Netflix series Sense8, kicked off the original Matrix trilogy in 1999. A touchstone of Science-Fiction film that created a visual style that’s been repeatedly copied since it was released, the Wachowskis followed up The Matrix with the Matrix Reloaded, and Matrix Revolutions (both in 2003). The trilogy earned more than $1.6 billion globally, according to Variety.
“We could not be more excited to be re-entering the Matrix with Lana,” Warner Bros. Picture Group Chairman Toby Emmerich said when the venture was announced on Tuesday. “Lana is a true visionary — a singular and original creative filmmaker — and we are thrilled that she is writing, directing and producing this new chapter in the Matrix universe.”
Since the original films were released both Wachowskis came out as trans: Lana in 2012 and Lilly in 2016. There are several trans directors making inroads in Hollywood (especially in TV) with some having established themselves with strong indie films, including Silas Howard with By Hook or By Crook, Yance Ford from Strong Island, and Rhys Ernt's upcoming Adam. But the fourth installment of The Matrix — with the potential to become a global blockbuster in the vein of the first three — is history in the making for Lana Wachowski.
While the Wachowskis collaborated on the original trilogy, Lana is set to write (along with Aleksandar Hemon and David Mitchell) and direct the fourth installment without her sister. Lilly, who was coming out during Sense8's run, exited the Netflix series after the first season, ceding creative control to her sister for season 2 and the movie that followed. Lilly’s departure from the series marked the first time one of them helmed a project without the other.
Reeves and Moss are back for the new installment but there’s no word as to whether or not Laurence Fishburne will be back for the role of Morpheus.
fonte: By Tracy E. Gilchrist www.advocate.com
Thankfully, “there’s no turning back” now! Lana Wachowski, who cowrote and directed the original Matrix trilogy with her sister Lilly Wachowski, has confirmed she’s writing and directing the fourth installment in the series, positioning her to make history as the first out transgender director to helm a blockbuster. And stars of the original films, Keanu Reeves (Neo) and Carrie-Ann Moss (Trinity), are on board, according to Variety.
“Many of the ideas Lilly and I explored 20 years ago about our reality are even more relevant now. I’m very happy to have these characters back in my life and grateful for another chance to work with my brilliant friends,” Lana Wachowski said.
The Wachowski siblings, whose first feature was the lesbian neo-noir classic Bound, and who created the beloved Netflix series Sense8, kicked off the original Matrix trilogy in 1999. A touchstone of Science-Fiction film that created a visual style that’s been repeatedly copied since it was released, the Wachowskis followed up The Matrix with the Matrix Reloaded, and Matrix Revolutions (both in 2003). The trilogy earned more than $1.6 billion globally, according to Variety.
“We could not be more excited to be re-entering the Matrix with Lana,” Warner Bros. Picture Group Chairman Toby Emmerich said when the venture was announced on Tuesday. “Lana is a true visionary — a singular and original creative filmmaker — and we are thrilled that she is writing, directing and producing this new chapter in the Matrix universe.”
Since the original films were released both Wachowskis came out as trans: Lana in 2012 and Lilly in 2016. There are several trans directors making inroads in Hollywood (especially in TV) with some having established themselves with strong indie films, including Silas Howard with By Hook or By Crook, Yance Ford from Strong Island, and Rhys Ernt's upcoming Adam. But the fourth installment of The Matrix — with the potential to become a global blockbuster in the vein of the first three — is history in the making for Lana Wachowski.
While the Wachowskis collaborated on the original trilogy, Lana is set to write (along with Aleksandar Hemon and David Mitchell) and direct the fourth installment without her sister. Lilly, who was coming out during Sense8's run, exited the Netflix series after the first season, ceding creative control to her sister for season 2 and the movie that followed. Lilly’s departure from the series marked the first time one of them helmed a project without the other.
Reeves and Moss are back for the new installment but there’s no word as to whether or not Laurence Fishburne will be back for the role of Morpheus.
fonte: By Tracy E. Gilchrist www.advocate.com
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lunedì 14 ottobre 2019
Arte: Guggenheim. La collezione Thannhauser. Da Van Gogh a Picasso arriva a Milano dal 17 ottobre al 1° marzo
Da Van Gogh a Picasso: il Guggenheim Museum porta a Palazzo Reale 50
opere di artisti impressionisti, post-impressionisti e delle avanguardie
dei primi del Novecento. È la Collezione Thannhauser, che dopo la sosta milanese dal 17 ottobre al 1° marzo tornerà a New York
Cinquanta capolavori e una straordinaria collezione: è quella che Justin K. Thannhauser costruì nell’arco di una vita e poi donò, nel 1963, alla Solomon R. Guggenheim Foundation, che da allora la espone in modo permanente in una sezione del grande museo di New York. Arriva ora a Palazzo Reale di Milano La collezione Thannhauser. Da Van Gogh a Picasso (dal 17 ottobre 2019 al 1° marzo): è la prima volta che i pezzi più importanti della collezione Thannhauser lasciano gli Stati Uniti per l’Europa.
Tra questi, alcuni hanno una “storia nella storia”. Davanti allo specchio (1876) di Edouard Manet è per esempio uno dei dipinti più importanti della raccolta: il pittore ritrae una nota cortigiana, l’amante dell’erede al trono olandese, di spalle con il corsetto semiaperto. Nel 1928 la galleria Thannhauser di Berlino aveva organizzato una grande retrospettiva di Paul Gauguin: a Milano arriva quindi un suo meraviglioso paesaggio, Haere Mai, del 1891, dipinto a Tahiti. Uomo con le braccia incrociate (c. 1899) è la prima opera di Cézanne acquisita dal Guggenheim nel 1954, che fece all’epoca molto scalpore per il prezzo pagato; 97.000 dollari. Di Pablo Picasso, grande amico di Justin Thannhauser, è presente L’aragosta e il gatto (1965), che riporta una dedica dell’artista al suo amico collezionista: l’opera era il regalo di nozze di Picasso ai coniugi Thannhauser. Justin Tannheuser aveva lasciato la Germania nel 1940, fuggendo attraverso la Francia e Lisbona, per l’America.
Dal primo matrimonio con Käthe aveva avuto due figli Heinz e Michel, il primo ucciso in guerra nel 1944 e il secondo suicida nel 1952. In seconde nozze Justin si unirà a Hilde Breitwisch, con la quale condivide la passione per l’arte. La casa newyorchese dei Thannhauser è stata per 20 anni il luogo dove si incontravano Leonard Bernstein, Louise Bourgeois, Henri Cartier-Bresson, Marcel Duchamp, Jean Renoir e Arturo Toscanini. Senza eredi, Justin e Hilde Thannhauser lasceranno al museo americano un totale di 85 opere.
fonte: www.gqitalia.it
Cinquanta capolavori e una straordinaria collezione: è quella che Justin K. Thannhauser costruì nell’arco di una vita e poi donò, nel 1963, alla Solomon R. Guggenheim Foundation, che da allora la espone in modo permanente in una sezione del grande museo di New York. Arriva ora a Palazzo Reale di Milano La collezione Thannhauser. Da Van Gogh a Picasso (dal 17 ottobre 2019 al 1° marzo): è la prima volta che i pezzi più importanti della collezione Thannhauser lasciano gli Stati Uniti per l’Europa.
Tra questi, alcuni hanno una “storia nella storia”. Davanti allo specchio (1876) di Edouard Manet è per esempio uno dei dipinti più importanti della raccolta: il pittore ritrae una nota cortigiana, l’amante dell’erede al trono olandese, di spalle con il corsetto semiaperto. Nel 1928 la galleria Thannhauser di Berlino aveva organizzato una grande retrospettiva di Paul Gauguin: a Milano arriva quindi un suo meraviglioso paesaggio, Haere Mai, del 1891, dipinto a Tahiti. Uomo con le braccia incrociate (c. 1899) è la prima opera di Cézanne acquisita dal Guggenheim nel 1954, che fece all’epoca molto scalpore per il prezzo pagato; 97.000 dollari. Di Pablo Picasso, grande amico di Justin Thannhauser, è presente L’aragosta e il gatto (1965), che riporta una dedica dell’artista al suo amico collezionista: l’opera era il regalo di nozze di Picasso ai coniugi Thannhauser. Justin Tannheuser aveva lasciato la Germania nel 1940, fuggendo attraverso la Francia e Lisbona, per l’America.
Dal primo matrimonio con Käthe aveva avuto due figli Heinz e Michel, il primo ucciso in guerra nel 1944 e il secondo suicida nel 1952. In seconde nozze Justin si unirà a Hilde Breitwisch, con la quale condivide la passione per l’arte. La casa newyorchese dei Thannhauser è stata per 20 anni il luogo dove si incontravano Leonard Bernstein, Louise Bourgeois, Henri Cartier-Bresson, Marcel Duchamp, Jean Renoir e Arturo Toscanini. Senza eredi, Justin e Hilde Thannhauser lasceranno al museo americano un totale di 85 opere.
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Danza. È morto Manuel Frattini: il divo dei musical aveva 54 anni. Il cordoglio sui social
E' morto ieri sera a Milano Manuel Frattini, 54
anni, ballerino e coreografo molto noto per i suoi musical.Frattini
stava partecipando ad una serata di beneficenza quando ha avuto un
malore.
La sua carriera iniziò come ballerino e coreografo in produzioni Rai e Mediaset poi Frattini ha partecipato a numerosi musical, da A Chorus Line a Cantando sotto la pioggia.
Dopo aver lavorato anche con Christian De Sica, Frattini debutta come protagonista assoluto in un musical inedito, Musical, Maestro!, e sempre con lo stesso ruolo partecipa poi a Pinocchio, con la regia di Saverio Marconi e le musiche dei Pooh.
E' poi Peter Pan, Robin Hood, Aladin e, più recentemente, è stato protagonista del musical di George Gershwin Crazy for you. Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti e ha insegnato in diverse accademie.
"Non posso dimenticare la spensieratezza delle giornate trascorse insieme, le nostre confidenze, le nostre risate... Ciao Manuel, ciao grande amico mio, ciao artista meraviglioso, non ti dimenticherò mai... con te oggi se ne va un pezzettino del mio cuore" Così Cristina D'Avena lo ricorda su Twitter. Così come i tantissimi fan.
fonte: https://it.mashable.com
https://twitter.com/CristinaDAvena/status/1183367346678829056
La sua carriera iniziò come ballerino e coreografo in produzioni Rai e Mediaset poi Frattini ha partecipato a numerosi musical, da A Chorus Line a Cantando sotto la pioggia.
Dopo aver lavorato anche con Christian De Sica, Frattini debutta come protagonista assoluto in un musical inedito, Musical, Maestro!, e sempre con lo stesso ruolo partecipa poi a Pinocchio, con la regia di Saverio Marconi e le musiche dei Pooh.
E' poi Peter Pan, Robin Hood, Aladin e, più recentemente, è stato protagonista del musical di George Gershwin Crazy for you. Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti e ha insegnato in diverse accademie.
"Non posso dimenticare la spensieratezza delle giornate trascorse insieme, le nostre confidenze, le nostre risate... Ciao Manuel, ciao grande amico mio, ciao artista meraviglioso, non ti dimenticherò mai... con te oggi se ne va un pezzettino del mio cuore" Così Cristina D'Avena lo ricorda su Twitter. Così come i tantissimi fan.
fonte: https://it.mashable.com
https://twitter.com/CristinaDAvena/status/1183367346678829056
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sabato 12 ottobre 2019
Libri: 'L'ignoranza dei numeri', un poliziesco ma non solo. Il romanzo di Francesco Paolo Oreste, prefazione Erri De Luca
Napoli. Chi scrive è un poliziotto e svolge la stessa professione del protagonista del suo libro, Romeo Giulietti. Ma, come sottolinea nella prefazione Erri De Luca, "se questo fosse il libro di uno scrittore di storie poliziesche, mi sarebbe caduto di mano. È invece il libro di un uomo che ha messo la sua esperienza e la sua professione di fede nella giustizia dentro una storia aspra e saggia".
'L'ignoranza dei numeri', una storia 'di molti delitti e di poche pene' è il nuovo libro di Francesco Paolo Oreste, edito da Baldini+Castoldi. "Mi sono trovato dentro Napoli, nel suo metabolismo famelico, in mezzo ai suoi febbrili anticorpi, e ne sono uscito a fine storia, accompagnato all'uscita con un foglio di via, altrimenti sarei rimasto dentro", aggiunge ancora De Luca.
Il romanzo di Francesco Paolo Oreste si annovera nel genere poliziesco,la risoluzione di un omicidio nel caleidoscopio della Napoli, città metropolitana, ma non si esaurisce in esso; si presta, infatti a tante letture. Certamente una socio- antropologica: si racconta, si descrive la Città del mare e del Vesuvio, ma anche delle " palazzine", degli stradoni, degli incroci, dei bar/ edicole. delle rotonde, che dividono strade , ma all'occorrenza uniscono persone, quelle persone che vogliono che il loro territorio, tante volte stuprato, offeso,sfruttato, non riceva l'onta di diventare la pattumiera più grande d'Europa.
Ed arriva la lettura di taglio ambientalista e civile: un Parco da tutelare, la salute dei figli da assicurare; una Terra che produce albicocche, pomodorini e viti, non può essere sommersa dai rifiuti provenienti da ogni dove, rifiuti speciali che concimano di veleno le terre vesuviane e che mettono una pesante ipoteca sul futuro dei suoi abitanti. Ma nella Protesta i cittadini da vittime diventano colpevoli; lo Stato, quello che dovrebbe tutelarli li attacca, li bastona, impedisce loro di prendersi cura della propria Terra, di difendere la propria salute e quella dei propri figli.
Chi ha vissuto quei giorni conosce bene il clima di "Stato d' assedio" che si viveva, la percezione di essere considerati alla stregua di malviventi da parte di chi dovrebbe proteggerti dai malviventi.
E l'ispettore Giulietti, che è uomo di Legge, che non riesce a condividere la Legge al di fuori della Giustizia, del riconoscimento di quella dignità che ciascun cittadino deve avere garantita, non può non schierarsi dalla parte del popolo, dalla parte di chi riceve l'offesa di essere schiacciato nelle idee e nel corpo. Ogni personaggio incontrato nel romanzo è vestito di quel rispetto di quella dignità che fa chiedere scusa a Giulietti, per sé e per gli altri.
L'ignoranza dei numeri si legge, quindi anche come un romanzo d'amore: amore per la Terra, per i suoi cittadini, per il proprio lavoro, per la Legge, per la Giustizia; in tutto il romanzo si respira questa dimensione: ciascun personaggio è raccontato con lo sguardo di chi non annulla le Persone; Giulietti, infatti, valuta le situazioni, non giudica le persone anche quelle più "grigie": se ad un ragazzino di dieci anni si chiede di " fare l'uomo di casa" e non di essere bravo a scuola che colpa ha se poi ciò che impara è scippare nelle auto? Poi c'è l'amore per Rebecca, amarena e cioccolato, le poesie che di quell'amore si fanno voce, il mare che a quell'amore offre rifugio. Francesco Paolo Oreste, con questo romanzo allontana la Città da Gomorra e la avvicina a Partenope; a quell' Amore steso tra l'azzurro del cielo e del mare, in un lembo di terra che dell' Amore ha acquisito fantasia e disperazione, e Compassione, la " partecipazione con".
E tutto questo l'autore lo vive intensamente e lo racconta con uno stile fluido che interseca il racconto a dialoghi " leggeri" che si ispirano al teatro tradizionale napoletano, e tra le righe affiora la musica e qualche verso di Pino.
fonte: Redazione ANSA www.ansa.it/campania
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Lgbt. Monica Cirinnà: "COMING OUT DAY" È ORA DI UNA LEGGE CONTRO LE DISCRIMINAZIONI
Oggi celebriamo il Coming out day. Una giornata dedicata alla bellezza della libertà, all’importanza di essere se stessi e di dimostrarlo al mondo.
Dobbiamo però ricordare anche le molte, troppe situazioni in cui fare coming out comporta rischi o è addirittura impossibile, per le resistenze culturali, per i troppi pregiudizi che ancora sono presenti. Come dimostrano i risultati dell’indagine dell’Eurobarometro, resi noti ieri, l’Italia è stabilmente al di sotto della media europea per tasso di discriminazione delle persone LGBT+.
In altri Paesi, addirittura, fare coming out è pericoloso perchè esistono leggi assurde che ancora criminalizzano chi sceglie di essere e amare chi vuole. Dai Paesi in cui queste leggi esistono provengono molti richiedenti asilo, ai quali non possiamo voltare le spalle: quelli non sono e non saranno mai paesi sicuri, voglio ribadirlo oggi.
Per questo, scelgo questa giornata per lanciare un appello alla Presidente del Senato e ai colleghi di maggioranza: in Senato sono stati depositati alcuni testi contro l’omobitransfobia, tra cui quello a prima firma della collega Maiorino di M5S e quello a mia prima firma. Sono testi equilibrati, largamente sovrapponibili, che possono rappresentare una utile base di confronto per dare all’Italia una legge attesa da troppo tempo, che completi e renda effettivo il quadro delle misure di contrasto alle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere.
Ne ho già chiesto la calendarizzazione e oggi chiedo a Lei, Signora Presidente, e ai capigruppo di maggioranza in Commissione Giustizia di fare in modo che il Senato possa al più presto iniziarne l’esame.
Non possiamo perdere altro tempo.
Monica Cirinnà.
fonte: www.monicacirinna.it/
Dobbiamo però ricordare anche le molte, troppe situazioni in cui fare coming out comporta rischi o è addirittura impossibile, per le resistenze culturali, per i troppi pregiudizi che ancora sono presenti. Come dimostrano i risultati dell’indagine dell’Eurobarometro, resi noti ieri, l’Italia è stabilmente al di sotto della media europea per tasso di discriminazione delle persone LGBT+.
In altri Paesi, addirittura, fare coming out è pericoloso perchè esistono leggi assurde che ancora criminalizzano chi sceglie di essere e amare chi vuole. Dai Paesi in cui queste leggi esistono provengono molti richiedenti asilo, ai quali non possiamo voltare le spalle: quelli non sono e non saranno mai paesi sicuri, voglio ribadirlo oggi.
Per questo, scelgo questa giornata per lanciare un appello alla Presidente del Senato e ai colleghi di maggioranza: in Senato sono stati depositati alcuni testi contro l’omobitransfobia, tra cui quello a prima firma della collega Maiorino di M5S e quello a mia prima firma. Sono testi equilibrati, largamente sovrapponibili, che possono rappresentare una utile base di confronto per dare all’Italia una legge attesa da troppo tempo, che completi e renda effettivo il quadro delle misure di contrasto alle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere.
Ne ho già chiesto la calendarizzazione e oggi chiedo a Lei, Signora Presidente, e ai capigruppo di maggioranza in Commissione Giustizia di fare in modo che il Senato possa al più presto iniziarne l’esame.
Non possiamo perdere altro tempo.
Monica Cirinnà.
fonte: www.monicacirinna.it/
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Monica Cirinnà
Si schiera coi curdi e parla di diritti Lgbt: Claudio Marchisio è la nuova icona social della sinistra
Da calciatore a influencer politico: la straordinaria parabola umana e social dell'ex campione della Juventus.
In foto: Claudio Marchisio ha vinto 7 scudetti con la Juventus tra il 2008 e il 2018. Credit: Afp/Silvia Lore / NurPhoto
Claudio Marchisio, nuova icona social della sinistra: dai curdi ai diritti Lgbt
"Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini…’, questo scriveva Anna Frank nel suo diario, nel 1942. Oggi, 77 anni dopo, è iniziato il bombardamento della Turchia contro i Curdi in Siria. Una vergogna per tutta la comunità internazionale. Sentiamoci pure responsabili per ogni vittima”. A scrivere questo post, ieri, giovedì 10 ottobre, sui suoi profili social, non è stato un politico, né uno scrittore, un pensatore, un filosofo o un intellettuale. Che ci crediate o meno, queste parole le ha scritte un calciatore.
Da pochi giorni un ex calciatore. Non uno qualsiasi. Uno che è stato capitano della Juventus e, per almeno un lustro, titolare fisso della Nazionale italiana. Il suo nome è Claudio, di cognome fa Marchisio. E per capire chi è davvero e dove nasce questo post, diventato in breve virale, occorre fare almeno tre salti a ritroso nel tempo.
L’ultima stagione calcistica, allo Zenit di San Pietroburgo, è stata la più lunga, difficile, dolorosa e illuminante della carriera di Claudio Marchisio. I numeri dicono molto, ma non tutto: 15 partite giocate, 2 gol segnati, 148 foto pubblicate su Instagram. Claudio in campo è un “vecchio” atleta che lotta contro un corpo che a 33 anni ha smesso di assisterlo, a un’età (e in un’epoca) in cui la maggior parte dei suoi colleghi sono ancora all’apice della forma.
Fuori è un uomo risolto, intelligente, colto, maturo, che legge saggi e romanzi, visita musei e luoghi d’arte, esplora le meraviglie dell’ex capitale zarista, quando parla o concede un’intervista non è mai banale. E, soprattutto, fa Politica. Quella con la P maiuscola. Prende posizione. Sempre. Anche quando non è comodo o conveniente e su temi che non ti attenderesti di vedere uscire dalla bocca di un giocatore di calcio: migranti, clima, ambiente, diritti Lgbt, le lotte sindacali dei pastori sardi.
Gli ultimi mesi a San Pietroburgo sono la fotografia esatta – e, in qualche modo, un antipasto – della seconda vita del “Principino”: un neo nell’universo banale, ipocrita, convenzionale e iper-standardizzato del calcio italiano e mondiale. Non è un caso se, meno di tre mesi dopo, Claudio Marchisio in una conferenza stampa affollata a Torino pronuncia le sue ultime parole da calciatore.
“Avevo fatto una promessa al bambino che sognava di diventare un calciatore. Avrei continuato a giocare fino a quando, mettendo piede in campo, avessi sentito la meraviglia del sogno che si stava avverando. Negli ultimi mesi ho vissuto un contrasto tra mente e cuore e ho capito che stavo venendo meno alla mia promessa. Ci sono momenti in cui è giusto che il cuore prevalga sulla mente, per questo preferisco fermarmi.Lo faccio senza ripensamenti, insieme alla mia famiglia, che mi ha insegnato a guardare al futuro con curiosità, senza timore. E allora grazie sogno! Perché mi hai dato forza, coraggio, successo e soprattutto mi hai reso felice!”.
Sembra la fine, e invece è solo l’inizio. O, meglio, l’inizio ufficiale di un’avventura umana che era cominciata due anni e mezzo prima, quasi per caso, il 24 marzo 2017, pochi giorni prima della finale di Champions League col Real Madrid, quando un’imbarcazione carica di migranti si rovescia al largo della Libia: 34 i morti, tra cui anche diversi bambini. Claudio legge e si sfoga su Instagram: “Viaggi della speranza che finiscono in tragedia per molte persone! Ancora corpi senza vita nel Mediterraneo. Come sta cambiando il mondo?” .
È la prima volta che Marchisio prende una posizione così forte e netta sui social, e le reazioni non tardano ad arrivare. In un florilegio di commenti entusiasti, arrivano anche le critiche, alcune pesantissime, cariche d’odio: “Pensa alla Champions che è più importante di questi 4 monnezzari”.
Il 20 giugno del 2018, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, compare in una foto in bianco e nero con un cartello dell’Unhcr in mano e un hashtag, #withrefugees, accompagnato da un breve testo: “E tu da che parte stai?”. Anche in quel caso fioccano le reazioni positive, in mezzo all’immancabile vomito delle “bestie”. Claudio alza le spalle e tira dritto.
L'ARTICOLO CONTINUA QUI
fonte: Di Lorenzo Tosa www.tpi.it
In foto: Claudio Marchisio ha vinto 7 scudetti con la Juventus tra il 2008 e il 2018. Credit: Afp/Silvia Lore / NurPhoto
Claudio Marchisio, nuova icona social della sinistra: dai curdi ai diritti Lgbt
"Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini…’, questo scriveva Anna Frank nel suo diario, nel 1942. Oggi, 77 anni dopo, è iniziato il bombardamento della Turchia contro i Curdi in Siria. Una vergogna per tutta la comunità internazionale. Sentiamoci pure responsabili per ogni vittima”. A scrivere questo post, ieri, giovedì 10 ottobre, sui suoi profili social, non è stato un politico, né uno scrittore, un pensatore, un filosofo o un intellettuale. Che ci crediate o meno, queste parole le ha scritte un calciatore.
Da pochi giorni un ex calciatore. Non uno qualsiasi. Uno che è stato capitano della Juventus e, per almeno un lustro, titolare fisso della Nazionale italiana. Il suo nome è Claudio, di cognome fa Marchisio. E per capire chi è davvero e dove nasce questo post, diventato in breve virale, occorre fare almeno tre salti a ritroso nel tempo.
L’ultima stagione calcistica, allo Zenit di San Pietroburgo, è stata la più lunga, difficile, dolorosa e illuminante della carriera di Claudio Marchisio. I numeri dicono molto, ma non tutto: 15 partite giocate, 2 gol segnati, 148 foto pubblicate su Instagram. Claudio in campo è un “vecchio” atleta che lotta contro un corpo che a 33 anni ha smesso di assisterlo, a un’età (e in un’epoca) in cui la maggior parte dei suoi colleghi sono ancora all’apice della forma.
Fuori è un uomo risolto, intelligente, colto, maturo, che legge saggi e romanzi, visita musei e luoghi d’arte, esplora le meraviglie dell’ex capitale zarista, quando parla o concede un’intervista non è mai banale. E, soprattutto, fa Politica. Quella con la P maiuscola. Prende posizione. Sempre. Anche quando non è comodo o conveniente e su temi che non ti attenderesti di vedere uscire dalla bocca di un giocatore di calcio: migranti, clima, ambiente, diritti Lgbt, le lotte sindacali dei pastori sardi.
Gli ultimi mesi a San Pietroburgo sono la fotografia esatta – e, in qualche modo, un antipasto – della seconda vita del “Principino”: un neo nell’universo banale, ipocrita, convenzionale e iper-standardizzato del calcio italiano e mondiale. Non è un caso se, meno di tre mesi dopo, Claudio Marchisio in una conferenza stampa affollata a Torino pronuncia le sue ultime parole da calciatore.
“Avevo fatto una promessa al bambino che sognava di diventare un calciatore. Avrei continuato a giocare fino a quando, mettendo piede in campo, avessi sentito la meraviglia del sogno che si stava avverando. Negli ultimi mesi ho vissuto un contrasto tra mente e cuore e ho capito che stavo venendo meno alla mia promessa. Ci sono momenti in cui è giusto che il cuore prevalga sulla mente, per questo preferisco fermarmi.Lo faccio senza ripensamenti, insieme alla mia famiglia, che mi ha insegnato a guardare al futuro con curiosità, senza timore. E allora grazie sogno! Perché mi hai dato forza, coraggio, successo e soprattutto mi hai reso felice!”.
Sembra la fine, e invece è solo l’inizio. O, meglio, l’inizio ufficiale di un’avventura umana che era cominciata due anni e mezzo prima, quasi per caso, il 24 marzo 2017, pochi giorni prima della finale di Champions League col Real Madrid, quando un’imbarcazione carica di migranti si rovescia al largo della Libia: 34 i morti, tra cui anche diversi bambini. Claudio legge e si sfoga su Instagram: “Viaggi della speranza che finiscono in tragedia per molte persone! Ancora corpi senza vita nel Mediterraneo. Come sta cambiando il mondo?” .
È la prima volta che Marchisio prende una posizione così forte e netta sui social, e le reazioni non tardano ad arrivare. In un florilegio di commenti entusiasti, arrivano anche le critiche, alcune pesantissime, cariche d’odio: “Pensa alla Champions che è più importante di questi 4 monnezzari”.
Il 20 giugno del 2018, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, compare in una foto in bianco e nero con un cartello dell’Unhcr in mano e un hashtag, #withrefugees, accompagnato da un breve testo: “E tu da che parte stai?”. Anche in quel caso fioccano le reazioni positive, in mezzo all’immancabile vomito delle “bestie”. Claudio alza le spalle e tira dritto.
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fonte: Di Lorenzo Tosa www.tpi.it
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martedì 8 ottobre 2019
Cinema: "La scomparsa di mia madre" di Beniamino Barrese. Nelle sale da giovedì 10 ottobre 2019
Un corpo a corpo tra Benedetta Barzini, prima italiana a posare per Vogue, e la macchina da presa di suo figlio. Beniamino Barrese racconta sua madre, Benedetta Barzini, top model negli
anni 60, musa di fotografi e artisti, da Irving Penn a Richard Avedon,
da Andy Warhol a Salvador Dalì.
Durante il casting per un film a lei dedicato, alcune modelle cercano di
entrare nel personaggio della top model Benedetta Barzini, la prima
modella italiana a comparire nel 1963 su "Vogue" America per volere
della leggendaria fashion editor Diana Vreeland (immortalata nel
documentario di Lisa Ammordino).
Ma quest'inizio in chiave fiction, con
luce artefatta da photoshooting è un depistaggio: qualcosa che, per
contrasto, faccia risaltare la reale natura di Barzini, imponendosi con
forza su quella bidimensionale, amplificata dalle passerelle, dalle
cover di riviste come "Harper's Bazaar" agli altri media.
"Ho passato la vita a filmare e fotografare mia madre, senza sapere
perché. È stata la mia prima modella, la mia preferita. Quando mi ha
detto di aver deciso di andarsene e di non tornare mai più, ho capito
che non ero pronto a lasciarla andare".
Beniamino Barrese. PER IL TRAILER CLICCA QUI
Come esergo al suo
lungometraggio d'esordio, selezionato dal Sundance 2019 nella sezione
World Cinema Documentary, Beniamino Barrese (1986), figlio della
fotomodella di fama mondiale nata nel 1943, pone questa dichiarazione
per spazzare via ogni equivoco: La scomparsa di mia madre non vuole essere biopic di fiction né documentario informativo, celebrativo o testamentario (alla Franca: Chaos and Creation di Francesco Carrozzini).
Anzi, è quasi chirurgico nel non dare coordinate su famiglie e
parentele, e sbrigativo nel sintetizzare il periodo newyorkese trascorso
a braccetto con star dell'arte e del jet set tanto quanto nel motivare
una recente sessione di lavoro alla London Fashion Week.
È molto concentrato sulla ricerca di riappropriazione di un'immagine nella sua autenticità, sul tentativo di sottrarre un viso, un corpo, allo sguardo del sistema moda e alla sua rappresentazione convenzionale per restituirlo ai momenti più ordinari, agli atteggiamenti meno glamour. Al tempo stesso è il sogno di comporre e trattenere, da figlio, l'essenza di una "super madre", per di più riluttante, per non dire recalcitrante, ad essere ripresa (anche se come attrice è comparsa come madre di Luca Marinelli in Tutti i santi giorni di Paolo Virzì). Ad essere seguita nella sua quotidianità post hippie (che qui comprende anche una visita pseudo estemporanea della collega e coetanea Lauren Hutton), vissuta però con la stessa ieratica nonchalance di quando - cigno, donna aliena, scultura di Giacometti - posava davanti agli obbiettivi di noti fotografi.
È molto concentrato sulla ricerca di riappropriazione di un'immagine nella sua autenticità, sul tentativo di sottrarre un viso, un corpo, allo sguardo del sistema moda e alla sua rappresentazione convenzionale per restituirlo ai momenti più ordinari, agli atteggiamenti meno glamour. Al tempo stesso è il sogno di comporre e trattenere, da figlio, l'essenza di una "super madre", per di più riluttante, per non dire recalcitrante, ad essere ripresa (anche se come attrice è comparsa come madre di Luca Marinelli in Tutti i santi giorni di Paolo Virzì). Ad essere seguita nella sua quotidianità post hippie (che qui comprende anche una visita pseudo estemporanea della collega e coetanea Lauren Hutton), vissuta però con la stessa ieratica nonchalance di quando - cigno, donna aliena, scultura di Giacometti - posava davanti agli obbiettivi di noti fotografi.
Se al centro del discorso, oltre al desiderio di fuga e anonimato della protagonista, c'è un conflitto sui limiti del rappresentabile, non c'è dubbio che un elemento invisibile risalti con forza: l'amore incondizionato e parossistico tra i due.
Nell'ossessività connaturata a questo corpo a corpo, letteralmente esclusivo, tra il giovane filmmaker e la ex modella, che oggi sono agli antipodi quanto a desiderio di visibilità, il ritratto di donna anticonvenzionale, che qui gioca sempre a depotenziare, demistificare se stessa ("la mia faccia non è in vendita", o "la bellezza non è un merito", dice preparandosi a ricevere un'onorificenza ufficiale) trova una propria forma anche nella scelta di usare il più possibile la luce naturale e nell'armonia tra materiali e supporti diversi: il digitale della camera a mano, la pellicola a 16 e 35mm degli anni del successo e della prima maternità, gli home movies video sgranati di Barrese ragazzino, gli inserti televisivi.
Che il desiderio di scomparire sia effettivo o simbolico non è poi così rilevante: resta un insistente, liberatorio appello a rivendicare la propria indipendenza e individualità, che si muove tra filtratissimi cenni biografici, gesti prosaici in spregio all'ossessione estetica e rari, abbacinanti lampi di tenerezza e gioco.
fonte: Recensione di Raffaella Giancristofaro www.mymovies.it
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Lgbt. Florence Queer Festival 2019: il 15 ottobre apre l'edizione 17 a Firenze
Alcune anticipazioni su un programma che porterà nel capoluogo toscano il meglio delle produzioni cinematografiche del settore, approfondimenti, presentazioni di libri e due esposizioni con un fil rouge: l’impegno politico e sociale.
LISTA DI TUTTI GLI EVENTI CLICCA QUI PER INFO
Si apre infatti con un documentario in anteprima italiana che arriva dalla Francia e racconta il percorso di origine del “pride”, delle lotte per i diritti e l’uguaglianza.”The spark” di Benoît Marocco aprirà la prima notte del FQF. San Francisco, Parigi, New York: dalle repressioni del movimento negli anni ’60 alle battaglie per i matrimoni degli anni 2000. Il quarantenne Benoît è al suo quarto film con Spark ma attivo come regista, ma anche come giornalista e autore ormai da una ventina di anni e la proiezione fiorentina sarà la prima italiana. Il 15 ottobre si apre già nel pomeriggio alle 17,30 con la proiezione di due documentari: Fuori!Storia del primo movimento omosessuale in Italia e Pisa 1979-2009, la prima marcia gay 30 anni dopo.
Il FQF19 quest’anno ha selezionato numerosi documentari per raccontare il mondo LGBTQI* di fronte alle nuove sfide sociali e politiche. Doc italiani come quello firmato da Carlotta Cerquetti, Linfa, un racconto musicale sulla scena underground trans-queer- femminista di Roma Est. Doc che provengono dall’altra parte dell’oceano per raccontare l’America, gli Stati Uniti del sud subito dopo le elezioni del 2016 grazie al tour del Gay Men’s Chorus di San Francisco (Gay Chorus Deep South - di David Charles Rodrigues, Usa, 2018).
Già nel 2018 in FQF aveva dato spazio a film che ripercorrevano la storia delmovimento e quest’anno non si è fatto scappare un altro documentario, quello di Megan Rossman, The archivettes, sulla nascita del Lesbian Herstory Archives, il più grande archivio al mondo sulla storia e cultura lesbica. Il racconto di una squadra di volontarie che per 40 anni si sono dedicate alla raccolta ed archiviazione di informazioni e notizie sul tema per sconfiggere la paura dell’oblio.
Omaggio a Barbara Hammer, recentemente scomparsa, con History Lessons, irriverente lavoro in cui la regista ripercorre la storia del movimento lesbico manipolando proprio i materiali di archivio, peep show e melodrammi lesbici vintage. Altro documentario che scava in immagini d’archivio, anche se più recenti, Generazione Diabolika, di Silvio Laccetti: immagini di repertorio e interviste per raccontare il party Diabolika, del Muccassassina, che all’inizio del nuovo millennio è diventato un vero e proprio fenomeno sociale.
Ci siamo tenuti per ultima la segnalazione di MAPPLETHORPE di Ondi Timoner (Usa 2018, 102’): biopic che esplora l’arte e la sessualità di uno dei più noti fotografi del secolo scorso, Robert Mapplethorpe, famoso per i suoi scatti di nudi in black&white, scomparso giovanissimo, nel 1989, di aids.
Non possiamo non segnalare altri tre titoli importanti del programma di questa edizione. Orpheus’song di Tor Iben, regista di Where are you going habibi?, Wild nights with Emily di Madeleine Olnek e Vita e Virginia di Chanya Button due lungometraggi dedicati, il primo a una insolita Emily Dickinson e l’altro all’amore tra Vita e Virginia (Woolf).
Il FQF19 rinnova la sua attenzione alle nuove leve del cinema dedicato all’universo gay lesbico, bisex e transgender con la proiezione, tutti i pomeriggio, dalle 17,15, dei corti selezionati per il VideoQueer: corti e cortissimi che arrivano da tutto il mondo. Ricordiamo poi che il Festival proporrà non solo cinema, anche mostre. A cura di Bruno Casini e Luca Locati Luciani “Over the Rainbow 1969-1989. Vent'anni di clubbing e culture LGBT+, da New York a Firenze”. Che connessione c’è tra i movimenti di Stonewall Inn e il capoluogo toscano? Un mese prima degli eventi d’oltre oceano uno sparuto gruppo di omosessuali aveva distribuito volantini per protestare contro le persecuzioni omotransfobiche messe in atto dalla polizia fiorentina a seguito dell’omicidio di Ermanno Lavorini avvenuto a Vecchiano il 31 gennaio di quell’anno. In esposizione ci saranno volantini, riviste e memorabilia di gruppi LGBT+ come il Fuori!, il collettivo Boccadoro o Linea Lesbica Fiorentina.
Altra mostra, sempre al Cinema La Compagnia, a cura di Sandra Nastri, Gianna Parenti*Eva Von Pigalle, un corpo che cambia...sulla scena, sulla tela, nella sua vita. Attrice, modella, pittrice, attivista e co-fondatrice del MIT (Movimento Italiano Transessuali). A dieci anni dalla scomparsa, un omaggio alle sue molteplici vite attraverso polaroid, abiti di scena, foto. Un assaggio che vi aiuterà a apprezzare appieno la scelta della Direzione di inserire in programma Splendori e miserie di Madame Royale di Vittorio Caprioli (16 ottobre ore 15,30), film del 1970, che vede un Ugo Tognazzi nei panni di Alessio, ex ballerino omosessuale che per amore di una figlia trovata fa di tutto pagando un prezzo salatissimo.
Non ci resta che ricordare anche che il FQF non è solo cinema ma anche presentazioni di libri
(I movimenti omosessuali di liberazione, Sguardi che contano, 1969-1989: Venti anni di clubbing e culture lgbt a Firenze, solo per citarne alcuni) e incontri. Il 19 ottobre alle 11 una mattinata dedicata alla memoria di Derno Ricci, fotografo ritrattista naturalista, a dieci anni dalla sua scomparsa.
Anticipazione il 14 ottobre alle 18,30 a Villa Rosa in Piazza Savonarola a Firenze per una Lecture tenuta dal vice Direttore della Syracuse University, Bob Vallier, dal titolo “The stateof quel theory today”. Il Florence Queer Festival è organizzato dall’associazione Ireos - Centro Servizi Autogestiti per la Comunità Queer di Firenze, in collaborazione con Arcilesbica Firenze e Music Pool, con il contributo della Regione Toscana.
Infoline:
Ireos: 055 216907 MusicPool: 055 240397
info@florencequeerfestival.it
Tutte le proiezioni sono vietate ai minori di 18 anni.
Ufficio Stampa, Isabella Mancini, isabellamancini@gmail.com, 3391156877
Ecco alcuni dei trailer dei film del Festival mentre, in file separato, troverete tutto il
programma del cinema, delle presentazioni dei libri e degli eventi collaterali.
THE SPARK - the origins of pride - Benoît Masocco (PRIMA ITALIANA)
Per il Trailer clicca QUI
VITA & VIRGINIA - Chanya Button PRIMA ITALIANA)
Per il Trailer clicca QUI
MAPPLETHORPE - Ondi Timoner (trovi anche immagini risoluzione stampa clicca QUI
Per il Trailer clicca QUI
WILD NIGHTS WITH EMILY - Madeleine Olnek
Per il Trailer clicca QUI
fonte: Isabella Mancini Comunicazione
lunedì 7 ottobre 2019
"Yuli - Danza e Libertà" La storia di Carlos Acosta, in arte Yuli, vera e propria leggenda della danza
La storia di Carlos Acosta, ballerino cubano ritiratosi dalle scene nel
2015 dopo una straordinaria carriera nelle più grandi compagnie del
mondo, in particolare presso la Royal Ballet di Londra.
Bambino
indisciplinato che vive coi genitori e le due sorelle a L’Havana, Carlos
viene costretto dal padre – che lo ha soprannominato Yuli in onore di
una divinità afroamericana – a frequentare la rinomata Escuela Nacional
Cubana de Ballet, assecondando così un naturale talento per la danza.
Dopo anni di esercizi e scontri gli insegnanti, di difficoltà economiche
e piccole umiliazioni, Carlos riuscirà a vincere un’importante concorso
a Losanna, e da lì a conquistare il mondo, senza mai dimenticare le
origini e il legame con la famiglia.
La regista basca Icíar Bollaín porta sullo schermo l’autobiografia di
Acosta ‘No Way Home’ replicando nel film la struttura del testo di
partenza: lo stesso Acosta è presente in scena come una sorta di
narratore interno, commentando la sua vita con alcuni numeri di danza di
cui è coreografo o direttamente protagonista.
Nella mitologia yoruba e nei
culti afroamericani, Yuli è il figlio di Ogun, semidio della guerra e
del fuoco: un combattente, un guerriero. Carlos Acosta, oggi ex
ballerino alle soglie dei cinquant’anni, nel mondo della danza
contemporanea è stato il primo “principal” di colore del Royal Ballet,
un guerriero anche lui, un ballerino rivoluzionario.
Il paragone tra il protagonista e la figura mitologica a cui è stato accostato dal padre («Un uomo che mi ha amato alla sua maniera e secondo le sue regole», dice Acosta), è ribadito a ogni passaggio come la principale chiave di lettura del film: Yuli - Danza e libertà è la storia di una battaglia interiore, la conquista del mondo da parte di un eroe di strada. Dai vicoli di L’Havana e dalla breakdance ballata sull’asfalto, Carlos approda alla danza classica e ai grandi palcoscenici; impara a controllare l’esuberanza caratteriale e traduce la potenza esplosiva del suo fisico in una compostezza di estrema eleganza. Il suo percorso conduce dal caos al controllo assoluto, dall’anarchia all’arte.
Costruito come un classico
racconto di formazione, il film è giocato su un doppio binario
espressivo: la ricostruzione della vita di un bambino (e poi di un
ragazzo) mezzosangue cresciuto in una Cuba impoverita dall’embargo
americano – figlio di genitori separati, legato alle due sorelle
maggiori e da adulto costretto a soffrire da lontano per la schizofrenia
di una delle due – e il lavoro del vero Acosta, che coreografa ed
esegue con la sua compagnia una serie di numeri che funzionano da
commento alle scene di finzione. Il paragone tra il protagonista e la figura mitologica a cui è stato accostato dal padre («Un uomo che mi ha amato alla sua maniera e secondo le sue regole», dice Acosta), è ribadito a ogni passaggio come la principale chiave di lettura del film: Yuli - Danza e libertà è la storia di una battaglia interiore, la conquista del mondo da parte di un eroe di strada. Dai vicoli di L’Havana e dalla breakdance ballata sull’asfalto, Carlos approda alla danza classica e ai grandi palcoscenici; impara a controllare l’esuberanza caratteriale e traduce la potenza esplosiva del suo fisico in una compostezza di estrema eleganza. Il suo percorso conduce dal caos al controllo assoluto, dall’anarchia all’arte.
L’intento della regista non è però quello di mostrare la forza scenica della danza di Acosta (magari provando ad avvicinare l’operazione che Wenders ha fatto con l’opera di Pina Bausch), ma di prolungare le emozioni costruite ad arte dalla sceneggiatura: il conflitto tra padre e figlio, tra singolo e autorità, tra libertà e costrizione, e poi, nel corso della vita del protagonista, tra ambizione e amore, vicinanza e oblio.
Il Carlos Acosta raccontato dal film è un personaggio monolitico come il semi-dio a cui s’ispira. Nella parabola narrativa tracciata, la sua debolezza è la sua forza, la sua energia alimenta la sua grazia. Lo stile senza fronzoli di Bollaín, che gestisce abilmente toni e colori, momenti di tensione e di scoramento, di felicità e di dolore, serve semplicemente a illustrare un cammino di gloria. Il risultato è un ritratto onesto, molto simile all’album di ritagli di giornale e di fotografie del figlio che il padre di Carlos ha custodito gelosamente per tutta la vita, guarda caso la prima cosa a vedersi nel film…
fonte: Recensione di Roberto Manassero www.mymovies.it
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Lgbt: Helen Mirren: «Se le Terf non accettano che le donne trans sono donne, allora non sono una Terf»
«Se essere una Terf significa non accettare che le donne trans sono donne, allora non sono una Terf».
A dire questo é stata l’attrice premio Oscar Helen Mirren, famosa, principalmente, per aver interpretato il ruolo della Regina Elisabetta II in The Queen, del 2006, nel corso di un’intervista a Radio Times, il 1 di ottobre.
Ma non solo
La Mirren ha anche affermato che “il binarismo di genere non esiste.
Sono giunta alla conclusione, molto tempo fa, che non c’è il nero e non
c’è il bianco, e che siamo tutti, da qualche parte, nel mezzo di un meraviglioso mix di maschile e femminile».
Ognuno di noi é un mondo a sé stante. In
ognuno di noi convive sia un lato maschile che un lato femminile. Tutto
dipende, solamente, da quale dei due lati prevale di più. E,
quest’intervista, dimostra, ancora una volta, che non serve essere geni
per capire che ogni persona ha la sua dignità. Che non deve essere
buttata nel cesso.
fonte: Author: elycos boundlessrainbowlove.wordpress.com
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