venerdì 9 settembre 2022

Libri: "Elisabetta. L'ultima regina" di Vittorio Sabadin

«Dichiaro di fronte a voi che l'intera mia vita, per lunga o corta che sia, sarà dedicata al vostro servizio e al servizio della grande famiglia imperiale alla quale tutti noi apparteniamo.»

Il 10 dicembre del 1936 Edoardo VIII rinuncia al trono d'Inghilterra per amore dell'americana Wallis Simpson. Il nuovo sovrano è suo fratello "Bertie", Giorgio vi, padre di Elisabetta e Margaret. In quei giorni la piccola Margaret, che ha solo sei anni, chiede alla sorella maggiore: «Questo significa che poi diventerai regina anche tu?». «Suppongo di sì», risponde Elisabetta, improvvisamente molto seria. E Margaret commenta, candida: «Povera te». 

Quasi ottant'anni dopo, il 9 settembre 2015, la regina Elisabetta II ha superato il record del regno di Vittoria, durato 63 anni e 217 giorni, divenendo il sovrano che ha regnato più a lungo nella storia della Gran Bretagna. Vittorio Sabadin racconta la straordinaria vita di Elisabetta: la lunga storia d'amore con Filippo di Grecia, dal loro primo incontro, a bordo dello yacht reale, quando lui era soltanto un giovane allievo ufficiale della Marina e lei aveva appena tredici anni, sino ai festeggiamenti per le loro nozze di diamante (unici reali nella storia inglese a raggiungere il traguardo); il complesso rapporto con il figlio Carlo e con "la principessa del popolo", Diana; le relazioni, non sempre facili, con i capi di Stato stranieri e con i premier inglesi - memorabili i contrasti con Margaret Thatcher e Tony Blair. 

Una biografia curiosa e documentata, che intreccia i grandi eventi storici e gli aneddoti più intimi e personali, restituendo un ritratto spesso sorprendente della Regina: Sabadin ci rivela risvolti inediti della ben nota passione di Elisabetta per i cavalli e i cani corgi, ci spiega i segreti del suo inconfondibile stile e ci conduce persino a bordo del Britannia, l'amato Royal Yacht su cui la Regina ha trascorso molti dei suoi rari momenti di riposo. 

Ultima rappresentante di un modo di concepire la regalità come servizio e dovere, fortemente convinta dell'imparzialità del suo ruolo nei confronti della politica e della netta divisione tra la sfera pubblica e istituzionale e quella privata, Elisabetta II è riuscita a diventare nel tempo un'icona per generazioni distanti e molto diverse tra loro: nessuno, per quanti secoli possa ancora durare la monarchia britannica, sarà più come Elisabetta, l'ultima regina. 

Vittorio Sabadin

È stato corrispondente da Londra per “La Stampa”, giornale nel quale ha ricoperto per molti anni incarichi di vertice. Studia da tempo la storia e le tradizioni britanniche, la musica di Mozart e l’impatto dei nuovi media digitali sui giornali di carta, tema sul quale ha scritto il libro L’ultima copia del New York Times (Donzelli, 2007). Da anni collabora con il Teatro Regio di Torino per ideare adattamenti di opere liriche destinati ai ragazzi delle scuole. Per Utet ha pubblicato Elisabetta, l’ultima regina (2015), Carlo, il principe dimenticato (2016), Diana, vita e destino (2017).  

fonte: www.ibs.it

Libro: "Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza" di Maura Gancitano

La bellezza oggi è qualcosa di ben preciso a cui adeguarsi: un certo modo di vestire, di mangiare, di parlare, di camminare. Non si tratta di una questione puramente estetica, ma di una tecnica politica di esercizio del potere. In altre parole, di una gabbia dorata in cui non ci rendiamo conto di essere rinchiusi.

Il libro

L’idea che la bellezza sia qualcosa di oggettivo e naturale è una superstizione moderna. Infatti non è mai esistita un’epoca in cui non convivessero estetiche e sensibilità diverse. 

Il culto della bellezza è diventato una prigione solo di recente: quando le coercizioni materiali verso le donne hanno iniziato ad allentarsi, il canone estetico nei confronti del loro aspetto è diventato rigido e asfissiante, spingendole alla ricerca di una perfezione irraggiungibile. 

Qui sta il punto: l’idea di bellezza ha subito con la società borghese uno spostamento di significato, da enigma a modello standardizzato che colonizza il tempo e i pensieri delle donne, facendole spesso sentire inadeguate. Il risultato è che viviamo in un tempo in cui le persone potrebbero essere finalmente libere, ma in cui, al contrario, ha valore e dignità solo ciò che risponde a determinati parametri. 

Ripensare la bellezza al di là dell’indottrinamento e del consumo significa coglierla come percorso di fioritura personale, lontano da qualunque tipo di condizionamento esterno. 

In questo libro Maura Gancitano racconta la storia di un mito antico quanto il mondo e ci fa vedere come le scoperte della filosofia, dell’antropologia, della psicologia sociale e della scienza dei dati possano distruggere un’illusione che ci impedisce ancora di ascoltare e seguire i nostri autentici desideri e di vivere liberamente i nostri corpi.

fonte: www.einaudi.it

Mostre: Milano a Palazzo Reale "Richard Avedon - Relationships" dal 22/09/22 al 29/01/23

Nadja Auermann, Cindy Crawford, Stephanie Seymour, Claudia Schiffer, Christy Turlington, Maximo Morrone, Vladimir McCrary, Eric Etebari, Marcus Schenkenberg, Versace – FW 1994 © The Richard Avedon Foundation
La Mostra

Il 15 maggio del 1923 nasce a New York Richard Avedon, destinato a cambiare per sempre il concetto stesso di fotografia, di moda e non solo.

In oltre sessant’anni di carriera, il fotografo Richard Avedon ha prodotto foto di moda innovative e ritratti affascinanti. Nell’arco della sua vita ha lavorato con tante modelle e immortalato un’ampia gamma di soggetti, creando un poderoso corpus di opere che offre la possibilità di osservare da vicino attori, danzatori, celebrità, attivisti per i diritti civili, capi di stato, inventori, musicisti, artisti visivi e scrittori. Richard Avedon: Relationships presenta una selezione di queste fotografie, tratta dall’ampia collezione del Center for Creative Photography (CCP), che permetterà ai visitatori di approfondire il suo modo di fotografare le persone e di comprendere meglio, grazie a un confronto tra le opere, tanto la sua pratica quanto i soggetti da lui immortalati.

Due sono i temi esplorati nella mostra Richard Avedon: Relationships. In primo luogo, che cosa possiamo apprendere su Avedon, la persona nella foto e il rapporto tra i due quando il medesimo soggetto viene fotografato a distanza di tempo o è protagonista di una sequenza di immagini? Secondo: come cambiano i ritratti e le foto di moda quando Avedon vi include più persone? 

La struttura della mostra di Avedon

La mostra consente di approfondire le caratteristiche innovative dell’arte di Richard Avedon che ne hanno fatto uno degli autori più influenti del XX secolo. Se da un lato, ha rivoluzionato il modo di fotografare le modelle, trasformandole da soggetti statici ad attrici protagoniste del set, mostrando anche il loro lato umano, dall’altro i suoi sorprendenti ritratti di celebrità, in bianco e nero e spesso di grande formato, sono capaci di rivelare il lato psicologico più interiore della persona ritratta.

< Photo: Dovima with elephants, evening dress by Dior, Cirque d'Hiver, Paris, August 1955 © The Richard Avedon Foundation

Il percorso espositivo, suddiviso in dieci sezioni, si costruisce attorno alle due cifre più caratteristiche della sua ricerca: le fotografie di moda e i ritratti.

Quelle di moda si possono raggruppare in due periodi principali. 

Le immagini giovanili, realizzate prima del 1960, sono scattate “on location” e mettono in scena modelle che impersonano un ruolo per evocare una narrazione. Le opere successive, invece, si concentrano esclusivamente sulla modella e sui capi che indossa. In queste foto più tarde, Avedon utilizza spesso uno sfondo minimalista e uniforme, e ritrae il più delle volte il soggetto in pose dinamiche, utilizzando le forme fluide del corpo per rivelare la costruzione, il tessuto e il movimento dell’abito.

La mostra propone una nutrita selezione di ritratti di celebrità del mondo dello spettacolo, attori, ballerini, musicisti ma anche di attivisti per i diritti civili, politici e scrittori, tra cui quelli dei Beatles (John Lennon, Paul McCartney, George Harrison, Ringo Starr), ma anche di Bob Dylan, di Michelangelo Antonioni, Allen Ginsberg, Sofia Loren, Marylin Monroe, del Dalai Lama e due di Andy Warhol, dove il padre della Pop art americana decide di mostrare la sua intimità a Richard Avedon esibendo le sue cicatrici da arma da fuoco, dopo essere sopravvissuto a un tentativo di omicidio.

Per quanto tutti i ritratti di Avedon siano caratterizzati da uno specifico focus sul soggetto, da un’ossessiva attenzione al dettaglio e dalla staticità della composizione, il fotografo sviluppò il particolare stile per il quale è noto intorno al 1969. Fra i tratti salienti del suo approccio peculiare è da includere l’uso dello sfondo bianco, che gli consentiva di eliminare i potenziali elementi di distrazione di un dato set fotografico per enfatizzare le qualità della posa, dei gesti e dell’espressione. Inoltre, Avedon lavorava principalmente con una fotocamera di grande formato e riprendeva il soggetto abbastanza da vicino perché occupasse gran parte dell’inquadratura, rafforzando nell’osservatore la consapevolezza dello spazio negativo tra la figura e il margine. L’interazione tra figura e vuoto, tra corpo e spazio, tra forma solida e potere definente del bordo è la chiave della potenza delle sue immagini. 

Il fascino di queste foto non è legato solo alla composizione, ma anche al senso di intimità che esse evocano. Avedon dà vita a ritratti potentemente descrittivi che avvicinano l’osservatore ai soggetti effigiati. La capacità di vedere i singoli peli di un sopracciglio, i contorni di ogni ruga o la trama di un abito pone l’osservatore a una distanza generalmente riservata a coniugi, amanti, genitori o figli. In questo spazio privato, possiamo indugiare a nostro piacimento, assimilando lentamente i dettagli che definiscono il volto di una persona, le sue mani, il suo corpo, gli abiti che indossa. 

< Photo: Carmen (homage to Munkácsi), coat by Cardin, Place François-Premier, Paris, August 1957 © The Richard Avedon Foundation

Chiude il percorso una sezione interamente dedicata alla collaborazione tra Richard Avedon e Gianni Versace, iniziata con la campagna per la collezione primavera/estate 1980, che decretava l’esordio dello stilista, fino a quella della collezione primavera/estate 1998, la prima firmata da Donatella Versace.

Il lavoro di Avedon per Versace è l’espressione di quel rapporto unico tra designer e fotografo che genera immagini immortali, destinate a una zona fuori dal tempo, al di là del racconto circoscritto della stagionalità e capaci di rivoluzionarne la narrazione globale.   

INFO EVENTO >> Acquista qui i tuoi biglietti

Centosei immagini, che raccontano oltre sessant’anni di carriera di uno dei maestri della fotografia del Novecento. https://avedonmilano.it/

Dal 22 settembre 2022 al 29 gennaio 2023, Palazzo Reale di Milano celebra Richard Avedon (1923-2004), uno dei maestri della fotografia del Novecento, con la mostra dal titolo Richard Avedon: Relationships che ne ripercorre gli oltre sessant’anni di carriera attraverso 106 celebri immagini.

Una grande rassegna per approfondire l’arte innovativa del fotografo americano: se da un lato, Avedon ha rivoluzionato il modo di fotografare le modelle, trasformandole da soggetti statici ad attrici protagoniste del set, mostrando anche il loro lato umano, dall’altro, i suoi sorprendenti ritratti di celebrità, in bianco e nero e spesso di grande formato, sono capaci di rivelare il lato psicologico più interiore della persona ritratta.

Una sezione della mostra è dedicata alla collaborazione tra Richard Avedon e Gianni Versace, iniziata con la campagna per la collezione primavera/estate 1980, che decretava l’esordio dello stilista, fino a quella della collezione primavera/estate 1998, la prima firmata da Donatella Versace.

Le sezioni della mostra

I. The Artist
II. The Premise of The Show
III. Early Fashion
IV. Actors and Directors
V. Visual Artists
VI.  Performing Artists / Musicians and Writers / Poets
VII. Avedon’s People
VIII. Politics
IX. Late Fashion
X. Versace

fonte:  https://avedonmilano.it/

Morte di Elisabetta II. La faccia della Regina impressa su 4,5 miliardi di sterline: ma ora tocca a Carlo III

Nel Regno Unito si dovrà avviare il 'royal rebranding', ovvero la sostituzione dell'iconografia legata alla regina

Con la salita al trono di Carlo III, dopo la morte della regina Elisabetta II, nel Regno Unito si avvia anche quello che la Bbc ha chiamato il 'royal rebranding', che riguarda i cambiamenti dell'iconografia legata alla longeva monarca su francobolli, monete e la sua menzione in preghiere e inno nazionale. 

Al momento ci sono 4,5 miliardi di banconote in sterline in circolazione con sopra il volto della regina, per un valore complessivo di 80 miliardi di sterline. La loro sostituzione col ritratto del nuovo monarca richiederà probabilmente almeno due anni. 

Quando la regina salì al trono nel 1952, il monarca non era presente sulle banconote. La situazione cambiò nel 1960, quando il volto di Elisabetta II iniziò ad apparire sulle monete. La testa della regina compare anche su alcune banconote da 20 dollari in Canada, su monete in Nuova Zelanda e su tutte le monete e banconote emesse dalla banca centrale dei Caraibi orientali, così come in altre zone del Commonwealth. Anche l'ufficio postale sostituirà i francobolli con l'immagine del profilo del nuovo monarca: Carlo III.

fonte: www.rainews.it

mercoledì 7 settembre 2022

Libri: "Pizza per tutti. Ricette, impasti e metodi di cottura" di Fulvio Marino

Fulvio Marino, mugnaio, panettiere e volto noto della Tv, in questo libro ci conduce alla scoperta del fantastico mondo della pizza. 

Lo fa proponendo ricette che appartengono a tradizioni diverse, ma non solo: questo volume, infatti, vuole essere un punto di riferimento, al contempo autorevole e accessibile, per tutti coloro che vogliono avere informazioni e consigli sulle lievitazioni, gli impasti, le tipologie di farina e i metodi di cottura. 

Un libro animato dalla grande passione di Fulvio Marino per la pizza e la panificazione, un alleato prezioso per preparare la pizza in casa e stupire amici e parenti in ogni occasione.

Mugnaio di terza generazione, Fulvio Marino in mezzo alla farina ci è nato. 

Volto noto delle trasmissioni di Antonella Clerici, Fulvio Marino è nato a Cuneo, in una famiglia di mugnai, con un mulino che dalle Langhe ha ormai raggiunto la fama internazionale. Lavora nell'azienda di famiglia ed è responsabile delle panetterie della catena Eataly.  

Tra le sue pubblicazioni il libro Dalla terra al pane (Cairo, 2021) >> Articolo QUI

"Pizza per tutti. Ricette, impasti e metodi di cottura"
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Classe 1986, piemontese, oggi segue le orme di nonno Felice, di papà Ferdinando e di zio Flavio lavorando nell'azienda di famiglia Mulino Marino a Cossano Belbo (Cuneo) nel cuore delle Langhe.

Fu il nonno, infatti, ad acquistare nel 1956 un mulino a pietra dando vita a un'attività che si è ampliata negli anni.

Crea il suo primo lievito madre all'età di 14 anni e dopo la laurea in Scienze della Comunicazione, inizia a dedicarsi a tempo pieno alla sua passione per il mondo della panificazione: lavorando nel mulino di famiglia e diventando capo delle panetterie di Eataly nel mondo.

Da settembre 2020 partecipa alla trasmissione "È sempre mezzogiorno"di Antonella Clerici su Rai 1 con la sua rubrica Il pane quotidiano nella quale spiega ricette e tecniche di panificazione.

fonte: www.lafeltrinelli.it  lisadelgreco.blogspot.com

domenica 4 settembre 2022

Danza: Roberto Bolle maestro per 1.600 allievi, 'che emozione'. In Piazza Duomo a Milano l'evento più atteso di On Dance

Hanno cominciato a riempire la piazza del Duomo di Milano dalle 7 del mattino i 1.607 allievi, dai 5 anni in su, che hanno risposto all'invito di una lezione collettiva di danza con Roberto Bolle.

Si tratta dell'evento più atteso dell'edizione 2022 di On Dance, la manifestazione dedicata ad ogni forma di ballo, nata da un'idea dell'etoile della Scala nel 2018.

 "È stata un'emozione fortissima vedere questa piazza piena, tanto entusiasmo da parte di questi ragazzi e soprattutto tanta disciplina - ha detto alla fine Bolle -. E' l'immagine scelta quest'anno per lanciare a tutti, e soprattutto alle istituzioni, il messaggio dell'importanza della danza, come passione, come momento per stare insieme, e anche come lavoro: la danza deve essere difesa e sostenuta".

Per il Ballo in bianco, sono arrivati gli allievi di un centinaio di scuole di danza da 17 regioni italiane. Tutti vestiti di bianco per gli esercizi alla sbarra indicati da Bolle, al quale si è aggiunta a sorpresa, come prima allieva della lezione, anche la ballerina della Scala Nicoletta Manni, sul palchetto al centro di Piazza Duomo. 

Emozionantissimi e disciplinati per tutti i 40 minuti della lezione gli allievi, mentre tutto attorno sul sagrato si è assiepato il pubblico che ha applaudito ad ogni passaggio. Il Ballo in Bianco è stato realizzato in collaborazione con AssoDanza, associazione di tutela e rappresentanza del mondo della Danza che conta in Italia oltre 10.000 associazioni tutelate, rappresentando il 75% dell'intero comparto delle Scuole Private di danza, che sono circa 15.000. 

In esse operano 30.000 tra insegnanti, coreografi, educatori, in ambito culturale, sportivo, sociale e raggiungono con la propria attività circa 2,5 milioni di famiglie italiane. On Dance, cominciato il 2 settembre, si chiude domani sera con il Final Show al Castello Sforzesco.

fonte: Redazione ANSA www.ansa.it photo RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

Cinema: “Io sono in ogni scena. E questa è stata la sfida più grande”. Trace Lysette a Venezia 79 con Monica

ph. Gianmarco Chieregato
 - Il suo è un mondo di dolore ma anche di coraggio. Trace   Lysette, attrice e attivista transgender, protagonista del film di Andrea Pallaoro si racconta a Elle

 Trace Lysette ha 34 anni e tre stelle tatuate sul collo, una  è più  grande delle altre:  "È mia mamma, le piccole siamo io e mia sorella" rivela, facendo una smorfia come per dire “sono romantica, lo so”. A questo punto cosa importa del passato, dove l’attrice non torna neanche tanto volentieri quando le chiedi se la storia di Monica assomiglia alla sua. La madre della protagonista, che lei interpreta per Andrea Pallaoro in un film sul perdono e sull’accettazione in concorso a Venezia 79, dice alla figlia transgender “Da adesso in poi non potrò più essere tua madre”, c’è un blackout di 20 anni tra loro. E quando si ritrovano, il tempo rimasto è poco. 

 Trace che è un’attrice e un’attivista transgender quasi si scusa: "Sono molto protettiva nei confronti della mia famiglia, ho deciso di non metterli in mezzo, voglio solo celebrare dove siamo ora e dire che li amo tantissimo. Cerco solo di stare qui, in questo posticino dove siamo arrivati, è bellissimo e ho una mamma fantastica".  

Cosa significa per lei questo ruolo?   

È il prodotto di tanto duro lavoro e del mio non essermi mai arresa, lo aspettavo da anni. Ho letto il copione in una notte, ho chiesto di poter fare un’audizione, sapevo che era una storia importante da raccontare, con un personaggio transgender al centro e non secondario come di solito succede. Opportunità  come queste sono davvero rare, è un film raccontato attraverso gli occhi di Monica, io sono in ogni scena: questa è stata la sfida più grande.

Lei cambia così tanto da una scena all’altra, a seconda di quello che succede…

Abbiamo tutti tanti strati, siamo tante cose insieme, questa complessità è  il nostro bello. E io mi identifico profondamente con Monica e con il suo viaggio.

Il momento peggiore del suo viaggio quale è stato?

Mio Dio, non so se riesco a tornare a quel periodo, ovviamente ho cercato di trovare un ponte tra me e il personaggio, in passato ho parlato della mia storia ma adesso vorrei andare oltre e tenere quei ricordi per me.

courtesy
"Abbiamo tutti tanti strati, siamo tante cose insieme. E questa complessità è il nostro bello"

Che altre donne le piacerebbe raccontare?  

Ci sono così tante storie di transgender che meriterebbero attenzione, mi vengono in mente quelle pazzesche di alcune artiste del Carousel, uno showbar di Parigi, oppure di Finocchio’s a San Francisco, un locale di cabaret, una specie di Moulin Rouge sempre con donne trans dove molte celebrity andavano e guardavano, spesso nascevano relazioni con alcune di loro, tutto molto nell’ombra perché non era una cosa socialmente accettabile. Soprattutto mi piacerebbe far conoscere la storia di Aleshia Brevard, un’attrice che lavorava lì. Ci siamo scritte lettere per anni prima che morisse, ha recitato in un paio di film negli anni ’60, ’70, poi è diventata un’insegnante di recitazione ma non aveva rivelato a tutti la sua storia… Sì, passerei volentieri alla regia ma prima devo seguire Andrea (Pallaoro) per un po’, ho ancora molto da imparare .

L’incontro con la madre, il loro riavvicinamento è raccontato, come è nello stile di Pallaoro, con grande delicatezza: come si è trovata con Patricia Clarkson?  

Abbiamo legato subito, mi ricordava la mia vera madre per molti aspetti, mi sentivo a mio agio e poi  è un’attrice fantastica, ci siamo anche divertite.

C’era spazio per l’improvvisazione?  

Sì, ma tendenzialmente ci siamo fidate di Andrea e del copione. Ogni giorno discutevamo delle scene, di cosa avremmo potuto fare di diverso. Abbiamo lavorato davvero bene, trovato un nostro ritmo, è  importante. E lui era molto curioso riguardo alla mia esperienza personale che nutriva il personaggio di Monica .

Un incidente di percorso? Una scena che avete rifatto più volte?  

Quando mi si rompe la macchina di notte. Ho urlato così  forte che ho rotto il microfono ma ce ne siamo accorti troppo tardi così  ho dovuto registrare l’urlo e il pianto in studio in sync con la scena. Non è  stato facile.

La mamma ha già visto il film?  

Non ancora e non vedo l’ora di vederlo con lei.

fonte:  Di   www.elle.com

Mostra del Cinema di Venezia: Timothée Chalamet, io anima spezzata diretto da papà Guadagnino

79th Venice Film Festival RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA
Il regista, odissea di reietti in cerca di casa
. "Essere giovani oggi per la mia generazione non è affatto facile, sei perennemente sotto il giudizio delle persone con i social media, è stato un sollievo interpretare personaggi che stanno lottando con un dilemma interno senza la possibilità di andare su Instagram o TikTok per vedere come ti adatti" dice Timotheè Chalamet.

L'attore, 26 anni, è tornato a Venezia con il suo ultimo film Bones and All in cui è stato diretto di nuovo da Luca Guadagnino, "quasi un padre per me", dopo Chiamami col tuo nome che lo ha lanciato qualche anno fa e gli è valso una candidatura all'Oscar.

Per lui decine di ragazzi e soprattutto ragazze si sono accampati dalla mattina presto a ridosso del red carpet della Sala Grande per vederlo passare alla premiere del film in concorso per il Leone d'oro. 

"Il crollo della società è nell'aria - aggiunge pessimista Chalamet - e questo film credo che possa gettare luce anche su questo tema". Chalamet è Lee, "un'anima spezzata", prosegue, in fuga dalla famiglia, dal paese dove abita, in fuga anche da se stesso, è continuamente giudicato, si sente una cattiva persona, consapevole di non riuscire ad impedirsi di mangiare con voracità altri esseri umani, per quello si nasconde, vive ai margini. E quanto incontra Maren (Taylor Russell), 18enne in fuga per lo stesso motivo, abbandonata dal padre che non come gestirla e in cerca della madre che non ha mai conosciuto e che le ha trasmesso il cannibalismo, "provano la possibilità di vivere l'impossibile", come spiega Guadagnino. 

"Una storia d'amore straziante, tragica, fortissima", dice la star americana, fino alle estreme conseguenze. L'amore ci salva e ci libera? "Il film parla di questo tentativo, se invece la domanda è personale rispondo che per l'amore sono ancora tanto giovane". L'amore è la chiave per provare a cambiare un destino, "nello specchio dell'amore trovano un modo di crescere, di formarsi, in questo è stata una grande esperienza formativa, cui ha contributo la vita in pandemia, la sensazione di isolamento che tutti noi abbiamo provato a me come ad altri giovani ci ha rallentato la possibilità di capire chi siamo nel mondo, ci ha in un certo senso sospesi, tagliati fuori dal contatto sociale che ci aiuta a capire dove siamo". 

Nonostante la premessa horror, Bones and All è alla fine ancora un dramma di formazione nella linea di altri film di Guadagnino, raccontando sotto metafora e sotto la patina degli anni '80 di due giovani disertori della società che sono in cerca di identità, del saper stare al mondo, di trovare persone simili, la loro tribù. Qualcosa che ha molto a che fare con l'attualità. Luca Guadagnino è il primo dei cinque registi italiani in gara per il Leone d'oro a Venezia 79 ma è anche il suo primo film americano, tutto girato in America, nei grandi spazi del Midwest, "il paesaggio americano l'ho sognato sin dall'inizio, fa parte della mia formazione di cineasta e questo copione di David Kajganich è stato l'occasione per viverlo da regista". Basato sul romanzo omonimo di Camille DeAngelis, presentato da Vision e da Mgm, in sala dal 23 novembre, il film è una sorta di odissea on the road sui reietti e "sul sogno di trovare un luogo - dice Guadagnino - in cui sentirsi a casa. 

Maren e Lee vivono una situazione estrema, ma le domande che si pongono sono universali: chi sono, cosa voglio? Come posso sfuggire a questo senso di ineluttabilità che mi trascino dietro? Come possono entrare in sintonia con qualcun altro?". Guadagnino ammette di sentirsi da sempre "attratto da coloro che, forse per scelta, non sono al centro dei giochi. Per me, Maren e Lee sono due persone costrette a vivere al limite. Volevo che le persone amassero questi personaggi, li comprendessero e non li giudicassero. Il mio desiderio è che il pubblico veda in Maren e Lee il riflesso cinematografico di tutte le possibilità che fanno parte di noi in quanto esseri umani". 

fonte: www.ansa.it dell'inviata Alessandra Magliaro RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA