Un corpo a corpo tra Benedetta Barzini, prima italiana a posare per Vogue, e la macchina da presa di suo figlio. Beniamino Barrese racconta sua madre, Benedetta Barzini, top model negli
anni 60, musa di fotografi e artisti, da Irving Penn a Richard Avedon,
da Andy Warhol a Salvador Dalì.
Durante il casting per un film a lei dedicato, alcune modelle cercano di
entrare nel personaggio della top model Benedetta Barzini, la prima
modella italiana a comparire nel 1963 su "Vogue" America per volere
della leggendaria fashion editor Diana Vreeland (immortalata nel
documentario di Lisa Ammordino).
Ma quest'inizio in chiave fiction, con
luce artefatta da photoshooting è un depistaggio: qualcosa che, per
contrasto, faccia risaltare la reale natura di Barzini, imponendosi con
forza su quella bidimensionale, amplificata dalle passerelle, dalle
cover di riviste come "Harper's Bazaar" agli altri media.
"Ho passato la vita a filmare e fotografare mia madre, senza sapere
perché. È stata la mia prima modella, la mia preferita. Quando mi ha
detto di aver deciso di andarsene e di non tornare mai più, ho capito
che non ero pronto a lasciarla andare".
Beniamino Barrese. PER IL TRAILER CLICCA QUI
Come esergo al suo
lungometraggio d'esordio, selezionato dal
Sundance 2019 nella sezione
World Cinema Documentary, Beniamino Barrese (1986), figlio della
fotomodella di fama mondiale nata nel 1943, pone questa dichiarazione
per spazzare via ogni equivoco:
La scomparsa di mia madre non vuole essere biopic di fiction né documentario informativo, celebrativo o testamentario (alla
Franca: Chaos and Creation di
Francesco Carrozzini).
Anzi, è quasi chirurgico nel non dare coordinate su famiglie e
parentele, e sbrigativo nel sintetizzare il periodo newyorkese trascorso
a braccetto con star dell'arte e del jet set tanto quanto nel motivare
una recente sessione di lavoro alla London Fashion Week.
È molto concentrato sulla ricerca di riappropriazione di un'immagine
nella sua autenticità, sul tentativo di sottrarre un viso, un corpo,
allo sguardo del sistema moda e alla sua rappresentazione convenzionale
per restituirlo ai momenti più ordinari, agli atteggiamenti meno
glamour. Al tempo stesso è il sogno di comporre e trattenere, da figlio,
l'essenza di una "super madre", per di più riluttante, per non dire
recalcitrante, ad essere ripresa (anche se come attrice è comparsa come
madre di
Luca Marinelli in
Tutti i santi giorni di
Paolo Virzì).
Ad essere seguita nella sua quotidianità post hippie (che qui comprende
anche una visita pseudo estemporanea della collega e coetanea Lauren
Hutton), vissuta però con la stessa ieratica nonchalance di quando -
cigno, donna aliena, scultura di Giacometti - posava davanti agli
obbiettivi di noti fotografi.
Mentre Edipo impazza e
riecheggia quasi ad ogni inquadratura, il regista - ma meglio sarebbe
dire i registi, visto che ciò che deve stare in campo è frutto di una
negoziazione continua tra madre e figlio - rende conto della loro
relazione fusionale ma anche di un percorso emblematico di
emancipazione: l'evoluzione di una donna che si è sottratta
consapevolmente allo stesso sistema capitalista di cui è stata
meccanismo per oltre un decennio. E che poi da giornalista, docente di
antropologia della moda, femminista (recuperare l'intervista in
Lievito madre di
Concita De Gregorio ed
Esmeralda Calabria per approfondire le sue posizioni) ne ha smontato il linguaggio e la violenza.
Se al centro del discorso, oltre al desiderio di fuga e anonimato della
protagonista, c'è un conflitto sui limiti del rappresentabile, non c'è
dubbio che un elemento invisibile risalti con forza: l'amore
incondizionato e parossistico tra i due.
Nell'ossessività connaturata a
questo corpo a corpo, letteralmente esclusivo, tra il giovane filmmaker e
la ex modella, che oggi sono agli antipodi quanto a desiderio di
visibilità, il ritratto di donna anticonvenzionale, che qui gioca sempre
a depotenziare, demistificare se stessa ("la mia faccia non è in
vendita", o "la bellezza non è un merito", dice preparandosi a ricevere
un'onorificenza ufficiale) trova una propria forma anche nella scelta di
usare il più possibile la luce naturale e nell'armonia tra materiali e
supporti diversi: il digitale della camera a mano, la pellicola a 16 e
35mm degli anni del successo e della prima maternità, gli home movies
video sgranati di Barrese ragazzino, gli inserti televisivi.
Che il
desiderio di scomparire sia effettivo o simbolico non è poi così
rilevante: resta un insistente, liberatorio appello a rivendicare la
propria indipendenza e individualità, che si muove tra filtratissimi
cenni biografici, gesti prosaici in spregio all'ossessione estetica e
rari, abbacinanti lampi di tenerezza e gioco.
fonte: Recensione di
Raffaella Giancristofaro
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