sabato 12 ottobre 2019

Libri: 'L'ignoranza dei numeri', un poliziesco ma non solo. Il romanzo di Francesco Paolo Oreste, prefazione Erri De Luca

Il romanzo di Francesco Paolo Oreste, prefazione Erri De Luca.

Napoli. Chi scrive è un poliziotto e svolge la stessa professione del protagonista del suo libro, Romeo Giulietti. Ma, come sottolinea nella prefazione Erri De Luca, "se questo fosse il libro di uno scrittore di storie poliziesche, mi sarebbe caduto di mano. È invece il libro di un uomo che ha messo la sua esperienza e la sua professione di fede nella giustizia dentro una storia aspra e saggia". 

'L'ignoranza dei numeri', una storia 'di molti delitti e di poche pene' è il nuovo libro di Francesco Paolo Oreste, edito da Baldini+Castoldi. "Mi sono trovato dentro Napoli, nel suo metabolismo famelico, in mezzo ai suoi febbrili anticorpi, e ne sono uscito a fine storia, accompagnato all'uscita con un foglio di via, altrimenti sarei rimasto dentro", aggiunge ancora De Luca.

Il romanzo di Francesco Paolo Oreste si annovera nel genere poliziesco,la risoluzione di un omicidio nel caleidoscopio della Napoli, città metropolitana, ma non si esaurisce in esso; si presta, infatti a tante letture. Certamente una socio- antropologica: si racconta, si descrive la Città del mare e del Vesuvio, ma anche delle " palazzine", degli stradoni, degli incroci, dei bar/ edicole. delle rotonde, che dividono strade , ma all'occorrenza uniscono persone, quelle persone che vogliono che il loro territorio, tante volte stuprato, offeso,sfruttato, non riceva l'onta di diventare la pattumiera più grande d'Europa.

Ed arriva la lettura di taglio ambientalista e civile: un Parco da tutelare, la salute dei figli da assicurare; una Terra che produce albicocche, pomodorini e viti, non può essere sommersa dai rifiuti provenienti da ogni dove, rifiuti speciali che concimano di veleno le terre vesuviane e che mettono una pesante ipoteca sul futuro dei suoi abitanti. Ma nella Protesta i cittadini da vittime diventano colpevoli; lo Stato, quello che dovrebbe tutelarli li attacca, li bastona, impedisce loro di prendersi cura della propria Terra, di difendere la propria salute e quella dei propri figli.

Chi ha vissuto quei giorni conosce bene il clima di "Stato d' assedio" che si viveva, la percezione di essere considerati alla stregua di malviventi da parte di chi dovrebbe proteggerti dai malviventi.
E l'ispettore Giulietti, che è uomo di Legge, che non riesce a condividere la Legge al di fuori della Giustizia, del riconoscimento di quella dignità che ciascun cittadino deve avere garantita, non può non schierarsi dalla parte del popolo, dalla parte di chi riceve l'offesa di essere schiacciato nelle idee e nel corpo. Ogni personaggio incontrato nel romanzo è vestito di quel rispetto di quella dignità che fa chiedere scusa a Giulietti, per sé e per gli altri.

L'ignoranza dei numeri si legge, quindi anche come un romanzo d'amore: amore per la Terra, per i suoi cittadini, per il proprio lavoro, per la Legge, per la Giustizia; in tutto il romanzo si respira questa dimensione: ciascun personaggio è raccontato con lo sguardo di chi non annulla le Persone; Giulietti, infatti, valuta le situazioni, non giudica le persone anche quelle più "grigie": se ad un ragazzino di dieci anni si chiede di " fare l'uomo di casa" e non di essere bravo a scuola che colpa ha se poi ciò che impara è scippare nelle auto? Poi c'è l'amore per Rebecca, amarena e cioccolato, le poesie che di quell'amore si fanno voce, il mare che a quell'amore offre rifugio. Francesco Paolo Oreste, con questo romanzo allontana la Città da Gomorra e la avvicina a Partenope; a quell' Amore steso tra l'azzurro del cielo e del mare, in un lembo di terra che dell' Amore ha acquisito fantasia e disperazione, e Compassione, la " partecipazione con".

E tutto questo l'autore lo vive intensamente e lo racconta con uno stile fluido che interseca il racconto a dialoghi " leggeri" che si ispirano al teatro tradizionale napoletano, e tra le righe affiora la musica e qualche verso di Pino.
fonte:  Redazione ANSA www.ansa.it/campania

Lgbt. Monica Cirinnà: "COMING OUT DAY" È ORA DI UNA LEGGE CONTRO LE DISCRIMINAZIONI

Oggi celebriamo il Coming out day. Una giornata dedicata alla bellezza della libertà, all’importanza di essere se stessi e di dimostrarlo al mondo.

Dobbiamo però ricordare anche le molte, troppe situazioni in cui fare coming out comporta rischi o è addirittura impossibile, per le resistenze culturali, per i troppi pregiudizi che ancora sono presenti. Come dimostrano i risultati dell’indagine dell’Eurobarometro, resi noti ieri, l’Italia è stabilmente al di sotto della media europea per tasso di discriminazione delle persone LGBT+.
In altri Paesi, addirittura, fare coming out è pericoloso perchè esistono leggi assurde che ancora criminalizzano chi sceglie di essere e amare chi vuole. Dai Paesi in cui queste leggi esistono provengono molti richiedenti asilo, ai quali non possiamo voltare le spalle: quelli non sono e non saranno mai paesi sicuri, voglio ribadirlo oggi.

Per questo, scelgo questa giornata per lanciare un appello alla Presidente del Senato e ai colleghi di maggioranza: in Senato sono stati depositati alcuni testi contro l’omobitransfobia, tra cui quello a prima firma della collega Maiorino di M5S e quello a mia prima firma. Sono testi equilibrati, largamente sovrapponibili, che possono rappresentare una utile base di confronto per dare all’Italia una legge attesa da troppo tempo, che completi e renda effettivo il quadro delle misure di contrasto alle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere.
Ne ho già chiesto la calendarizzazione e oggi chiedo a Lei, Signora Presidente, e ai capigruppo di maggioranza in Commissione Giustizia di fare in modo che il Senato possa al più presto iniziarne l’esame.
Non possiamo perdere altro tempo.
Monica Cirinnà.
fonte:  www.monicacirinna.it/

Si schiera coi curdi e parla di diritti Lgbt: Claudio Marchisio è la nuova icona social della sinistra

Da calciatore a influencer politico: la straordinaria parabola umana e social dell'ex campione della Juventus.

In foto:  Claudio Marchisio ha vinto 7 scudetti con la Juventus tra il 2008 e il 2018. Credit: Afp/Silvia Lore / NurPhoto

Claudio Marchisio, nuova icona social della sinistra: dai curdi ai diritti Lgbt
"Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini…’, questo scriveva Anna Frank nel suo diario, nel 1942. Oggi, 77 anni dopo, è iniziato il bombardamento della Turchia contro i Curdi in Siria. Una vergogna per tutta la comunità internazionale. Sentiamoci pure responsabili per ogni vittima”. A scrivere questo post, ieri, giovedì 10 ottobre, sui suoi profili social, non è stato un politico, né uno scrittore, un pensatore, un filosofo o un intellettuale. Che ci crediate o meno, queste parole le ha scritte un calciatore.

Da pochi giorni un ex calciatore. Non uno qualsiasi. Uno che è stato capitano della Juventus e, per almeno un lustro, titolare fisso della Nazionale italiana. Il suo nome è Claudio, di cognome fa Marchisio. E per capire chi è davvero e dove nasce questo post, diventato in breve virale, occorre fare almeno tre salti a ritroso nel tempo.

L’ultima stagione calcistica, allo Zenit di San Pietroburgo, è stata la più lunga, difficile, dolorosa e illuminante della carriera di Claudio Marchisio. I numeri dicono molto, ma non tutto: 15 partite giocate, 2 gol segnati, 148 foto pubblicate su Instagram. Claudio in campo è un “vecchio” atleta che lotta contro un corpo che a 33 anni ha smesso di assisterlo, a un’età (e in un’epoca) in cui la maggior parte dei suoi colleghi sono ancora all’apice della forma.

Fuori è un uomo risolto, intelligente, colto, maturo, che legge saggi e romanzi, visita musei e luoghi d’arte, esplora le meraviglie dell’ex capitale zarista, quando parla o concede un’intervista non è mai banale. E, soprattutto, fa Politica. Quella con la P maiuscola. Prende posizione. Sempre. Anche quando non è comodo o conveniente e su temi che non ti attenderesti di vedere uscire dalla bocca di un giocatore di calcio: migranti, clima, ambiente, diritti Lgbt, le lotte sindacali dei pastori sardi.
Gli ultimi mesi a San Pietroburgo sono la fotografia esatta – e, in qualche modo, un antipasto – della seconda vita del “Principino”: un neo nell’universo banale, ipocrita, convenzionale e iper-standardizzato del calcio italiano e mondiale. Non è un caso se, meno di tre mesi dopo, Claudio Marchisio in una conferenza stampa affollata a Torino pronuncia le sue ultime parole da calciatore.

“Avevo fatto una promessa al bambino che sognava di diventare un calciatore. Avrei continuato a giocare fino a quando, mettendo piede in campo, avessi sentito la meraviglia del sogno che si stava avverando. Negli ultimi mesi ho vissuto un contrasto tra mente e cuore e ho capito che stavo venendo meno alla mia promessa. Ci sono momenti in cui è giusto che il cuore prevalga sulla mente, per questo preferisco fermarmi.Lo faccio senza ripensamenti, insieme alla mia famiglia, che mi ha insegnato a guardare al futuro con curiosità, senza timore. E allora grazie sogno! Perché mi hai dato forza, coraggio, successo e soprattutto mi hai reso felice!”.

Sembra la fine, e invece è solo l’inizio. O, meglio, l’inizio ufficiale di un’avventura umana che era cominciata due anni e mezzo prima, quasi per caso, il 24 marzo 2017, pochi giorni prima della finale di Champions League col Real Madrid, quando un’imbarcazione carica di migranti si rovescia al largo della Libia: 34 i morti, tra cui anche diversi bambini. Claudio legge e si sfoga su Instagram: “Viaggi della speranza che finiscono in tragedia per molte persone! Ancora corpi senza vita nel Mediterraneo. Come sta cambiando il mondo?” .

È la prima volta che Marchisio prende una posizione così forte e netta sui social, e le reazioni non tardano ad arrivare. In un florilegio di commenti entusiasti, arrivano anche le critiche, alcune pesantissime, cariche d’odio: “Pensa alla Champions che è più importante di questi 4 monnezzari”.
Il 20 giugno del 2018, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, compare in una foto in bianco e nero con un cartello dell’Unhcr in mano e un hashtag, #withrefugees, accompagnato da un breve testo: “E tu da che parte stai?”.  Anche in quel caso fioccano le reazioni positive, in mezzo all’immancabile vomito delle “bestie”. Claudio alza le spalle e tira dritto.
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fonte: Di Lorenzo Tosa www.tpi.it

martedì 8 ottobre 2019

Cinema: "La scomparsa di mia madre" di Beniamino Barrese. Nelle sale da giovedì 10 ottobre 2019

Un corpo a corpo tra Benedetta Barzini, prima italiana a posare per Vogue, e la macchina da presa di suo figlio. Beniamino Barrese racconta sua madre, Benedetta Barzini, top model negli anni 60, musa di fotografi e artisti, da Irving Penn a Richard Avedon, da Andy Warhol a Salvador Dalì.

Durante il casting per un film a lei dedicato, alcune modelle cercano di entrare nel personaggio della top model Benedetta Barzini, la prima modella italiana a comparire nel 1963 su "Vogue" America per volere della leggendaria fashion editor Diana Vreeland (immortalata nel documentario di Lisa Ammordino). 
Ma quest'inizio in chiave fiction, con luce artefatta da photoshooting è un depistaggio: qualcosa che, per contrasto, faccia risaltare la reale natura di Barzini, imponendosi con forza su quella bidimensionale, amplificata dalle passerelle, dalle cover di riviste come "Harper's Bazaar" agli altri media.

"Ho passato la vita a filmare e fotografare mia madre, senza sapere perché. È stata la mia prima modella, la mia preferita. Quando mi ha detto di aver deciso di andarsene e di non tornare mai più, ho capito che non ero pronto a lasciarla andare".  Beniamino Barrese.  PER IL TRAILER CLICCA QUI

Come esergo al suo lungometraggio d'esordio, selezionato dal Sundance 2019 nella sezione World Cinema Documentary, Beniamino Barrese (1986), figlio della fotomodella di fama mondiale nata nel 1943, pone questa dichiarazione per spazzare via ogni equivoco: La scomparsa di mia madre non vuole essere biopic di fiction né documentario informativo, celebrativo o testamentario (alla Franca: Chaos and Creation di Francesco Carrozzini). Anzi, è quasi chirurgico nel non dare coordinate su famiglie e parentele, e sbrigativo nel sintetizzare il periodo newyorkese trascorso a braccetto con star dell'arte e del jet set tanto quanto nel motivare una recente sessione di lavoro alla London Fashion Week.

È molto concentrato sulla ricerca di riappropriazione di un'immagine nella sua autenticità, sul tentativo di sottrarre un viso, un corpo, allo sguardo del sistema moda e alla sua rappresentazione convenzionale per restituirlo ai momenti più ordinari, agli atteggiamenti meno glamour. Al tempo stesso è il sogno di comporre e trattenere, da figlio, l'essenza di una "super madre", per di più riluttante, per non dire recalcitrante, ad essere ripresa (anche se come attrice è comparsa come madre di Luca Marinelli in Tutti i santi giorni di Paolo Virzì). Ad essere seguita nella sua quotidianità post hippie (che qui comprende anche una visita pseudo estemporanea della collega e coetanea Lauren Hutton), vissuta però con la stessa ieratica nonchalance di quando - cigno, donna aliena, scultura di Giacometti - posava davanti agli obbiettivi di noti fotografi. 

Mentre Edipo impazza e riecheggia quasi ad ogni inquadratura, il regista - ma meglio sarebbe dire i registi, visto che ciò che deve stare in campo è frutto di una negoziazione continua tra madre e figlio - rende conto della loro relazione fusionale ma anche di un percorso emblematico di emancipazione: l'evoluzione di una donna che si è sottratta consapevolmente allo stesso sistema capitalista di cui è stata meccanismo per oltre un decennio. E che poi da giornalista, docente di antropologia della moda, femminista (recuperare l'intervista in Lievito madre di Concita De Gregorio ed Esmeralda Calabria per approfondire le sue posizioni) ne ha smontato il linguaggio e la violenza.

Se al centro del discorso, oltre al desiderio di fuga e anonimato della protagonista, c'è un conflitto sui limiti del rappresentabile, non c'è dubbio che un elemento invisibile risalti con forza: l'amore incondizionato e parossistico tra i due.
Nell'ossessività connaturata a questo corpo a corpo, letteralmente esclusivo, tra il giovane filmmaker e la ex modella, che oggi sono agli antipodi quanto a desiderio di visibilità, il ritratto di donna anticonvenzionale, che qui gioca sempre a depotenziare, demistificare se stessa ("la mia faccia non è in vendita", o "la bellezza non è un merito", dice preparandosi a ricevere un'onorificenza ufficiale) trova una propria forma anche nella scelta di usare il più possibile la luce naturale e nell'armonia tra materiali e supporti diversi: il digitale della camera a mano, la pellicola a 16 e 35mm degli anni del successo e della prima maternità, gli home movies video sgranati di Barrese ragazzino, gli inserti televisivi.
Che il desiderio di scomparire sia effettivo o simbolico non è poi così rilevante: resta un insistente, liberatorio appello a rivendicare la propria indipendenza e individualità, che si muove tra filtratissimi cenni biografici, gesti prosaici in spregio all'ossessione estetica e rari, abbacinanti lampi di tenerezza e gioco.
fonte:  Recensione di Raffaella Giancristofaro www.mymovies.it

Lgbt. Florence Queer Festival 2019: il 15 ottobre apre l'edizione 17 a Firenze

Diretto da Bruno Casini e Roberta Vannucci nuove date per l’edizione 2019 del Florence Queer Festival ma stessa location: dal 15 al 20 ottobre al Cinema La Compagnia di Firenze.

Alcune anticipazioni su un programma che porterà nel capoluogo toscano il meglio delle produzioni cinematografiche del settore, approfondimenti, presentazioni di libri e due esposizioni con un fil rouge: l’impegno politico e sociale.
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Si apre infatti con un documentario in anteprima italiana che arriva dalla Francia e racconta il percorso di origine del “pride”, delle lotte per i diritti e l’uguaglianza.”The spark” di Benoît Marocco aprirà la prima notte del FQF. San Francisco, Parigi, New York: dalle repressioni del movimento negli anni ’60 alle battaglie per i matrimoni degli anni 2000. Il quarantenne Benoît è al suo quarto film con Spark ma attivo come regista, ma anche come giornalista e autore ormai da una ventina di anni e la proiezione fiorentina sarà la prima italiana. Il 15 ottobre si apre già nel pomeriggio alle 17,30 con la proiezione di due documentari: Fuori!Storia del primo movimento omosessuale in Italia e Pisa 1979-2009, la prima marcia gay 30 anni dopo.

Il FQF19 quest’anno ha selezionato numerosi documentari per raccontare il mondo LGBTQI* di fronte alle nuove sfide sociali e politiche. Doc italiani come quello firmato da Carlotta Cerquetti, Linfa, un racconto musicale sulla scena underground trans-queer- femminista di Roma Est. Doc che provengono dall’altra parte dell’oceano per raccontare l’America, gli Stati Uniti del sud subito dopo le elezioni del 2016 grazie al tour del Gay Men’s Chorus di San Francisco (Gay Chorus Deep South - di David Charles Rodrigues, Usa, 2018).
Già nel 2018 in FQF aveva dato spazio a film che ripercorrevano la storia delmovimento e quest’anno non si è fatto scappare un altro documentario, quello di Megan Rossman, The archivettes, sulla nascita del Lesbian Herstory Archives, il più grande archivio al mondo sulla storia e cultura lesbica. Il racconto di una squadra di volontarie che per 40 anni si sono dedicate alla raccolta ed archiviazione di informazioni e notizie sul tema per sconfiggere la paura dell’oblio.

Omaggio a Barbara Hammer, recentemente scomparsa, con History Lessons, irriverente lavoro in cui la regista ripercorre la storia del movimento lesbico manipolando proprio i materiali di archivio, peep show e melodrammi lesbici vintage. Altro documentario che scava in immagini d’archivio, anche se più recenti, Generazione Diabolika, di Silvio Laccetti: immagini di repertorio e interviste per raccontare il party Diabolika, del Muccassassina, che all’inizio del nuovo millennio è diventato un vero e proprio fenomeno sociale.

Ci siamo tenuti per ultima la segnalazione di MAPPLETHORPE di Ondi Timoner (Usa 2018, 102’): biopic che esplora l’arte e la sessualità di uno dei più noti fotografi del secolo scorso, Robert Mapplethorpe, famoso per i suoi scatti di nudi in black&white, scomparso giovanissimo, nel 1989, di aids.

Non possiamo non segnalare altri tre titoli importanti del programma di questa edizione. Orpheus’song di Tor Iben, regista di Where are you going habibi?, Wild nights with Emily di Madeleine Olnek e Vita e Virginia di Chanya Button due lungometraggi dedicati, il primo a una insolita Emily Dickinson e l’altro all’amore tra Vita e Virginia (Woolf).

Il FQF19 rinnova la sua attenzione alle nuove leve del cinema dedicato all’universo gay lesbico, bisex e transgender con la proiezione, tutti i pomeriggio, dalle 17,15, dei corti selezionati per il VideoQueer: corti e cortissimi che arrivano da tutto il mondo. Ricordiamo poi che il Festival proporrà non solo cinema, anche mostre. A cura di Bruno Casini e Luca Locati Luciani “Over the Rainbow 1969-1989. Vent'anni di clubbing e culture LGBT+, da New York a Firenze”. Che connessione c’è tra i movimenti di Stonewall Inn e il capoluogo toscano? Un mese prima degli eventi d’oltre oceano uno sparuto gruppo di omosessuali aveva distribuito volantini per protestare contro le persecuzioni omotransfobiche messe in atto dalla polizia fiorentina a seguito dell’omicidio di Ermanno Lavorini avvenuto a Vecchiano il 31 gennaio di quell’anno. In esposizione ci saranno volantini, riviste e memorabilia di gruppi LGBT+ come il Fuori!, il collettivo Boccadoro o Linea Lesbica Fiorentina.

Altra mostra, sempre al Cinema La Compagnia, a cura di Sandra Nastri, Gianna Parenti*Eva Von Pigalle, un corpo che cambia...sulla scena, sulla tela, nella sua vita. Attrice, modella, pittrice, attivista e co-fondatrice del MIT (Movimento Italiano Transessuali). A dieci anni dalla scomparsa, un omaggio alle sue molteplici vite attraverso polaroid, abiti di scena, foto. Un assaggio che vi aiuterà a apprezzare appieno la scelta della Direzione di inserire in programma Splendori e miserie di Madame Royale di Vittorio Caprioli (16 ottobre ore 15,30), film del 1970, che vede un Ugo Tognazzi nei panni di Alessio, ex ballerino omosessuale che per amore di una figlia trovata fa di tutto pagando un prezzo salatissimo.

Non ci resta che ricordare anche che il FQF non è solo cinema ma anche presentazioni di libri 
(I movimenti omosessuali di liberazione, Sguardi che contano, 1969-1989: Venti anni di clubbing e culture lgbt a Firenze, solo per citarne alcuni) e incontri. Il 19 ottobre alle 11 una mattinata dedicata alla memoria di Derno Ricci, fotografo ritrattista naturalista, a dieci anni dalla sua scomparsa.
Anticipazione il 14 ottobre alle 18,30 a Villa Rosa in Piazza Savonarola a Firenze per una Lecture tenuta dal vice Direttore della Syracuse University, Bob Vallier, dal titolo “The stateof quel theory today”.  Il Florence Queer Festival è organizzato dall’associazione Ireos - Centro Servizi Autogestiti per la Comunità Queer di Firenze, in collaborazione con Arcilesbica Firenze e Music Pool, con il contributo della Regione Toscana.

Infoline:
Ireos: 055 216907 MusicPool: 055 240397
info@florencequeerfestival.it
Tutte le proiezioni sono vietate ai minori di 18 anni.
Ufficio Stampa, Isabella Mancini, isabellamancini@gmail.com, 3391156877

Ecco alcuni dei trailer dei film del Festival mentre, in file separato, troverete tutto il
programma del cinema, delle presentazioni dei libri e degli eventi collaterali.  
THE SPARK -  the origins of pride - Benoît Masocco (PRIMA ITALIANA)
Per il Trailer clicca QUI  
VITA & VIRGINIA - Chanya Button PRIMA ITALIANA)
Per il Trailer clicca QUI 
MAPPLETHORPE - Ondi Timoner (trovi anche immagini risoluzione stampa clicca QUI
Per il Trailer clicca QUI  
WILD NIGHTS WITH EMILY - Madeleine Olnek
Per il Trailer clicca QUI
fonte: Isabella Mancini Comunicazione

lunedì 7 ottobre 2019

"Yuli - Danza e Libertà" La storia di Carlos Acosta, in arte Yuli, vera e propria leggenda della danza

La storia di Carlos Acosta, ballerino cubano ritiratosi dalle scene nel 2015 dopo una straordinaria carriera nelle più grandi compagnie del mondo, in particolare presso la Royal Ballet di Londra. 

Bambino indisciplinato che vive coi genitori e le due sorelle a L’Havana, Carlos viene costretto dal padre – che lo ha soprannominato Yuli in onore di una divinità afroamericana – a frequentare la rinomata Escuela Nacional Cubana de Ballet, assecondando così un naturale talento per la danza. 
Dopo anni di esercizi e scontri gli insegnanti, di difficoltà economiche e piccole umiliazioni, Carlos riuscirà a vincere un’importante concorso a Losanna, e da lì a conquistare il mondo, senza mai dimenticare le origini e il legame con la famiglia.

La regista basca Icíar Bollaín porta sullo schermo l’autobiografia di Acosta ‘No Way Home’ replicando nel film la struttura del testo di partenza: lo stesso Acosta è presente in scena come una sorta di narratore interno, commentando la sua vita con alcuni numeri di danza di cui è coreografo o direttamente protagonista.

Nella mitologia yoruba e nei culti afroamericani, Yuli è il figlio di Ogun, semidio della guerra e del fuoco: un combattente, un guerriero. Carlos Acosta, oggi ex ballerino alle soglie dei cinquant’anni, nel mondo della danza contemporanea è stato il primo “principal” di colore del Royal Ballet, un guerriero anche lui, un ballerino rivoluzionario.

Il paragone tra il protagonista e la figura mitologica a cui è stato accostato dal padre («Un uomo che mi ha amato alla sua maniera e secondo le sue regole», dice Acosta), è ribadito a ogni passaggio come la principale chiave di lettura del film: Yuli - Danza e libertà è la storia di una battaglia interiore, la conquista del mondo da parte di un eroe di strada. Dai vicoli di L’Havana e dalla breakdance ballata sull’asfalto, Carlos approda alla danza classica e ai grandi palcoscenici; impara a controllare l’esuberanza caratteriale e traduce la potenza esplosiva del suo fisico in una compostezza di estrema eleganza. Il suo percorso conduce dal caos al controllo assoluto, dall’anarchia all’arte.
Costruito come un classico racconto di formazione, il film è giocato su un doppio binario espressivo: la ricostruzione della vita di un bambino (e poi di un ragazzo) mezzosangue cresciuto in una Cuba impoverita dall’embargo americano – figlio di genitori separati, legato alle due sorelle maggiori e da adulto costretto a soffrire da lontano per la schizofrenia di una delle due – e il lavoro del vero Acosta, che coreografa ed esegue con la sua compagnia una serie di numeri che funzionano da commento alle scene di finzione.

L’intento della regista non è però quello di mostrare la forza scenica della danza di Acosta (magari provando ad avvicinare l’operazione che Wenders ha fatto con l’opera di Pina Bausch), ma di prolungare le emozioni costruite ad arte dalla sceneggiatura: il conflitto tra padre e figlio, tra singolo e autorità, tra libertà e costrizione, e poi, nel corso della vita del protagonista, tra ambizione e amore, vicinanza e oblio.

Il Carlos Acosta raccontato dal film è un personaggio monolitico come il semi-dio a cui s’ispira. Nella parabola narrativa tracciata, la sua debolezza è la sua forza, la sua energia alimenta la sua grazia. Lo stile senza fronzoli di Bollaín, che gestisce abilmente toni e colori, momenti di tensione e di scoramento, di felicità e di dolore, serve semplicemente a illustrare un cammino di gloria. Il risultato è un ritratto onesto, molto simile all’album di ritagli di giornale e di fotografie del figlio che il padre di Carlos ha custodito gelosamente per tutta la vita, guarda caso la prima cosa a vedersi nel film…
fonte: Recensione di Roberto Manassero  www.mymovies.it

Lgbt: Helen Mirren: «Se le Terf non accettano che le donne trans sono donne, allora non sono una Terf»

«Se essere una Terf significa non accettare che le donne trans sono donne, allora non sono una Terf».

A dire questo é stata l’attrice premio Oscar Helen Mirren, famosa, principalmente, per aver interpretato il ruolo della Regina Elisabetta II in The Queen, del 2006, nel corso di un’intervista a Radio Times, il 1 di ottobre.

Ma non solo

La Mirren ha anche affermato che il binarismo di genere non esiste. Sono giunta alla conclusione, molto tempo fa, che non c’è il nero e non c’è il bianco, e che siamo tutti, da qualche parte, nel mezzo di un meraviglioso mix di maschile e femminile».

Ognuno di noi é un mondo a sé stante. In ognuno di noi convive sia un lato maschile che un lato femminile. Tutto dipende, solamente, da quale dei due lati prevale di più. E, quest’intervista, dimostra, ancora una volta, che non serve essere geni per capire che ogni persona ha la sua dignità. Che non deve essere buttata nel cesso.

Lgbt: Jan Morris, la transessuale più conosciuta in Inghilterra, ha compiuto 93 anni

Tutti qui in Galles sembrano conoscere Jan Morris. Ha 93 anni e cammina con un bastone. Ha vissuto in questo angolo del Nord del Galles per la maggior parte della sua vita.

In Gran Bretagna è un'amata saggista, storica, giornalista e cronista locale, autrice di più di quattro dozzine di libri, ma è stato solo nell'autunno scorso, quando il suo lavoro più recente, "In My Mind's Eye", è stato trasmesso sui capitoli radiofonici della BBC, che molti dei suoi vicini hanno capito che c'era una celebrità tra loro.

Morris ha vissuto molte vite, ed è impossibile separare chi è ora da chi era prima: James Humphrey Morris, nacque nel 1926 a Somerset, in Inghilterra, e la sua formazione e carriera erano tipiche degli uomini inglesi privilegiati dell'epoca. Era uno studente di coro al Christ Church College, Università di Oxford; ha servito nel 9° Reggimento dei lancieri della regina durante gli ultimi anni della seconda guerra mondiale; all'età di 23 anni si sposò con Elisabetta Tuckniss.
Hanno cresciuto insieme quattro figli (un quinto è morto nell'infanzia). Morris ha lavorato come giornalista per il Times di Londra. Nel 1953, il resoconto esclusivo della storica salita del Monte Everest di Sir Edmund Hillary e Tenzing Norgay ha reso celebre Morris.

Una fama diversa sarebbe arrivata nel 1972 quando, dopo una vita in cui si sentiva intrappolata all'interno di un corpo che sembrava appartenere a qualcun altro, si è sottoposta a un intervento chirurgico di riassegnazione di genere. Poche persone hanno capito allora cosa comporta una tale transizione. "Avevo 3 o forse 4 anni quando ho capito che ero nata nel corpo sbagliato, e che dovevo essere davvero una ragazza", scrisse l'autrice, ora conosciuta come Jan, in "Conundrum" (Dilemma), il racconto della sua lotta per riconciliare corpo e spirito.

Il più grande fattore costante della sua vita è stata Elizabeth, che è stata prima sua moglie e poi la sua ex moglie. La coppia si stabilì in Galles e tutt'ora vivono insieme; Elizabeth rimase prevalentemente a casa e Morris viaggiò e scrisse. Ora Morris guarda alla sua vita dalla prospettiva dei suoi 93 anni e ricorda la spedizione dell'Everest. Per farne il resoconto è stato necessario unirsi alla squadra dell'Everest, risalendo i 4.500 metri fino al campo base. "Mi ha cambiato moltissimo la vita", dice, "E ora sono l'unico membro sopravvissuto della spedizione, e mi mancano tutti.

Ora abita la fastidiosa terra di quella che chiama "vecchiaia estrema". La longevità lo ha reso più interessante, pensa, ma non è così divertente quando ce n'è troppa. Non può più viaggiare molto e Elizabeth soffre di demenza.

"In My Mind's Eye", una raccolta di saggi, scritti uno al giorno nel corso dei mesi, rivela che il suo stile di scrittura è più elegante che mai. I saggi alludono alla bellezza degli arcobaleni gallesi, alla follia della politica contemporanea e alla trascendente quotidianità della vita familiare. Scrive anche sull'importanza della gentilezza, per gli altri e per la natura.

Dopo aver vissuto per uguali periodi di tempo come uomo e poi come donna, Morris dice che la transizione che ha fatto molto tempo fa è meno rilevante. "Per me il genere non è affatto fisico, ma del tutto inconsistente. È anima, forse, è talento, è gusto, è ambiente, è come ci si sente, è luce e ombra, è musica interiore, è camminare con il brio o uno scambio di sguardi, è veramente vita e amore più di qualsiasi combinazione di genitali, ovaie e ormoni", scrive in "Conundrum".
fonte: https://www.kienyke.com via notizielgbt.blogspot.com

sabato 5 ottobre 2019

Lgbt: ANTICIPAZIONI Florence Queer Festival "Chronicles in Color"

Dal 15 ottobre al 15 novembre lo spazio espositivo IED Firenze ospita "Chronicles in Color", la prima mostra personale dell'illustratore scozzese Allan Deas, con una selezione delle sue opere che coprono gli ultimi 12 anni della sua carriera.

Martedì 15 Ottobre 2019
IED Firenze via Bufalini, 6 Firenze
lun-giov 9 /21.30
ven 9 /18.30
I lavori scelti rappresentano un mix delle illustrazioni realizzate da Allan Deas su commissione per la pubblicità e l'editoria e di alcuni progetti personali. Tutto il lavoro di Alan si caratterizza per l'audacia stilistica che attinge ai ricordi della sua infanzia negli anni 'i '70 e '80 e che si esprime con uno stile retro con influenze contemporanee. Il risultato è la creazione di un parco giochi di colori, personaggi e humor eccentrico.
 La mostra è realizzata in collaborazione con Florence Queer Festival (di cui Allan ha disegnato il manifesto dell'edizione di quest'anno) e lo IED Firenze

In conjunction with Florence Queer Festival ( which he designed this year’s posters ) and the IED, European Institute of Design Florence, Allan Deas showcases a selection of his work spanning the last 12 years of his career in illustration. In his first solo show, ‘Chronicles in Colour’,  the Scottish born illustrator brings his colourful work to the IED exhibition space from 15th October - 15th November.

Having worked across many areas of design from editorial to advertising the exhibition is a mixture of his personal and commercial illustration work. With a bold style reflecting memories of his childhood in the 70s & 80s Allan’s work has a slightly retro feel twisted with contemporary influence that bring it to life in a playground of colour, character and quirky humour.

Lgbt: Underwear brand Marco Marco features all trans models at New York Fashion Week

The groundbreaking runway show featured some of our favourite transgender stars.
Underwear brand Marco Marco pushed the fashion envelope in more ways than one during it's New York Fashion Week showcase with an all transgender line-up of models.
The groundbreaking runway show saw established transgender models including Gigi Gorgeous, Carmen Carrera, Aydian Dowling and former Attitude cover star Laith Ashley sport the brand's latest designs, as well as others including Transparent actress Trace Lysett and Pose stars Dominique Jackson and Angelica Ross.

Designer Marco Morante told Mic: "I wanted to create a space to celebrate trans bodies. This was an opportunity for their presence to be undeniable and reinforce that trans is beautiful."
Morante's LA-based brand has long catered to the LGBT community, but the all transgender show marks an important landmark for an industry in which many brands only pay lip service to diversity.

 28-year-old Laith Ashley, who shot to prominence as the face of a national campaign for Barney's in 2014, said it was an "honour to appear" in the landmark runway.
What an honor to walk for @marcomarco_la with all my brothers and sisters," he wrote as he shared a series of backstage images from the show. "I love you all so much."

Fellow model Aydian Dowling also shared a picture of himself the morning after the night before writing: "Last night was HISTORY making and I am so so happy and proud be a part of it." He added: "Still trying to get this eye liner off!"

Among the attendees at the Marco Marco New York Fashion Week show was Orange Is the New Black star founder of the #TransIsBeautiful campaign Laverne Cox, who heaped love on the inclusive showcase.
"When I started #TransIsBeautiful 3 years ago I wanted it to be a way for trans folks to celebrate what makes us uniquely and beautifully trans" Cox wrote on Instagram alongside a video of the show.
"It wasn't about how cis we can look but rather about celebrating those things about us that are uniquely and beautifully trans.

"The #marcomarcoshow last night which featured a cast or all trans models feels like yet another fulfillment of the empowerment of trans beauty this hashtag is meant to celebrate and engender.
"Congratulations to everyone in the historic Marco Marco Show last night."
Watch the Marco Marco show in full below:  CLICK HERE 
fonte:  www.attitude.co.uk/

Libri: «Il pompiere è un eroe operaio», parola (scritta) di Marco Cubeddu

La presentazione dell'ultimo libro dello scrittore genovese, intitolato "Un uomo in fiamme"

Genova - Marco Cubeddu è abituato a stupire. Fin dai tempi della scuola dove sorprese di certo anche i professori trascorrendo il suo tempo tra sei istituti superiori diversi, con quell'atteggiamento fra il polemico e il dannato che lo ha contraddistinto specie nei suoi primi anni di carriera da scrittore. Un lavoro che alterna a quello di pompiere ("precario", come sottolinea nella biografia) e anche ora è guardiafuochi alla Fincantieri. Poi si debbono citare almeno la scuola Holden, e il bilico tra reality letterari e partecipazioni a quelli televisivi (“L’ultimo anno della mia giovinezza”, per quanto riguarda il libro, e “Pechino Express”, per la tv). Ha scritto come giornalista diversi articoli per testate italiane come “Il Corriere della Sera”, “Il Secolo XIX”, “Panorama” e il “Giornale”, fra le altre.

Nella serata del 4 ottobre presso la Feltrinelli di Via Ceccardi è tornato a raccontare una storia, intitolata "Un uomo in fiamme" (Giunti), dove il protagonista fa il suo mestiere, il pompiere appunto. In realtà è principalmente un uomo, Roberto Franzini, giunto alla fine della “Sua giovinezza”. Di fatto si ritrovano tanti fantasmi da scacciare, borderline tra autoironia e autocommiserazione nell'umido cuore del Triangolo industriale di Busalla. Contorto, intransigente e ribelle, è a suo modo amato: nel piccolo distaccamento genovese dove lavora tutti, comunque, si prendono cura di lui, in quel turno C che è una vera e propria famiglia, perché nel pericolo si è tutti uniti.

E quando il pericolo si presenta davvero con la P maiuscola, Franzini dovrà fare i conti con il suo passato, metterlo a posto, e capire che tra il vivere e il sopravvivere la scelta si può fare solo dopo essersi spogliato di tutte le maschere indossate per troppo tempo. «La tragedia umana esce nel libro, si annusa, si percepisce - ha spiegato Cubeddu - mi interessava far capire lo spirito del soccorso, che tocca anche momenti divertenti, di rasserenamento. Ecco perché nei tanti giochi di caserma, nel senso del percorso di Roberto Franzini, il protagonista scopre la differenza tra il vivere e il sopravvivere liberandosi di maschere e paure per affrontare con coraggio le grandi tragedie che la vita ci impone».

Il pompiere è, in definitiva, un ragazzo che si interfaccia con i propri fallimenti e i successi in un terremoto gigantesco e si ritrova a essere, allo stesso tempo, eroe e antieroe, come tutti, perché come si legge nel libro "al di là del bene e del male davanti al pericolo siamo quello che siamo". Di più: «Il pompiere è un eroe operaio -ha detto Cubeddu- infatti invece che portare una divisa veste una tuta da lavoro». Il tutto condito una buona dose di ribellione e con «Genova, Busalla, la realtà operaia che ha uno spirito diverso dalle altre località: innamorarsi qui ha un sapore diverso rispetto a ogni altro posto».
fonte: 

Firenze, Ponte Vecchio si "tinge" di rosa contro il tumore


Da Ponte Vecchio alla fontana del Nettuno:ottobre si tinge di rosa e Firenze si schiera con Lilt e Airc nella lotta conto il tumore al seno, che colpisce una donna su otto nell'arco della vita.



 Solo in Italia ricevono una diagnosi di tumore della mammella oltre 52.000 donne all'anno, il che equivale a circa 140 diagnosi al giorno. Ricevere una diagnosi fa però sempre meno paura, perché la sopravvivenza dopo cinque anni è aumentata fino all'87% e la mortalità diminuisce costantemente: -0,8% ogni anno.

"Anche quest'anno aderiamo con molto piacere alle campagna dell'Airc e della Lilt - ha detto l'assessora a Welfare e Sanità Andrea Vannucci - e anche nella nostra città sono previste già da stasera importanti e belle iniziative. Firenze è schierata in prima fila nella lotta contro i tumori e sono tante e importanti le attività svolte nei settori della prevenzione, della diagnosi precoce, dell'assistenza, della riabilitazione, dell'educazione sanitaria e della ricerca".

"La prevenzione è fondamentale e non va sottovalutata - ha proseguito Vannucci - perché dalla terribile e aggressiva malattia che è il cancro ci si può difendere solo con una costante prevenzione".
fonte: firenze.repubblica.it Foto Enrico Ramerini/Cge

A Firenze: "MARY SAID WHAT SHE SAID" con Isabelle Huppert, al Teatro della Pergola dall'11 al 13 Ott 2019

IN ESCLUSIVA PER L’ITALIA
Un nuovo importante incontro tra Robert Wilson e Isabelle Huppert.
Sempre innovativo, in Mary Said What She Said Wilson offre alla grande Huppert, accompagnata dalle musiche originali di Ludovico Einaudi, il trono della Regina di Scozia e Francia Maria Stuarda, che perse la corona a causa delle sue passioni.

Vita e tormenti, tra gloria, prigione e omicidi, di una donna che ha combattuto le forze della storia per controllare il suo destino.
Spettacolo in francese con sovratitoli in italiano

"MARY SAID WHAT SHE SAID"
Teatro della Pergola 11 Ott 2019 - 13 Ott 2019 testo di Darryl Pinckney regia, scene e luci Robert Wilson, con Isabelle Huppert, musica Ludovico Einaudi, produzione del Théâtre de la Ville - Parigi



Presentazione 11 OTTOBRE 2019 | ORE 15.30 SALA D’ARME – PALAZZO VECCHIO, FIRENZE
Non è soltanto un grande spettacolo internazionale, con una protagonista e un regista d’eccezione, coprodotto dal Teatro della Pergola.

Mary Said What She Said, un’esclusiva italiana voluta e costruita dalla Pergola, rappresenta il “varo” di un progetto unico in Europa: due prestigiose e storiche istituzioni teatrali, come il Théâtre de la Ville di Parigi e il Teatro della Pergola di Firenze, insieme a tante altre confluite intorno a questo asse Italia/Francia, si impegnano fianco a fianco nella progettazione di opportunità rivolte ai giovani, secondo gli intenti espressi dalla Carta 18-XXI, manifesto di principi che mettono al centro quanti hanno compiuto 18 anni nel 2018. Una Carta che esprime la visione di un futuro sociale e culturale realmente europeo, un’occasione per rendere disponibili, per quei giovani, contatti e momenti di confronto ‘non convenzionali’ con maestri e professionisti del mondo dell’arte, della scienza, dell’ambiente.

Sulla base di tali principi, in ambito teatrale si delinea un percorso progettuale e produttivo (vero rischio culturale da parte delle Istituzioni coinvolte) mirato alla preparazione di un attore contemporaneo, sociale, consapevole, europeo. Un percorso che, attraverso scambi e incontri che avranno il loro fulcro negli Chantiers d’Europe parigini (rassegna di teatro volta a stigmatizzare dogmi e frontiere e creare un legame solidale tra generazioni) e vedrà il suo momento più alto nella nascita della Compagnia dei Giovani del Teatro della Pergola, che si misurerà sui palcoscenici italiani e internazionali.

A partire da Mary Said What She Said si avviano inoltre ulteriori percorsi all’interno di una serie di workshop, momenti d’incontro e riflessione tra i giovani artisti e alcuni esponenti di livello internazionale del Watermill Center di New York, fondato dallo stesso Wilson. Questo itinerario ha portato il Teatro della Pergola a intessere relazioni anche con altri compagni di percorso, uniti adesso in una stretta condivisione di intenti: il Teatre Lliure di Barcellona, la Norwegian Theatre Academy, l’ArtEZ University of the Arts di Amsterdam, con i quali si è avviato, sempre per i giovani, uno scambio di esperienze e progetti.

Nel 2020, sempre al Teatro della Pergola, verrà poi allestito Jungle Book diretto da Robert Wilson, in partnership con il Théâtre de la Ville, e vedranno la luce altre produzioni tra le quali i nuovi spettacoli di Dimitris Papaioannou, Euripides Laskaridis e Juan Carlos Martel.
Tutti eventi pensati e progettati secondo i descritti comuni intenti delle istituzioni teatrali europee coinvolte, che saranno presentati nel dettaglio con un incontro pubblico l’11 ottobre alle ore 15.30 in Palazzo Vecchio a Firenze.
TUTTE LE INFO  QUI
fonte:  www.teatrodellapergola.com

giovedì 3 ottobre 2019

Lgbt: "Nati 2 Volte" da giovedì 28 novembre al cinema

Le difficoltà inerenti alla scelta, all'appartenenza e al cambio di genere.
La storia di Maurizio, transgender che dopo venticinque anni di autoimposto esilio a Milano è costretto a tornare al paese natale per l'improvvisa morte della madre. Questo viaggio diventa l'occasione per sciogliere i nodi legati alla sua fuga da adolescente - quando tutti a Foligno lo conoscevano come Teresa - e in particolare il legame ambiguo e mai risolto con Giorgio, il fidanzatino di un tempo a cui Maurizio inizialmente non ha il coraggio di rivelarsi, mettendo così in moto una girandola di equivoci e di situazioni tragicomiche. Sarà fondamentale l'incontro con Paula, una focosa paladina dei diritti civili. Riuscirà Maurizio a rinascere per la seconda volta?

Il film Nati 2 Volte, diretto da Pierluigi Di Lallo, è distribuito da Zenit Distribution. Uscita prevista giovedì 28 novembre.
Il film, tratto da una storia vera, è prodotto da Gianluca Pirazzoli.

Tra i protagonisti Fabio Troiano, Eridice Axen, Marco Palvetti Rosalinda Celentano, Daniela Giordano, Vittoria Schisano, Riccardo Graziosi, Gabriele Cirilli, Umberto Smaila, Morena gentile, Tiziana Di Tonno, Laura D’Annibale, Eleonora Pieroni, Matteo Bompani, Diletta Leazza, Luigi Imola e con Nini Salerno e la partecipazione straordinaria di Francesco Pannofino.
fonte: www.mymovies.it

Lgbt: "Quelli che lei chiama "merde" sono i nostri figli gay": lettera di una mamma al consigliere Cannata

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera aperta al dottor Cannata da Lorenzina Opezzo

"Egregio dottor Cannata,
premetto che non sono alla ricerca di visibilità né penso di candidarmi in futuro. Ciò per sgombrare il campo da eventuali illazioni o pensieri molesti o che potrebbero diventare tali.

Ho ascoltato il Suo intervento in Consiglio Comunale con un misto di incredulità, imbarazzo per Lei e, se mi permette, di tenerezza per il tentativo messo in atto di argomentare fatti tanto distanti tra loro da non permettere collegamenti se non artificiosi. Su Bibbiano e dintorni sono piene le pagine di giornali e non intendo soffermarmi; penso invece alla Sua dichiarazione sul fatto che si batterà a favore della famiglia “tradizionale” che mette bene in evidenza la Sua considerazione verso un grande numero di cittadini che non sono eterosessuali, se ci fosse bisogno di ulteriori esplicitazioni aggiuntive ai suoi chiarissimi post. Non uno, più di uno, con scritte vergognose. 

Lei è naturalmente libero di fare del Suo tempo ciò che vuole, esprimendo il Suo disprezzo pubblicamente ma non può pensare che, proprio per essere pubblico, non raccolga dissenso e disprezzo a sua volta, quella che Lei ha definito gogna mediatica. E’ anche libero di battersi per chi vuole ma non è libero di insultare. “Merde, feccia” si può scrivere sul proprio diario personale  o dire tra quattro amici al bar; non in un luogo pubblico in cui vivono gay e lesbiche ed i loro genitori.

Questi ultimi, madri e padri di coloro che Lei definisce merde, tra l’altro, appartengono perlopiù a famiglie tradizionali, per usare il termine che Lei predilige. Ecco, noi genitori di queste “merde” abbiamo vite normali con i nostri ragazzi. Alti e bassi, feste di famiglia, problemi, insomma tutto ciò che appartiene a tutti. Con la differenza che i nostri ragazzi (e di riflesso anche noi) hanno spesso avuto esperienze difficili, a volte dolorose, a volte molto dolorose. A sentirsi definire "merde" a molti, dopo aver sopportato sguardi ammiccanti, parole pesanti, essere stati tollerati, non interessa un bel nulla; ad altri, invece, aumenta le difficoltà che spesso hanno e preferiscono tacere, nascondersi.

Alcuni, non così di rado, nel sentirsi messi alla gogna (anche loro!) e considerati fallati da gente come Lei, non hanno strumenti e capacità per reagire e spesso scelgono un’altra soluzione. Le lascio immaginare quale. Forse nella sua carriera di medico non ha mai dovuto constatare la morte di chi ha preferito togliersi la vita piuttosto che dare un dispiacere a qualcuno. Le parole non sono mai leggere neanche quando si è tra amici, sono gravissime se pronunciate da chi ricopre cariche pubbliche o aspira a ricoprirle. Stupisce che Lei non capisca.

Egregio dottore, ha fatto male a non dimettersi. Legalmente può fare ciò che vuole, ne ha diritto, ma non avere la consapevolezza che non si è graditi neppure, a quanto pare, all’interno della propria maggioranza e, soprattutto, che certe affermazioni in un ruolo pubblico sono gravissime, è davvero singolare.

Per quanto riguarda me/noi la vita non subirà scossoni per ciò che Lei scrive e, soprattutto, mi è difficile considerarLa un nemico. Sarebbe  eccessivo; la vita è molte volte complicata per mille motivi tanto che tengo a salvaguardare quel che resta del giorno e, soprattutto, non mi appartengono odio e rancore ma sono pronta però a battermi anch’io per ciò in cui credo. Vuol dire che La penserò come un signore che, con l’età che ha (non si offenda, siamo vicini anagraficamente), ha ancora voglia di dividere il mondo in buoni e cattivi in base al sesso ed alla provenienza (mi pare che abbia anche detto che ci difenderà dalle invasioni) senza conoscere le persone.

A me, docente in pensione, continuano ad interessare l’umanità e l’animo umano e sono fondamentalmente intransigente. La mia intransigenza deriva però dalla capacità di ascoltare  e dialogare, capendo le ragioni degli altri perché l’esperienza umana è varia e complessa e la nostra cultura, la nostra arte, scienza servono ad accrescere le vite degli uomini, ad alimentarne l’animo. Non varrebbero nulla se non riuscissimo a far con esse del bene agli altri uomini. Sventolare il Vangelo non ci rende migliori. Don Gallo diceva che da secoli un’idea di natura uguale per tutti, immutabile nel tempo e nello spazio, non si trova più se non nei testi ufficiali cattolici. Ed aggiungeva che “la nostra libertà non si aggiunge semplicemente a quella altrui ma ne è parte integrante e costitutiva, poiché la libertà procede sempre da chi ne è stato storicamente escluso”.

Ciò per dire che la penserei così anche se non fossi coinvolta personalmente. Certi principi sono irrinunciabili perché, se nella nostra famiglia non ci siamo mai sentiti cittadini di serie b, essi valgono per tutti, anche per coloro che non hanno la forza per farsi sentire.
Con questi pensieri Le auguro di vivere più serenamente la Sua età e di confrontarsi spesso con gli altri perché l’umanità di persone diverse da Lei non potrà che arricchirLa. E’ ancora in tempo."
Lorenzina Opezzo

Lgbt: "Storia di Marcella che fu Marcello": il racconto di Marcella Di Folco affidato a Bianca Berlinguer

Pubblicato in settembre dalla casa editrice milanese La nave di Teseo e disponibile da oggi nelle librerie, Storia di Marcella che fu Marcello è la “confessione” che l’artista e attivista transgender Marcella Di Folco, scomparsa 67enne a Bentivoglio (Bo) il 7 settembre 2010, ha affidato alla giornalista Bianca Berlinguer.

L’attuale conduttrice di Cartabianca su Rai3 l’ha riportata fedelmente attraverso il racconto in prima persona di una vita appassionata e difficile quale fu quella di Marcella, all’anagrafe Marcello, iniziata il 7 marzo 1943 in un quartiere romano e poi proseguita attraverso una costante e tormentata ricerca di sé, conclusasi, nell’agosto 1980, con l’intervento di riassegnazione chirurgica di sesso a Casablanca.

Marcella Di Folco, come spiega Bianca Berlinguer, attraversa la storia d’Italia nelle sue contraddizioni: dall’infanzia complicata all’esplosione del ’68 visto attraverso la “rivoluzione giovanile” del Piper, dagli anni della dolce vita a Cinecittà con i grandi registi Fellini, Rossellini, Zeffirelli, Petri, che la vollero nei loro film.

Poi le notti romane fino all’accennata scelta dell’intervento, l’arrivo a Bologna nel 1986, la prostituzione, la militanza politica e le battaglie civili alla guida del Mit, all’epoca Movimento Italiano Transessuali.

Una pubblicazione che è stata salutata con gioia dalla stessa storica associazione, da lei presieduta fino alla morte, e da Porpora Marcasciano, sua successora immediata, che ha scritto: «Finalmente in libreria il libro di Bianca Berlinguer che restituirà un pezzo importante di storia, quella di Marcella»
fonte:  www.gaynews.it

Lgbt: Le fils trans' de la chanteuse Sade remercie sa mère dans un message émouvant

Izaak Theo, 23 ans, vient de terminer sa transition et remercie sa mère, la légendaire chanteuse de jazz, Sade, d’avoir été à ses côtés tout le long du processus.

« You think I’d leave your side baby / You know me better than that » (« Tu penses que je te quitterais bébé ? / Tu me connais mieux que ça ») chantait Sade dans « By Your Side« , un titre qui vient peut-être de prendre tout son sens. Son fils, Izaak Theo, vient de terminer sa transition après avoir passé plus de six mois à récupérer de sa chirurgie de réattribution sexuelle. Et Sade est restée à ses côtés tout au long du chemin de la transition. Dans un post sur Instagram, le jeune homme de 23 ans remercie donc la « reine des reines » sous une photo les montrant s’enlaçant dans un restaurant.

« Le chemin a été long et difficile mais on a réussi !! On rentre à la maison !!!!« , a t-il écrit dans la légende. « Merci d’être restée à mes côtés ces 6 derniers mois Maman. Merci de t’être battue avec moi pour compléter l’homme que je suis. Merci pour tes encouragements quand c’était difficile, pour l’amour que tu m’as donné. Le coeur le plus pur. Je t’aime tellement. Reine des reines« , a  alors continué Theo. Ce dernier avait fait son coming-out trans’ en 2016 lors du National Coming out Day (Jour National du Coming-out). Les internautes l’avaient ensuite accompagné dans son parcours de transition qu’il partageait avec ses 35 000 abonnés, révélant un « processus difficile, fatiguant, douloureux et émotionnellement épuisant« .

« Garde tes yeux vers l’horizon »
Son père, le producteur Bob Morgan était également aux côtés de son fils l’encourageant à se concentrer sur l’objectif. « Mon père dit toujours « garde tes yeux vers l’horizon » et c’est ce que je fais car au travers de toute la douleur, il y a le confort de se dire que ce n’est pas pour toujours et j’ai toute la vie devant moi, du coup JE SUIS TELLEMENT EXCITÉ, je dois juste me rappeler d’être patient quelque fois comme, j’en suis sûr, nous le faisons tous », peut-on d’ailleurs lire sur ce post datant de juillet dernier.
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fonte:  https://tetu.com/

Firenze: "Downton Abbey" al Cinema Odeon - Dress Code anni '20 e premi in palio!

Giovedì 31 Ottobre (ore 21) per la prima di DOWTON ABBEY, Cinema Odeon Firenze e The British Institute of Florence, in collaborazione con The Florentine, invitano il pubblico ad indossare, per la proiezione-evento, un DRESS CODE ANNI '20 per partecipare all’estrazione dei ricchi premi messi in palio!

 
Downton Abbey, film diretto da Michael Engler, è basato sulla popolarissima serie TV britannica, ambientata all’inizio del XX Secolo nello Yorkshire. Protagonista è ancora una volta la famiglia Crawley e la servitù che lavora per essa presso la splendida tenuta Downton Abbey nella campagna inglese. Un evento sconvolge la quiete del gruppo aristocratico: re Giorgio V e la sua famiglia reale faranno visita alla dimora. Questo vuol dire che i veri reali soggiorneranno da loro, che hanno sempre vissuto da reali. 
La notizia getta li nella confusione più totale e in breve tempo la tenuta viene popolata dal maggiordomo e da altri dipendenti del re, che si prodigano per far sì che tutto sia pronto per il suo arrivo. I Crawley si ritrovano impossibilitati ad agire, mentre Downton Abbey sembra aver subito una colonizzazione esterna. Ma i padroni di casa non resteranno a guardare e decideranno di “contrattaccare” per riprendere quello che un tempo era loro e difendere l’onore della dimora.

DOWNTON ABBEY (GB, 122′) – Un film di Michael Engler, con Maggie Smith, Hugh Bonneville, Tuppence Middleton, Matthew Goode
Versione originale con sottotitoli in italiano | Original version with Italian subtitles
Cinema Odeon Firenze

ELENCO PREMI MESSI IN PALIO:
Da The British Institute of Florence: 1 corso di lingua (o di italiano o di inglese) a scelta tra: per inglese corsi tematici o corsi intensivi di giugno o luglio; per italiano corso di due settimane.

Da The Florentine: i libri Jane Fortune, Invisible Women. Forgotten Artists in Florence; Jane Fortune, Linda Falcone, When The World Answer. Florence, Women Artists and the 1966 Flood; Deirdre Pirro, Famous Expats in Italy e Deirdre Pirro, Italian Sketches. The Faces of Modern Italy.
fonte:  Cinema Odeon Firenze evento fb

martedì 1 ottobre 2019

La Spezia: Grandi nomi e belle storie, riparte la stagione del Teatro ragazzi al Civico

    Il presidente della commissione tecnico scientifica Matteo Taranto: "Ai più giovani dobbiamo dare teatro di qualità e questa stagione non ha nulla da invidiare a quella di prosa".  

 "Se le scuole dovessero avere difficoltà a partecipare alla stagione del Teatro ragazzi il Comune farà la sua parte. Gli istituti si rivolgano al mio ufficio di gabinetto e faremo il possibile per coinvolgerli". Con queste parole il sindaco della Spezia Pier Luigi Peracchini ha lanciato un appello a tutti gli istituti scolastici per coinvolgerli nella nuova stagione del Civico dedicata ai più giovani che aprirà martedì 20 novembre con lo spettacolo "Il piccolo clown" portato in scena dalla Compagnia dei somari e Aria teatro. La presentazione si è tenuta questa mattina sul palco del teatro della città con il sindaco, il presidente della commissione scientifica Matteo Taranto e il commissario Alessandro Maggi.




“Altro appuntamento irrinunciabile per il Teatro Civico è il cartellone pensato dalla commissione artistica per i più piccoli, per promuovere fin dall’infanzia la cultura, la passione e il fascino del teatro – ha aggiunto il sindaco Pierluigi Peracchini – il cartellone proposto non ha nulla da invidiare a quello della stagione già presentata perché si tratta di produzioni di altissimo profilo artistico e intellettuale. Sono tante le linee di riflessione negli spettacoli: la relazione padre figlio, la differente percezione del tempo nei bambini e negli adulti, le reinterpretazioni delle favole più famose, uno spettacolo su Leonardo di cui quest’anno ricorrono i 500 anni dalla morte, la disabilità, la povertà e la storia antica. Il cartellone vanta anche due preziose produzioni spezzine , il Coro Kids Fabrizio De André di Gloria Clemente e il centro di danza di Loredana Rovagna, in collaborazione con l’Istituto Don Lorenzo Milani a cui è affidata la chiusura della stagione ragazzi con uno spettacolo vincitore del bando SIAE. Vorrei in ultimo rivolgere un sentito ringraziamento alla commissione del Teatro Civico, coordinata da Matteo Taranto di cui fanno parte Alessandro Maggi e Roberto Di Maio, per il grande lavoro e la sensibilità che hanno riservato nel costruire anche quest’anno un grande cartellone per promuovere la cultura del teatro nelle nuove generazioni della nostra Città.”

La stagione del Teatro ragazzi sarà composta da nove spettacoli della durata media di 50 minuti con autentiche primizie e, per la prima volta alla Spezia, il musical "A Chistmas Carol" con Roberto Ciufoli si annuncia partecipatissima.

"Questa stagione teatrale - ha spiegato il presidente Matteo Taranto - è frutto di una stagione importante e che garantisse il grande lavoro svolto l'anno scorso: che si sposa con il massimo della qualità e della proposta. Noi pensiamo che i bambini siano gli adulti di domani, sembra una frase fatta, retorica ma è la realtà. Noi dobbiamo garantire ai bambini un teatro fruibile e intelligente. I temi variano tantissimo e sono molti: si va dal rapporto padre e figlio, povertà, scuola. Sono argomenti che verranno portati in scena da grandi compagnie internazionali e pluripremiate. Voglio citare "A Christmas Carol" perché è il grande musical che torna sul palco del Civico. E' uno spettacolo per tutti, Dickens parla di essenza. Torna Emma Dante, è staordinaria e si cimenta con spettacoli forti e interessanti. Avremo anche spettacoli di grande impatto visivo e scenico. Un esempio è "Becco di rame" con il Teatro nero: attori con le tute nere animeranno delle marionette raffiguranti animali portando in scena un tema delicato come la disabilità. L'anno scorso non ho perso nemmeno uno spettacolo e quest'anno cercherò di fare lo stesso".

La particolarità di questa stagione del Teatro ragazzi è anche il fortissimo legame con il territorio. Il produttore di "A Christmas Carol" è spezzino e tra le punte di diamante della stagione ci sarà anche il coro Fabrizio De Andrè di Gloria Clemente e uno spettacolo della coreogografa e insegnante spezzina di fama internazionale Loredana Rovagna che chiuderà la stagione del teatro ragazzi.
"Il legame con la città è forte - ha dichiarato Alessandro Maggi della commissione tecnico scientifica del Civico - ed è voluto. Il nostro intento combinare le eccellenze della città con delle presenze da fuori che rappresentino una qualità estrema. Secondo noi può fare traino e da stimolo. Crea scambio, collaborazioni, fa cresere la città, l'interesse anche la curiosità delle compagnie che vengono. E' una cosa assolutamente voluta".
fonte:  www.cittadellaspezia.com

Lgbt: CIAO, DELIA. UN RITRATTO MOLTO PERSONALE DELLA GIORNALISTA APPENA SCOMPARSA

Quando muore una persona che ha lasciato un’impronta forte sul mondo, chi resta tende a voler condividere la sua personale esperienza con questa, come a sottolineare – a meno che non si tratti di un mero gesto narcisistico nel volersi accostare a qualcuno di famoso – quante vite abbia toccato chi ci ha lasciate, e come le abbia influenzate.


Delia Vaccarello, giornalista, scrittrice, docente, attivista, palermitana nata nel 1960 e morta la notte scorsa di un cancro che nonostante la lunga lotta alla fine non le ha lasciato tregua, fu un’eroina della mia tarda adolescenza. Io, lesbica di provincia purtroppo ancora in the closet col grosso del mio mondo sociale, vedevo la mia identità sancita grazie al lavoro prezioso di questa donna. Vaccarello, infatti, curò per anni la rubrica Un, due, tre, liberi tutti, che usciva di lunedì, ogni 15 giorni, sulle pagine dell’Unità. Era una convalida che arrivava, oltretutto, dal quotidiano del partito, che mio padre considerava sacro, quindi a maggior ragione significativa. 
La rubrica iniziò nella seconda metà degli anni ’90 come spazio in cui parlare genericamente di diritti civili. Erano altri tempi, lei stessa, allora, non era dichiarata esplicitamente, ma il linguaggio che usava era preciso e innovativo. Quel foglio col tempo divenne più esplicitamente dedicato al mondo LGBT+, che allora non avremmo nemmeno chiamato così, probabilmente adottando un molto meno inclusivo «gay e lesbico». 
 
Nel 2003, mentre accompagnavo un’amica nella sua città natale dopo un suo lutto, scoprii in stazione la raccolta Principesse azzurre, fresca di stampa, che mi distrasse durante quel lungo viaggio. Ne curò, negli anni a venire, diversi volumi. Oggi quelle storie ci farebbero sorridere, per lo più, ma con internet ancora molto lento e Netflix ancora da venire, erano la prima pubblicazione per lesbiche di una casa editrice mainstream, la Mondadori, e costituirono un momento importante: tutte li leggevano, non solo le appassionate di letteratura, agognando a veder rappresentati positivamente i proprio amori, cosa nel 2003 ancora molto rara.

Nel 2010 pubblicò, sempre per Mondadori, Evviva la neve, il racconto di alcune transizioni di genere, occupandosi anche in quel caso in modo pionieristico di questo tema nell’editoria di massa.
La ritrovai docente alla mia Scuola di giornalismo nel 2013, finalmente incontrandola di persona, e presentandomi con: «Ciao, sono Elisa, la lesbica della classe». Preparatissima, all’inizio del suo seminario sciorinò le sue pubblicazioni, gli editori, i premi giornalistici vinti. Io capivo che non lo faceva per vantarsene, ma per farsi rispettare da quel manipolo di ragazzi per lo più talentuosi ma anche eterosessisti e molto arroganti, convinti di sapere già tutto del mondo. 

Un ultimo incontro avvenne a fine 2014, quando entrambe vestimmo i panni della formatrice a un corso di aggiornamento per giornalisti sui temi LGBT+, per me era la prima volta, per lei la milionesima. Anche in quell’occasione portò con sé Lacan, cagnolino adottato che le era inseparabile.
Delia Vaccarello è morta, il mondo LGBT+ è più povero.
Grazie di tutto, Delia.
fonte:  di Elisa Manici http://lafalla.cassero.it/

Grazie a Dio: il film di François Ozon al cinema dal 17 ottobre 2019

François Ozon torna alla regia di Grazie a Dio, Gran Premio della Giuria al Festival di Berlino: il film esce in Italia il 17 ottobre distribuito da Academy Two

Dopo Frantz e Doppio Amore il regista francese François Ozon porta sul grande schermo Grazie a Dio, presentato nella scorsa edizione del Festival di Berlino, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria. In Italia la pellicola sarà distribuita nelle sale cinematografiche da Academy Two e la data di uscita ufficiale è il 17 ottobre 2019.

Grazie a Dio è una grande storia di coraggio, tratta da fatti realmente accaduti: protagonista Alexandre Guérin, interpretato da Melvil Poupaud, che vive a Lione con la moglie e i figli. Un giorno, per puro caso, scopre che il prete che lo aveva molestato da piccolo lavora ancora con i bambini e decide di fare qualcosa. Supportato da altre due vittime del parroco, François (Denis Ménochet) e Emmanuel (Swann Arlaud), cercherà di abbattere il muro del silenzio che circonda il dramma che loro stessi hanno vissuto. Non mancheranno, però, le conseguenze, che non lasceranno indenne nessuno dei tre.

Nel cast del film troviamo anche Éric Caravaca, Bernard Verley, François Marthouret e Josiane Balasko.

lunedì 23 settembre 2019

Cinema: "Burning, l'amore brucia" per Lee Chang-dong

Dal racconto di Murakami, in sala dal 19 settembre "Burning. L'amore brucia", basato sul racconto 'Barn Burning' di Haruki Murakami, è un film del coreano Lee Chang-dong diviso tra triangolo d'amore e rabbia. Una sorta di mystery thriller, già in corsa per la Palma d'oro al Festival di Cannes del 2018 esce ora in sala dal 19 settembre.

Interpretato da soli tre personaggi, si consuma, più che nell'azione, nella passione nascosta dei sentimenti. C'è Haemi (Yong-seo Yun), una ragazza bella e smart che si trova divisa tra due uomini. Da una parte Jongsu (Ah-in Yoo), aspirante scrittore con una problematica famiglia alla spalle.
Dall'altra c'è invece Ben (Steven Yeun) cinico, nichilista quanto basta, e pieno di denaro.

In realtà a conoscere la ragazza per primo è Jongsu che, al primo giorno dopo un pomeriggio di sesso con Haemi, si ritrova affidatario del gatto della ragazza visto che lei sta partendo per l'Africa. Al suo ritorno all'aeroporto c'è una sorpresa per l'aspirante scrittore che ama Faulkner: Haemi torna accompagnata da Ben e si capisce subito che non è solo un suo amico.
Tra i tre è subito ambiguo triangolo. Escono così spesso insieme, vivono una situazione alla Jules e Jim, ma la fragilità economica e sociale di Jongsu non è facile da gestire, tanto più quando inizia a sospettare che la scomparsa a un certo punto di Haemi potrebbe essere un espediente del ricco rampollo di tenerla lontano da lui. E così monta in lui, lentamente e inesorabilmente, la rabbia.

    "Quando mi sono messo a leggere il libro Lee Chang-dong - ha detto il regista di Oasis - mi sono subito accorto che era sì una storia molto bella e misteriosa, ma nella quale in effetti non succedeva nulla, una cosa che ho ritenuto allora poco cinematografica". Ma, ha detto ancora il regista, c'era alla fine "l'elemento della rabbia, una cosa oggi avvertita in tutto il mondo rispetto a una situazione politica ed economica disastrosa per tutti noi".
Fonte: (ANSA) di Francesco Gallo   www.ansa.it