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giovedì 3 ottobre 2019

Lgbt: "Nati 2 Volte" da giovedì 28 novembre al cinema

Le difficoltà inerenti alla scelta, all'appartenenza e al cambio di genere.
La storia di Maurizio, transgender che dopo venticinque anni di autoimposto esilio a Milano è costretto a tornare al paese natale per l'improvvisa morte della madre. Questo viaggio diventa l'occasione per sciogliere i nodi legati alla sua fuga da adolescente - quando tutti a Foligno lo conoscevano come Teresa - e in particolare il legame ambiguo e mai risolto con Giorgio, il fidanzatino di un tempo a cui Maurizio inizialmente non ha il coraggio di rivelarsi, mettendo così in moto una girandola di equivoci e di situazioni tragicomiche. Sarà fondamentale l'incontro con Paula, una focosa paladina dei diritti civili. Riuscirà Maurizio a rinascere per la seconda volta?

Il film Nati 2 Volte, diretto da Pierluigi Di Lallo, è distribuito da Zenit Distribution. Uscita prevista giovedì 28 novembre.
Il film, tratto da una storia vera, è prodotto da Gianluca Pirazzoli.

Tra i protagonisti Fabio Troiano, Eridice Axen, Marco Palvetti Rosalinda Celentano, Daniela Giordano, Vittoria Schisano, Riccardo Graziosi, Gabriele Cirilli, Umberto Smaila, Morena gentile, Tiziana Di Tonno, Laura D’Annibale, Eleonora Pieroni, Matteo Bompani, Diletta Leazza, Luigi Imola e con Nini Salerno e la partecipazione straordinaria di Francesco Pannofino.
fonte: www.mymovies.it

sabato 17 agosto 2019

Lgbt: Paolo Bandini diventa Nicky Bandini. Il giornalista del Guardian annuncia (sul Guardian) di essere transgender


Lo struggente articolo anche sul machismo del calcio e del giornalismo sportivo: “Non mi aspetto di essere immediatamente accettata ma chiedo rispetto e gentilezza”.

L’articolo sul Guardian
La notizia colpisce. Per due motivi: per la notizia in sé, e perché ci rendiamo immediatamente conto di come sarebbe impossibile in Italia e quindi di quanto siamo indietro anni luce. Oggi sul sito del Guardian c’è un articolo così intitolato: “Sono Nicky Bandini e sono ancora un giornalista sportivo” con tanto di foto della reporter che ha firmato l’articolo col suo nuovo nome. Fino a ieri i suoi articoli erano firmati Paolo Bandini uno dei giornalisti più autorevoli della testata, che si occupa di calcio italiano. Il suo coming out è anche in un video pubblicato sul suo nuovo account Twitter.  IL VIDEO DI TWITTER
Bandini scrive un articolo profondo e struggente. Comincia ricordando il suo amore per la scrittura già da ragazzo e poi l’opportunità che gli offrì il Guardian dopo aver seguito un corso di giornalismo di venti settimane. Cominciò nel 2006 gli piace immaginare che il Guardian non si sia mai pentito. Prosegue soffermandosi sulla capacità di trovare le parole giuste e usa quelle che avrebbe usato con un amico incontrato parlando a cuore aperto con un amico su una collina.

Sono transgender

Queste sono le parole. “So che questa dichiarazione sarà scioccante per molte persone”. Ma adesso, dopo aver combattuto la disforia per il senso di dissociazione tra il corpo che lai vita gli ha inflitto e le attese che lui aveva, ecco che adesso, a 35 anni,  lo dice ad alta voce. “Ho scritto il mio articolo col nome Paolo Bandini, da oggi sarò Nicky Bandini”.


Il coming out tre anni fa con secchiate di lacrime
Parla e si sofferma sulla confusione che questa notizia creerà in molte personale, sa che alcuni continueranno a usare il pronome maschile. “Sarebbe ipocrita da parte mia immaginare che le persone digerissero informazioni che mi hanno preso innumerevoli ore di terapia e di vita vissuta. Il cambiamento è un viaggio lento”.

Racconta che alle persone più importanti della sua vita lo ha rivelato tre anni fa. “E non con una dichiarazione di intenti ma con secchiate di lacrime e un attacco di panico. La scelta è stata dura – scrive -: rinunciare alla vita o trovare un nuovo modo per andare avanti. Alla fine, ho scelto la seconda strada e mi sono trasferita in una nuova città dove avevo spazio per ricominciare. Ho sperimentato i modi in cui mi presento e ho parlato con psichiatri. Ci sono voluti un milione di piccoli passi per iniziare a stare a mio agio”.


Il calcio e il giornalismo sportivo

“Il coming out al lavoro ha richiesto qualcosa di più di un atto di fede. Il giornalismo sportivo non è un luogo sempre accogliente con chi non è un maschio etero. Né lo sono gli sport che hanno grande pubblico e altrettante attenzione mediatica. Non conosco oggi altri giornalisti sportivi – carta stampa o tv – transgender nel Regno Unito (se sto sbagliando, per favore fatemelo sapere). E sebbene nessuno deve sentirsi obbligato a discutere la propria sessualità se non lo vuole, è sconvolgente che non ci sia un calciatore dichiaratamente gay nelle prime quattro divisioni di calcio maschile in Inghilterra”.

Ricorda che solo poche settimane dopo la fine del Mondiale femminile, il calciatore che si celava dietro l’account twitter “The Gay Footballer” – che ha dichiarato di giocare in Championship – ha cambiato i suoi progetti e ha fatto coming out scrivendo: “pensavo di essere più forte, mi sbagliavo”.
Prosegue Bandini: «Quello che chiedo è rispetto e gentilezza per me e per i transgender in generale”. E ancora: “Preferirei di gran lunga non scriverlo e vivere in un mondo in cui il mio cambiamento non richiedesse alcun commento. Ma visto che non viviamo ancora in quel mondo, eccomi qui”. E ripete la richiesta di rispetto e gentilezza.

Poi, un altro passaggio che colpisce non poco: “Essere trans non ha alcun impatto sulla mia capacità di analizzare una partita di calcio”
fonte:  www.ilnapolista.it

martedì 10 marzo 2015

Lgbt: The Voice of Italy 3, il trans Daniel Petrarulo incanta con la sua voce

Grande sorpresa a The Voice of Italy 3, dove i coach si sono girati all’unisono, ascoltando la voce di Daniel Petrarulo, transgender che ha incantanto con la sua voce lo studio del programma musicali.

Le Blind Auditions stupiscono ancora con l’arrivo di un talento sicuramente unico, che affascina anche per la storia di vita particolare che c’è dietro alle sue spalle. Dopo Suor Cristina, all’interno del programma arriva una nuova personalità che ha tanto da raccontare e da dare. Daniel Petrarulo ha 29 anni e viene da Grottaglie, un paese in provincia di Taranto. All’anagrafe, il ragazzo si chiama Daniela. La “a” finale, però, al giovane è stata sempre stretta e, con tante difficoltà, è riusciuto ad intraprendere un percorso di transizione per diventare ciò che lui aveva sempre desiderato: un uomo.

I coach non si sarebbero mai aspettati che, dietro quella voce calda e accattivante, ci fosse un transgender. Daniel ha colpito davvero tutti e, alla fine, ha scelto di far parte del team Noemi. Prima dell’esibizione Daniel ha spiegato la sua decisione di cambiare sesso e identità: “Il mio è un percorso di transizione da donna a uomo, è molto delicato e duro da affrontare. All’inizio pensavo che la mia voce sarebbe sparita, invece adesso sono convinto che l’avrò per sempre. Sogno di realizzarmi e comunicare con la musica: partecipare a The Voice potrebbe voler dire aprire delle menti. Vado a testa alta perché non rinnego nulla di come sono, alla fine sono sempre me stesso“.
Dopo l’esibizione ha raccontato ai coach la sua storia: “All’anagrafe sono Daniela, ma sto cercando di eliminare quell’ultima vocale che mi stava scomoda“. Sul palco, Daniel si è esibito portando la canzone Always di Bon Jovi. Ecco il video dell’esibizione di Daniel a The Voice of Italy 3
A QUESTO LINK IL VIDEO DELL'ESIBIZIONE DI DANIEL
https://www.youtube.com/watch?v=sRFFsxoqov8

FONTE: Daniela Caruso http://www.quotidianamente.net/65691/life-style/the-voice-of-italy-3-il-trans-daniel-petrarulo-incanta-con-la-sua-voce-video/

mercoledì 28 gennaio 2015

Lgbt: Il trans spagnolo Diego Neria Lejarraga e la fidanzata in udienza privata con papa Francesco

Veniva definito 'figlia del diavolo' dal parroco della sua città in Spagna. Apertura del Vaticano per i matrimoni LGBT?

Sabato 24 gennaio un uomo transgender spagnolo ha avuto un'udienza privata con papa Francesco in Vaticano. Il giornale spagnolo Hoy ha riferito che Diego Neria Lejarraga, nato femmina e trasformato in seguito in maschio, con la fidanzata che vuole sposare, hanno avuto un'udienza privata con il pontefice presso la sua residenza ufficiale.

Neria detta Francis aveva scritto una lettera in cui raccontava di voler frequentare la chiesa nella città spagnola di Plasencia, ma era stato respinto dal parroco e veniva da lui definito come "la figlia del diavolo".

Papa Francesco chiamò per la prima volta Neria alla vigilia di Natale, dopo aver ricevuto la sua lettera. In un'intervista l'uomo ex donna ha detto "dopo averlo ascoltato in molte occasioni, ho capito che avrebbe potuto comprendermi".

In molti affermano che questo è il momento più moderato del Vaticano riguardo i diritti del matrimonio per coppie dello stesso sesso da quando Francesco salì al soglio pontificio.
Quando era ancora arcivescovo di Buenos Aires, Francesco nel 2013 aveva detto ai giornalisti che gli facevano domande sull'omosessualità, che gay e lesbiche non devono essere giudicati o emarginati.
Una rivista gesuita italiana, pochi mesi dopo aveva pubblicato un'intervista col pontefice argentino durante la quale aveva affermato che la Chiesa era cresciuta ossessionata da matrimonio, aborto e contraccezione. Inoltre lo scorso novembre aveva tolto alcuni poteri ad un cardinale americano, che criticava apertamente il diritto al matrimonio per le coppie dello stesso sesso, e l'aborto.

Però all'inizio di questo mese i difensori dei diritti LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender) hanno criticato il pontefice riguardo i commenti fatti durante il suo viaggio nelle Filippine che sembravano suggerire che il matrimonio omosessuale fosse una minaccia alla famiglia. C'è da dire anche che Francesco nel 2010 in Argentina descrisse il matrimonio tra persone dello stesso sesso come "il lavoro del diavolo" poco prima che la presidentessa Cristina Fernández de Kirchner firmasse la legge relativa.

José María Núñez Blanco, presidente della Fundación Triángulo
, un gruppo di difesa spagnolo dei diritti LGBT nonostante abbia criticato le posizioni del Vaticano su questioni specifiche, ha descritto l'incontro con Neria come "una buona notizia". "È assolutamente assurdo che ad un credente venga impedito di vivere le proprie convinzioni religiose", ha detto Núñez. "Alcuni proclamano la religione come amore e si dedicano a diffondere odio. Speriamo che la Chiesa cattolica cessi di essere una macchina di odio e sofferenza per il bene dei credenti e dei non credenti. "

Marianne Duddy-Burke, direttore esecutivo di Dignity USA, un gruppo per i cattolici LGBT, ha osservato sul Washington Blade di domenica che molti alti funzionari cattolici in Europa hanno "parlato molto duramente" contro le persone trans. Duddy-Burke ha tuttavia descritto l'incontro di Francesco con Neria come "un evento molto significativo."
fonte http://it.blastingnews.com /di Stefano Innocenti

venerdì 16 gennaio 2015

Libri: "Resto Umano" di Anna Paola Lacatena, la storia vera di Miki un uomo che non si è mai sentito donna

Questo libro narra la storia vera di un uomo che non si è mai sentito donna. Miki è un uomo in un corpo di donna con una storia da raccontare: la storia di Michela, diventata Miki.

Il libro è composto da due parti: la prima è la storia di vita di Miki, la seconda è un’appendice dove il lettore può trovare approfondimenti in merito alle tematiche trattate nella ricostruzione del protagonista.

Una storia vera
intensa e lucida, raccontata con la serenità che caratterizza chi è sopravvissuto al peggio, corredata da una serie di riferimenti tecnici e informazioni più specifiche su tossicodipendenza, su transessualismo e sulle tematiche sociali trattate.
E’ soprattutto, un romanzo biografico in cui non c’è spazio per luoghi comuni, condanne, pregiudizi, patetismi e favole.

Michela, già da bambina, vive un dramma interiore al quale non sa dare un nome e che la porta presto a scegliere di vivere per e di strada, dove incontra compagnie pericolose, sostanze stupefacenti (l’eroina è la mia signora, il mio corpo il suo regno!), il carcere e infine la contrazione dell’AIDS. Le prime esperienze sentimentali e sessuali la inducono a respingere gli uomini e preferire le attenzioni delle donne, dapprima amiche poi qualcosa di più. Fino a quando le viene diagnosticato un carcinoma maligno all’utero curabile solo con la rimozione dell’organo: quasi una liberazione per Michela, che inizia così il suo percorso per diventare Miki e, forse, finalmente se stesso.

"Maschio o femmina alla nascita, tale devi rimanere per tutta la vita. Se questa cosa ti fa soffrire, al mondo non interessa. Vivitelo come vuoi, ma senza che quel dolore faccia troppo rumore."

Ricostruendo la storia di Miki, la Dott.ssa Lacatena ha narrato un’esistenza di grande vulnerabilità e sofferenza, troppo spesso ignorata dalla società, cercando di restituirle visibilità e valore. Dipendenza patologica, detenzione, AIDS e transessualismo sono entità di devianza, che non dispongono di validazioni e approvazioni sociali da parte della collettività.

Le società e le culture possiedono una propria configurazione di genere (maschio e femmina), e forniscono pertanto modelli di condotta sessuale specifici e definiti culturalmente. Il rapporto tra i sessi è, infatti, un principio imprescindibile nell’ambito dei processi sociali, configurandosi più precisamente come struttura sociale di genere, attraverso la quale vengono apprese norme e valori.

Il transessualismo si configura come un disturbo dell’identità di genere. Il Transessualismo (Benjamin, 1953) può essere definito come il desiderio di un cambiamento di sesso da riportare a un’identificazione completa con il genere opposto, negando e cercando di modificare il sesso biologico di origine. Esso è stato inserito nel DSM-IV e nell’ICD-10, nei disturbi di genere; nel DSM V invece è stato derubricato come disturbo mentale. Questa depatologizzazione del transessualismo ha acceso un dibattito, ancora in corso, che comprende numerosi piani di dialogo (socio-culturale, normativo, economico,…). L’approccio multidisciplinare appare imprescindibile al cospetto di un fenomeno che porta con sé implicazioni sociali, psicologiche, biologiche, giuridiche, quando non di tipo bio-etico.
La sfida attuale è di sottrarre una questione così complessa al quadro puramente ideologico.
fonte: www.stateofmind.it

lunedì 14 ottobre 2013

Lgbt: Angola, cantante transessuale ambasciatrice dell’ONU

La cantante transessuale angolana Titica potrebbe essere una dei prossimi ambasciatori di buona volontà di UNAIDS, non nuova a scegliere personaggi di grande visibilità sociale per le sue campagne, come la Miss Universo angolana Leila Lopes, che da enormi manifesti stradali incoraggia gli angolani all’uso del preservativo e a sottomettersi al test per l’HIV.

La scelta di Titica, famosissima transessuale, cantante di successo venerata da centinaia di migliaia di angolani, star indiscussa dello showbiz del paese, potrebbe essere la più controversa, proprio a causa della sessualità della sua protagonista.

Le leggi dell’Angola puniscono i rapporti omosessuali con i lavori forzati, ma nessuno ricorda l’ultima volta che la legge è stata applicata e nel paese non c’è traccia – ma si può sempre peggiorare – della feroce omofobia che caratterizza gran parte dell’Africa in questo scorcio di nuovo millennio e l’Angola è il paese africano in cui l’incidenza dell’HIV è più bassa.
fonte http://www.gaiaitalia.com di Daniele Santi

mercoledì 25 settembre 2013

TV: Lea T a "Ballando con le stelle" la modella trans figlia di Cerezo «Se la mia presenza può aiutare qualcuno a lottare o a sentirsi meno solo sarò ancora più felice»

Sabato 5 ottobre su Rai 1 parte la 9° edizione di “Ballando con le Stelle“, il programma condotto da Milly Carlucci. Tra i personaggi che parteciperanno al format vi sono Massimo Boldi, Jesus Luz, Lorenzo Flaherty, Roberto Farnesi, Elisa Di Francisca, Gigi Mastrangelo, Alessandra Barzaghi, Amaurys Perez, Francesca Testasecca, Federico Costantini e Veronika Logan e Lea T, transessuale che ha deciso di cambiare sesso la cui storia è stata riportatata dal Corriere della sera.

Quando giocava in cortile con gli altri bambini, mentre suo padre, Toninho Cerezo, correva sui campi di calcio con la maglia della Roma, Lea T. non avrebbe mai immaginato che— anni dopo—si sarebbe ritrovata a volteggiare su una pista da ballo. In tv, poi. Ma probabilmente in quel periodo non immaginava neanche che da grande sarebbe diventata una modella contesa per le sfilate di tutto il mondo. Questo perché allora Lea era ancora Leandro, un bambino vivace ma che, con il passare deltempo, si trovava a chiudersi a chiave in bagno per farsi una piega ai capelli. Usciva solo dopo essersi lavato di nuovo la testa, così che nessuno potesse sospettare cosa avesse fatto.

UN PERCORSO DIFFICILE
Nell’articolo vengono raccontate le difficoltà riscontrate dalla donna ad essere accettatata come tale, perchè non sempre vi sono persone che riescono ad accettare chi fa certe scelte e esplicita questa cosa spesso con uscite in felici, spesso sui social network.

Non è semplice il percorso che ha portato quel bambino a diventare la donna bellissima che è. E, purtroppo, spesso ci pensano i commenti di certa gente a ricordarglielo.
L’ultimo pretesto è stata la partecipazione a «Ballando con le stelle», al via il 5 ottobre su Rai1. Lea T. è nel cast.
E non tutti—specie sui social network — hanno fatto onore alla loro intelligenza commentando il suo nome

L’AMORE DELLA FAMIGLIA
Ma perchè partecipare al programma allora? La donna, che si dice cattolica e riservata, sostiene che all’inizio non era convinta di accettare, ma dopo essersi consultata con la famiglia e aver parlato con Milly Carlucci, ha deciso di intraprendere l’avventura in televisione in modo da poter raccontare la storia dell’amore della sua famiglia che l’ha sempre sostenuta.

Il suo obiettivo? «Dimostrare a me stessa che posso vincere questa sfida e raccontare quanto l’amore della famiglia aiuti a superare tutto. E mostrarmi così come sono». E come è? «Una persona normale, anzi una delle tante persone diverse. Perché siamo tutti diversi gli uni dagli altri, ma abbiamo lo stesso diritto di vivere secondo la propria anima. E il dovere di non tradirla mai». I giudizi della gente la feriscono? «L’unico giudizio che conta è quello della mia famiglia. Se qualcuno fatica a capire un percorso forte come il mio mi spiace, ma non posso farci niente». La sua partecipazione è un messaggio a chi attraversa una vicenda simile alla sua? «Se la mia presenza può aiutare qualcuno a lottare o a sentirsi meno solo sarò ancora più felice. Ho seguito un percorso che forse era già scritto nel destino. C’è voluto coraggio e tanta forza».Ma col ballo come se la cava?«Spero che il mio maestro abbia pazienza, perché pur essendo brasiliana non ho mai ballato».
fonte http://www.giornalettismo.com/

martedì 23 luglio 2013

Lgbt: La storia di Katie e Arin, Lui era una lei, lei un lui il trionfo di un amore trans

I due diciottenni si sono conosciuti in un gruppo di sostegno per ragazzi che hanno cambiato sesso

Lui era una lei e lei era un lui. L'amore trans è sbocciato mentre frequentavano un gruppo di sostegno per giovani transessuali. Katie Hill, 18 anni, è nata Luke e il suo fidanzato Arin Andrews, 16, era una ragazzina di nome Emerald.

I due sin da giovani non riuscivano a sentirsi bene nel proprio corpo. Così hanno iniziato a partecipare in Oklahoma, negli Stati Uniti, dove risiedono, a una serie di incontri per ragazzi come loro. E qui si sono innamorati. Katie ha subìto l'operazione per diventare donna all'inizio dell'anno grazie ad una donazione anonima di 40 mila dollari. Arin, che ha anche partecipato ad un noto concorso di bellezza, ha iniziato con le iniezioni di ormoni e sta lavorando duramente in palestra con il padre Mitch per cercare di aumentare la massa muscolare così da ottenere un corpo più maschile.

Entrambi hanno avuto qualche problema con i genitori quando hanno rivelato di voler cambiare sesso. Katie e suo padre Randy, un ex marine di 56 aani, non si sono parlati per tre anni. Ma ora sia Katie che Arin hanno il pieno sostegno delle loro famiglie che hanno anche accettato il loro amore.
fonte http://www.liberoquotidiano.it/

lunedì 8 luglio 2013

Lgbt Arezzo: Storie di vite in transito al TransCamp di Arcigay nell'ambito de “La città invisibile” Mercoledì 10 alle 19,30 presso l’Anfiteatro romano

Storie di transiti e di vite in transito nel primo Trans Camp aretino organizzato da Arcigay Chimera Arcobaleno, nell’ambito del progetto “La città invisibile” promosso dal circolo Arci Karemaski.

Mercoledì 10 alle 19,30 presso l’Anfiteatro romano si terrà un incontro nel quale Giuliano, Beatrice, Yuri, Serena e Alessandro si racconteranno, moderati da Andrea Rosselletti e con il supporto professionale della psicologa Federica Invernizzi. Una chiacchierata informale, basata sull’idea della testimonianza attiva, che offrirà ai presenti l’occasione per saperne di più su identità di genere e transessualità.

Protagoniste le persone transgender che regaleranno al pubblico esperienze, vissuti e sensazioni, sottolineando le difficoltà ma anche le gioie delle loro esistenze in transito.

"Con questa iniziativa vogliamo portare all’attenzione di tutti il tema della transessualità troppo spesso trascurato anche dalle associazioni lgbtqi - ha dichiarato Cristina Betti, presidente di Arcigay Arezzo - e lo facciamo con la formula nuova e meno ingessata del camp che speriamo favorisca l’interazione, lo scambio delle esperienze, la condivisione con le persone eterosessuali che vorremmo parte attiva nelle nostre battaglie e con la comunità lgbtqi aretina tutta. Un modo originale per invitare alla riflessione e far sentire tutt* parte in causa quando si parla di diritti negati".
Gli stand saranno aperti già dalle 18 in poi, è previsto l'aperitivo by Olga e Albano e a fine incontro seguirà Dj set fino a tarda serata.
fonte http://www.valtiberinainforma.it

lunedì 17 giugno 2013

Lgbt Cinema: “Lei è mio marito” il film su un’avvocatessa trans e sul suo matrimonio con una donna

"Lei è mio marito" è un film documentario, prodotto dalla Kenzi Productions di Milano e diretto da Annamaria Gallone, che verrà presentato ai festival internazionali di cinema.

Parla di Alessandra Gracis, un’avvocatessa civilista transessuale, che, dopo il cambio di sesso, ha sposato civilmente la sua compagna, ora moglie, Roberta, perché all’anagrafe il suo genere non è stato ancora rettificato.

Alessandra Gracis è un’affermata avvocatessa civilista di Treviso, di famiglia borghese, figlia di un famoso primario. Alessandra fino a qualche anno fa, però, era Alessandro (e per lo Stato lo è ancora, come vedremo). La sua storia ha ispirato un film documentario, Lei è mio marito, che ha seguito gli ultimi 3 anni della sua vita, fino all’operazione per il cambiamento di sesso e al matrimonio con la sua compagna.

La vicissitudini personali di Alessandra raccontano una storia in cui molte persone transessuali si potranno riconoscere: la curiosità da ragazzini per gli abiti femminili della madre, il turbamento della maturazione sessuale, il disagio nell’affrontare la vita nei panni di un uomo, la repressione.

Fino a quando, a Carnevale del 2005, Alessandra si fece convincere da un’amica a travestirsi da donna: “Ha scoperchiato una pentola che sapevo piena di sconvolgenti verità… Quando mi struccai, piansi.

Sapevo che il giorno dopo sarei tornata ad essere Kent, mentre io volevo conservarmi Superman, anzi Superwoman”. Alessandra desiderava fortemente esprimere la sua femminilità ed arrivò a organizzare un calendario di beneficenza in cui si fece ritrarre vestita e truccata da donna: “Nessuno avrebbe dubitato di me ed intanto avrei potuto rivedermi truccata e vestita”.

Poi, grazie anche all’aiuto del Mit, il Movimento di Identità Transessuale, di Bologna, Alessandra acquistò fiducia in se stessa e decise di cominciare a girare in abiti femminili, e all’inizio non fu facile, con i soci del suo studio che le voltarono le spalle.

Tuttavia, ricevette il supporto dell’ambiente giuridico, per esempio quando fu invitata ad un convegno a Pisa: “È stato commovente l’applauso dei presenti. Non lo dimenticherò mai. Non c’è stato alcun pregiudizio, anzi…

E poi l’Ordine degli Avvocati di Treviso che mi diede due tesserini professionali per agevolarmi: uno con la mia foto da uomo e l’altro con quella da donna.
Un apripista che mi ha permesso di avere in seguito la carta d’identità e il passaporto con foto femminile e nome maschile”.

Una cosa che l’ha sorpresa molto è stata il sostegno da parte dei clienti, sia quelli grandi, come Benetton, sia quelli piccoli, come un agricoltore di 70 anni, che, dopo aver appreso la notizia, le disse: “Avvocato, se lei ha avuto questo coraggio, allora la mia causa è davvero in buone mani”.

La famiglia non ha avuto la stessa reazione: “I miei genitori appartengono a un’altra generazione per loro è difficile capire.
Continuano a chiamarmi Sandro e per la mamma sono e sarò sempre il suo unico figlio maschio… Mi spiace aver causato tanto dolore ai miei: la mia non è una passeggiata sul tappeto della Croisette, ma una navigazione in un mare pieno di onde”.

Un posto speciale nel documentario, e nella vita di Alessandra, ovviamente, è occupato da Roberta.
La storia tra di loro era iniziata come una relazione eterosessuale, che si era interrotta quando Alessandra aveva iniziato il suo percorso verso il cambio di sesso. Roberta però le assicurò che le sarebbe sempre stata vicina, e così è stato.

Le due hanno convolato a nozze il 21 dicembre 2012, perché per lo Stato italiano Alessandra è ancora un uomo. È stata lei stessa a non formalizzare ancora il cambio di genere: “Il ritardo è per tutelare il mio matrimonio.
Il cambiamento di sesso in Italia è causa di scioglimento del vincolo. E io voglio tutelarlo”. Ironicamente il matrimonio è stato fissato nella data che per i Maya doveva significare la fine del mondo e che per lei è stata un nuovo inizio.

Molto soddisfatta della riuscita della pellicola è la regista Annamaria Gallone: “Ho incontrato Alessandra a Milano, mi era stata raccontata la sua storia e ne ero rimasta colpita…
Abbiamo parlato per cinque ore. E il suo personaggio mi ha affascinato.
Non è la solita storia di trans, ma il racconto dell’evoluzione di una persona accanto alla sua compagna. Devo dirlo: sono molto orgogliosa di questo film. Abbiamo parlato di un tema difficile senza mai cadere nella morbosità”.
fonte http://www.gaywave.it

lunedì 20 maggio 2013

Lgbt: Oggi in edicola su Il Fatto Quotidiano del lunedì: cambio sesso, cambio vita


Sentirsi prigionieri nel proprio corpo. Le storie di chi ha provato a liberarsi e non sempre c’è riuscito.

Essere prigionieri del proprio corpo. Sentirsi donna o uomo, ma vivere con un corpo che in ogni istante ti costringe a essere altro. In mezzo a persone che non accettano la tua inquietudine.

Il Fatto del Lunedì racconterà la scelta di chi ha deciso di cambiare sesso: ripercorrerà con un reportage e con le immagini la storia esclusiva di un militare che ha deciso di diventare donna e ha preteso poi di essere reintegrato.

Racconteremo le tante scelte difficili di chi ha rischiato tutto pur di vivere secondo la propria identità. E non sempre ha vinto: c’è chi è stato accettato, ma tanti sono finiti nella solitudine, hanno perso lavoro e amici.

E parleremo delle sentenze rivoluzionarie che in Italia consentono di cambiare sesso senza dover affrontare un’operazione. Perché l’identità sessuale non è tanto quella che ti impone il corpo, ma quella che ti senti nel profondo.

Un’inchiesta sul rapporto con il proprio sesso, ma soprattutto sull’identità di ciascuno di noi. E sui diritti delle persone.
fonte http://www.ilfattoquotidiano.it

mercoledì 24 aprile 2013

Lgbt Pisa: Deborah diventato Lele, e si candida al Comune in lista con Sel


In lista con Sel, potrebbe essere il primo trans a entrare a Palazzo Gambacorti
Il nome da donna nel tabellone elettorale e un’incertezza sulle “quote rosa”

Sui cartelloni elettorali delle prossime amministrative, nella lista di Sel comparirà un nome che potrà suscitare qualche incertezza: Deborah Baldini (detta Lele).

Soprannome maschile per un nome evidentemente femminile: ma ancora per poco. Il candidato in questione è infatti Emanuele Baldini, la prima donna che è diventata uomo grazie ad un intervento nel nostro ospedale.
Un caso che il nostro giornale aveva già affrontato un anno fa, proprio alla vigilia dell’operazione.

Adesso Lele - 44 anni, di origine milanese ma da anni trapiantato a Pisa - ha completato quel percorso ed attende solo l’ufficializzazione del cambiamento di sesso.
«Ufficializzazione – ci dice – che avverrà a luglio, ponendo quindi fine alla contraddizione tra il mio aspetto ed il mio codice fiscale». Lele è ormai un uomo a tutti gli effetti, anche se deve ancora superare le diffidenze di chi gli chiede i documenti e vede il nome femminile.
Sicuramente la sua candidatura, la prima in assoluto a palazzo Gambacorti per una persona che sta cambiando sesso, servirà a dare visibilità alla condizione di chi vive una diversità.

«È accaduto tutto all’improvviso – spiega - Un amico comune ha raccontato la mia storia a Dario Danti. Mi ha chiamato immediatamente proponendomi di candidarmi. Non ho mai fatto politica, ma ho accettato con entusiasmo». Una candidatura che, formalmente, fa saltare tutti gli schemi; soprattutto quelli delle così dette “quote rose”. Lele, fino a quando a luglio il tribunale non sancirà il suo cambiamento di sesso, è a tutti gli effetti una donna. Quindi nella lista di Sel rappresenterà proprio le donne anche se ormai è di fatto un uomo. «Effettivamente sulla lista devo ancora mettere il mio nome attuale – scherza - ma poi l’elettore quando mi vedrà, capirà subito che non sono più Deborah».

Come detto Lele Baldini non ha mai fatto politica, ma ovviamente in questa nuova avventura porterà la sua esperienza. «Una esperienza fatta di tante difficoltà – dice tornando serio - a cominciare dal rapporto con i genitori.
La gente deve capire che chi compie un passo come il mio, sia uomo che donna, si scontra con il mondo.
Difficoltà a trovare lavoro, ad avere rapporti interpersonali, con la famiglia.
Io sono disoccupato e, ad esempio, non posso rivolgermi alle agenzie interinali perché il codice fiscale è femminile.
Nella scelta di accettare la candidatura di Sel, ci metto ancora una volta la faccia – insiste - così come in occasione dell’intervista in cui annunciavo l’operazione. Voglio impegnarmi per aiutare coloro che vivono la mia condizione.
Perché – conclude – la mia e la nostra non è una scelta, ma una condizione».

Al coordinatore provinciale di Sel Dario Danti il commento su questa sua decisione. «Pisa è sempre stata all’avanguardia nella difesa dei diritti di tutti, contro l’omofobia; come non dimenticare ad esempio il registro delle unioni civili. Una forza come Sel ha voluto dare un corpo ed un volto, quelli di Lele, a questa battaglia per i diritti di tutti. Mi chiedete se Lele appartiene alle quote rosa nella nostra lista – conclude sorridendo - Sicuramente l’elenco dei candidati sarà a maggioranza femminile, quindi dovremo parlare di quote celesti».
fonte http://iltirreno.gelocal.it/pisa di Daniele Benvenuti

mercoledì 10 aprile 2013

Lgbt TV: Pif "Il testimone" merita la promozione nelle scuole o su Rai2. Ottima puntata sui trans


E bravo Pif! L’ex Iena, al secolo Pierfrancesco Diliberto, è il protagonista o meglio Il testimone del miglior programma di Mtv.
In onda ieri alle 22.50 e oggi in replica in prime time, Il testimone si è occupato dei transessuali.

Realizzando un piccolo capolavoro.Innanzitutto, il filo conduttore che a mio parere ha ruotato intorno a questa puntata dal titolo “Persone transessuali” è stata l’abolizione dell’immaginario collettivo.

Quando si parla di queste persone viene naturale citarli come “i transessuali” – anche il prestigioso Corriere della Sera incappa spesso in questa denominazione grossolana – ma in realtà è necessario operare una distinzione. Coloro i quali transitano dal sesso femminile a quello maschile (female to male o ftm, per usare una terminologia universale) è un transessuale, chi passa dal maschile al femminile è una transessuale (male to female o mtf).

E naturalmente la cronaca ha la sua colpa nella costituzione di questo immaginario collettivo che vede i transessuali (con l’articolo determinativo indico entrambe le categorie) esclusivamente come dediti alla prostituzione. Pif ad esempio ieri ha incontrato a Bologna Giulio e Christian, due ragazzi ftm (il primo lavora in un negozio di articoli per animali, il secondo non ne ha parlato e probabilmente è disoccupato).

Non starò qui a raccontarvi la storia che hanno raccontato alla telecamerina di Pif,dal momento che potrete recuperarla stasera su Mtv oppure sul sito di MtvOnDemand:
http://ondemand.mtv.it/serie-tv/il-testimone/s05/il-testimone-s05e06-pif-persone-transessuali

proprio come ha fatto il sottoscritto, ma ciò che colpisce è l’abilità dell’ex Iena di avvicinarsi a un argomento sconosciuto con la curiosità di un bambino. Magari il bambino non pone domande così intime sull’operazione chirurgica di costruzione del pene (Pif in queste circostanze raccomanda a sua mamma di mettere su Rete 4), ma necessarie per la comprensione globale del tema.

Dal racconto dei due ragazzi – ai quali si aggiunge nel finale quello di Mattia di Milano – si evince come i transessuali incontrino delle difficoltà burocratiche nella presentazione dei documenti di identità, nell’attivazione di una carta di credito – ma la strada non è totalmente in salita.

Grazie alla dottoressa Gandini dell’Ospedale Careggi di Bologna e all’avvocato Roberto Galassi abbiamo scoperto che tramite una sentenza del Tribunale di Roma del 2012 è possibile effettuare il cambio anagrafico senza l’esportazione delle gonadi). Successivamente, occorre farne comunicazione al giudice che provvederà alle opportune modifiche nel Registro di Stato civile.

E a proposito di diritti civili, emerge una verità paradossale: nel momento in cui un transessuale ha concluso il suo percorso e ha ottenuto il cambio definitivo di nome, nessuno gli impedisce di sposare una persona del sesso opposto, naturalmente in Comune. Il diritto al matrimonio in Italia esiste per i trans ma non per i gay, non lo trovate paradossale?

In conclusione, Il testimone è di una fattura così preziosa che andrebbe fatto visionare nelle scuole o meriterebbe almeno la promozione su una rete di maggior utenza come Rai2.
fonte http://www.cinetivu.com Marcello Filograsso

martedì 9 aprile 2013

Lgbt > TV: A MTV “Il Testimone” di Pif racconta le vite di alcuni transessuali FtoM italiani

Dopo l’incontro con il discusso rapper Fabri Fibra e l’istantanea scattata in Sicilia tra coloro che si oppongono al pizzo, Pif prosegue il suo viaggio andando a raccontare le storie e le vite di alcuni transessuali italiani.

La sesta puntata de IL TESTIMONE, in onda stasera su MTV Italia alle 22.50, si divide tra Milano e Bologna per mostrare le vicende di alcune persone transessuali che hanno deciso di raccontare la loro verità a Pif e alla sua piccola telecamera.

A Bologna IL TESTIMONE incontra Giulio, proprietario di un pet shop, e Christian, studente di igiene dentale. I due ragazzi accolgono Pif nelle loro case e nelle loro vite, per un racconto emozionante e sincero, arricchito dal coinvolgimento di alcuni loro familiari.

Dal capoluogo emiliano a quello lombardo Pif riprende e intervista Mattia, un transessuale “F to M” addetto al recupero crediti.

Per avere un quadro più ampio e dettagliato del tema la parola passa dai protagonisti delle storie ad alcuni esperti…
Pif intervista una dottoressa sul tema della disforia di genere, il disturbo che causa in una persona una forte e persistente identificazione nel sesso opposto a quello biologico.
Infine raccoglie la testimonianza di un avvocato che spiega come viene trattato il transessualismo dalla legislazione italiana.
fonte www.megamodo.com

sabato 23 marzo 2013

Lgbt Radio: A Oltre le Differenze "Transessualismo: malattia o esperienza umana significativa?" Se ne parla oggi sabato 23 marzo alle 15, anche con l'attrice Vittoria Schisano


Pro e contro della depatologizzazione del disturbo dell’identità di genere in previsione del nuovo DSM. Sotto i riflettori la testimonianza dell’attrice Vittoria Schisano

Transessualismo: malattia o esperienza umana significativa?
E’ la domanda alla quale cercherà di rispondere la prossima puntata di Oltre le Differenze, il format radiofonico interamente dedicato al mondo gay, lesbico, bisex e trans condotto da Natascia Maesi e Oriana Bottini, che torna in onda sabato 23 marzo alle 15, sulle frequenze di Antenna Radio Esse (FM 91.25, 93.20, 93.50 e 99.10) o anche in diretta online dal sito www.antennaradioesse.it.

Ospite d’eccezione l’attrice Vittoria Schisano protagonista della fiction Rai
“Io e mio figlio: nuove storie per il Commissario Vivaldi” quando per tutti era ancora Giuseppe.
Una bella testimonianza nella quale racconta la sua rinascita come Vittoria.

Per approfondire il tema dal punto di vista medico-scientifico, si darà spazio al prof. Andrea Fagiolini, responsabile dell'Unità Operativa Complessa di Psichiatria Universitaria presso l'Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, uno dei massimi esperiti in Italia di DSM - il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali considerato la “Bibbia della psichiatria” in uscita a maggio con la quinta edizione.

L’intervista sarà l’occasione per riaprire il dibattito sul disturbo dell’identità di genere o disforia di genere (DIG), termine con il quale nel DSM si definisce la condizione delle persone transessuali e transgender, inserendola nel novero della malattie psichiatriche.

Una terribile etichetta che in tanti chiedono venga rimossa con conseguenze che però potrebbero essere molto pesanti, visto che allo stato normativo attuale, in Italia, se venisse esclusa dal DSM, la transessualità non sarebbe più considerata una patologia ma una scelta personale con il rischio che l’accesso gratuito alle cure, potrebbe non essere più garantito dallo Stato.

Quello che è oggi un diritto sancito dalla legge: la possibilità di entrare in un percorso medico-sanitario di ri-assegnazione chirurgica del genere, diventerebbe un privilegio solo di chi può permetterselo economicamente.

Nel finale i consueti consigli su lettura, cinema e appuntamenti a tema, inoltre c'è sempre la possibilità di interagire con la redazione del programma scrivendo a redazione.oltreledifferenze@gmail.com o visitando la pagina fan su facebook e il blog oltreledifferenze.wordpress.com in cui si trovano i video di tutte le puntate già andate in onda
fonte Redazione oltreledifferenze

lunedì 18 marzo 2013

Lgbt Milano: "Trans at work" Le persone trans nel mondo del lavoro, presso l’associazione Milk giovedì 21 marzo alle 20.30


Giovedì 21 marzo alle 20:30, in via Soperga 36 presso l’associazione Milk Milano:
http://www.milkmilano.com/
,
si terrà un incontro dedicato alla realtà transgender:
“Trans at work- Storie di vita e di lavoro.”

Dopo aver fornito alcune definizioni preliminari utili alla comprensione della tematica e una panoramica sugli aspetti normativi, è previsto un confronto a partire da esperienze di persone trans* in relazione al lavoro.
Seguirà dibattito.
Qui il link all’evento Facebook: Trans at work – Le persone trans nel mondo del lavoro
il profilo FB Milk: https://www.facebook.com/milk.milano
fonte http://www.parksdiversity.eu/ da simona massei

venerdì 15 marzo 2013

Lgbt Scozia: Trans (FtoM) condannato per non aver rivelato la sua storia di genere a due partner sessuali


Il caso di un uomo scozzese trans che affronterà il carcere, per non aver informato due ragazze con cui è stato sulla sua disforia di genere, ha sollevato le preoccupazioni dell’Alleanza scozzese Transgender, che si oppone decisamente alla criminalizzazione delle persone trans che non rivelano il loro percorso di genere ai partner sessuali.

Chris Wilson, un uomo trans di Aberdeen, in Scozia, ha ammesso che non era riuscito a dire a due ragazze con cui è stato, la sua storia di genere e la sua vera età, e che aveva baciato una delle due e fatto sesso con l’altra.

Il caso è stato ulteriormente complicato dal fatto entrambe le donne erano probabilmente minorenni al tempo della relazione. Una delle due, di 15 anni, aveva detto a Wilson di avere 16 anni mentre Wilson, 20enne all’epoca, le aveva detto di averne 17.
Il 6 marzo Chris Wilson è stato condannato per ‘aver ottenuto l’intimità sessuale con l’inganno’.

Wilson è stato iscritto nel registro dei reati sessuali e, con ogni probabilità, dovrà affrontare una pena detentiva.
Dalla comunità GLBT sono state sollevate forti preoccupazioni sulla possibilità che partner di persone trans non messe al corrente della loro storia clinica possano sporgere denuncia.

L’Alleanza scozzese Transgender (STA) ha lanciato una petizione per dire all’ufficio della corona scozzese (Scottish Crown Office) che è “inaccettabile criminalizzare le persone trans semplicemente perchè scelgono di vivere secondo la loro identità di genere e non rivelano la loro storia clinica alle/ai partner sessuali.

Siamo scioccati e sgomenti che una tale ingiustificata criminalizzazione delle persone trans si possa verificare in Scozia.

Gli enti pubblici scozzesi dovrebbero perseguire l’uguaglianza e i diritti umani delle persone che hanno affrontato una riassegnazione di genere e non metterli in uno stato di paura ed allarme”.

STA ha aggiunto di essere molto preoccupata per questo caso e per il messaggio che ne deriva, di criminalizzazione delle persone transessuali che desiderano vivere liberamente nel rispetto della loro nuova identità.

L’associazione spera che il Crwon Office e il procuratore chiariscano che politica intendono portare avanti contro le persone transessuali.
Fonte http://www.mosinforma.org/ via pinknews.co.uk

lunedì 11 marzo 2013

Lgbt Cinema: Berlinale 2013 Recensione: "BAMBI" di Sébastien Lifshitz, vita di una transgender con qualche sorpresa (non è la solita storia trans)


Bambi (è la bionda al centro) con le colleghe del Carrousel, anni ’50.
(clicca per ingrandire)

Bambi, un documentario di Sébastien Lifshitz. Con Marie-Pierre Pruvot/Bambi.
Francia 2013. Presentato alla Berlinale nella sezione Panorama Dokumente.
Storia di Bambi, star tra anni ’50 e ’60 del cabaret parigino en travesti Le Carrousel. Nata come Jean Pierre nel 1935 nell’Algeria francese, diventata Bambi sul palcoscenico, quindi Marie-Pierre dopo il cambio di sesso.

Ora, a 77 anni e sempre smagliante, rievoca la sua storia.
La prima parte sembra un racconto gay di calvario, martirio e successivi riscatto e resurrezione come ne abbiamo visti e sentiti tanti.
Ma la seconda riserva parecchie sorprese interessanti.
Vincitore del Teddy Award alla Berlinale come migliore doc a tema omosessuale.

Vincitore, questo Bambi, del Teddy Award per il miglior documentario a tema gay, anzi LGBT (quello per il film di finzione è andato al polacco In the Name of), un premio che alla Berlinale conta parecchio, e che per la città di Berlino, una delle capitali omosessuali da sempre, conta ancora di più.

Un film di 60 minuti girato per la tv francese – è la lunghezza non oltrepassabile, sennò le televisioni non trasmettono, spiegava con pacatezza dopo la proiezione il regista Sébastien Lifshitz – dove la oggi 77enne e sempre molto bella Marie-Pierre Pruvot racconta se stessa e la sua storia di cambio di genere sessuale, da uomo a donna, in tempi in cui una simile mutazione era roba da pionieri, mica come adesso che la passa la mutua. Dunque, Jean-Pierre Pruvot nasce nel 1935 in una cittadina dell’Algeria ancora francese, francesissima.

Un bambino, solo che “mi piaceva ricamare, mi piacevano i bei vestiti femminili”, ricorda la Marie-Pierre Pruvot di oggi intervistata e ripresa da Lifshifz, grandi primi piani di una faccia senile ma ancora seducente, capelli bondi, nessuna traccia della remota mascolinità (come invece accade spesso ai transgender che, una volta adeguato il proprio corpo alla identità femminile che sentono propria, finiscono paradossalmente con il rivelare tratti duri, viriloidi, diventando donne piuttosto mascoline).
Naturalmente perplessità e anche riprovazione e rifiuto in famiglia e a scuola per quel bambino che sogna (e pensa) di essere una bambina.

Poi, nel 1953, la rivelazione, la folgorazione.
Ad Algeri arriva la troupe del Carrousel de Paris, cabaret di uomini in abiti e nudità femminili, e Jean-Pierre assistendovi da spettatore decide che sarà quella la sua strada.

Trasferimento a Parigi, quindi sul palcoscenico prima di Madame Arthur e poi del Carrousel, e Jean Pierre diventa Bambi, delicata creatura angelica assai femminile che con i suoi numeri di canto, ballo e spogliarello troverà molti estimatori.

Segue una carriera ultradecennale nel cabaret come specialissima showgirl, l’amore con un ragazzo di ottima famiglia che per lei sfida le convenzioni sociali, la vicinanza e l’amicizia con Coccinelle, mitica star del burlesque en travesti tra le prime a sperimentare le cure ormonali per accentuare e accelerare il suo processo di femminlizzazione, e tra le prime a sottoporsi (a Casablanca) all’intervento chirurgico di cambio di sesso.

Una leggenda, Coccinelle, che conquistò e scandalizzò stampa e pubblica opinione, divenne una star, fu inclusa da Alessandro Blasetti nel suo doc Europa di notte (film matrice di ogni successivo mondo-movie).

Bambi ne segue le orme, anche lei prende gli ormoni (“tutti mi sconsigliavano, ma io non mi spaventai”), anche lei, due anni dopo e dopo molte riflessioni, decide di sottoporsi all’intervento a Casablanca: “Il mio ragazzo era contrario, voleva che restassi com’ero”. Diventa donna, perderà il suo uomo.

Ora: fin qui il film, e il racconto di Marie-Pierre/Bambi, è interessante, ma assai convenzionale e prevedibile, seguendo il consolidato format narrativo di tanta letteratura e memorialistica omosessuale (e relativi dintorni): un ragazzo che si sente espropriato del proprio autentico sè, il rifiuto da parte dell’ambiente circostante e della famiglia, la ribellione, la fuga, la rinascita con la propria vera (o presunta tale) identità, l’affermazione di sè contro il mondo.
Quante ne abbiamo viste e sentite di storie così negli ultimi decenni?

Con la differenza, qui, che Marie-Pierre mostra una grande compostezza, una dosa di retorica inferiore a quella che ci viene solitamente somministrata in racconti autobiografici del genere, una proprietà di linguaggio di precisione chirurgica. Interessante è anche il suo ritorno in Algeria, un viaggio nella memoria, in cerca di luoghi e facce e segni e tracce del suo passato.
Ma la quasi ottantenne Marie-Pierre trova poco, solo muri scrostati, vaghe ombre.

L’Algeria di oggi, senza più nulla di francese e totalmente arabizzata e anche modernizzata, non ha più niente dei panorami umani e ambientali di allora.
Ma il film, e la storia di Bambi, decolla davvero nella seconda parte, quando si introducono almeno due elementi assai diversi dalla media delle biografie trasngender, scostamenti decisi rispetto al già visto e sentito.

Il primo: agli inizi degli anni Settanta Bambi, ormai diventata Marie-Pierre, si laurea alla Sorbona e poco dopo ottiene l’incarico di insegnante di francese in un liceo di Cherbourg.

Si sposterà poi in una scuola della banlieu parigina e per 29 anni sarà un’insegnante eccellente e assai stimata dagli allievi, dai colleghi, dai superiori.
Abbandona il nome Bambi, taglia con il suo passato di trans da cabaret, si rifà per così dire una nuova identità e una verginità sociale, e la sua massima paura è che un giorno o l’altro a scuola vengano a sapere di quello che era stata e del suo cambio di sesso.

Il secondo elemento è che, sul finire della sua stagione cabarettistica, Bambi incontra l’amore della sua vita, non un uomo come ci si aspetterebbe ma, sorprendentemente, una donna di nome Ute, con la quale si lancia in spettacoli di nudità e vago lesbismo in un teatrino che si chiama Elle et lui.

Dunque, ricapitoliamo: un uomo diventa donna (dopo ormoni e intervento chirurgico), per poi innamorarsi di un’altra donna e vivere un amore lesbico.

A me pare un’avventura esistenziale straordinaria, certo qualcosa che scombina non solo ogni pregiudizio antigay, ma perfino certo conformismo e certe convenzioni, convinzioni, ovvietà politicamente corrette.

Il bello di questo film, e della sua protagonista, è l’erraticità, il vagare tra gli scogli delle identità di genere senza trovare un approdo, e senza darci una soluzione, anzi suscitandoci e lasciandoci in preda a molti dubbi, come: ma valeva davvero la pena cambiar sesso? non è un paradosso che diventando donna Jean-Pierre ritrovi quel desiderio per una donna che da uomo non riusciva a provare?

Il film di Lifshitz non si fa molte domande e non si dà risposte, si limita a seguire il racconto di Jean (poi Marie)-Pierre, mostrandocene la straordinarietà senza mai entrare nei suoi vuoti, negli interstizi, nelle crepe. Molto resta all’oscuro.

Bambi ci dice poco o niente della guerra d’Algeria, della fuga (o della cacciata) dei francesi, della fine di quel suo mondo, e niente ci dice dei rapporti tra francesi e arabi, niente di cosa significase essere omosessuali a fronte della cultura islamica.

Così come non ci spiega come mai, una volta diventata rispettabile insegnante di liceo, abbia voluto nascondere il suo passato di trans da cabaret.
Paradossale: si cambia sesso per diventare se stessi e poterlo gridare al mondo, poi però lo si occulta, o si è costretti ad occultarlo.

Il meglio di questo film sta nelle molte questioni che apre e lascia aperte, nel suo andare parecchio oltre la usuale agiografia gay, entro la quale solo apparentemente si muove e resta.

La storia di Bambi, al suo primo livello così esemplare e edificante da sfiorare il santino della gaytudine, si rivela man mano assai più frastagliata, ambigua, complicata, ed è questo a rendercela tanto interessante.

Certe annotazioni della protagonista sono straordinarie, prima fra tutte il ricordo degli striscianti conflitti che dietro le quinte del Carrousel opponevano i travestiti e i transgender: “Quasi tutti erano solo travestiti, uomini che si vestivano da donna in scena, ma che non si sentivano donne.
Alcuni non erano nemmeno omosessuali, e non apprezzavano chi voleva cambiare sesso come Coccinelle e me”.


Certo è un bel casino, anche se ho l’impression che la gran parte del pubblico berlinese presente alla proiezione non si sia posta troppe domande, accontentandosi della superficie del film, del suo porsi come racconto e parabola del martitirio e del riscatto di un ragazzo che voleva essere una ragazza.

Una platea, almeno il giorno (sabato 17 febbraio) in cui c’ero io, a dominante composizione gay, che ha molto apprezzato e applaudito anche il corto proiettato prima di Bambi su una coppia lesbica cambogiana (e non sto scherzando: questa è la Berlinale, questa è Berlino, credo che solo qui ti possa capitare di vedere un corto su due lesbiche cambogiane).

Lei e lei che si conoscono ai tempi terribili dei khmer rossi, con la prima mandata a lavorare durissimamente nei campi, una storia che attraversa tutte le stazioni tipiche della sofferenza gay così come le abbiamo sentite raccontare mille volte.

Solo lo sfondo, l’esotica Cambogia. Certo niente a che fare con la complessità e la bella, felice ambiguità di Bambi.

Alla fine il regista Sébastien Lifshitfz ha annunciato una versione più lunga per il dvd, e vediamo se qualche zona oscura verrà illuminata.
Pochi giorni dopo Berlino Lifshitz ha vinto il César per il migliore documentario francese dell’anno con Les Invisibles, anche questo a tema gay, omosessuali che rievocano come si viveva da omosessuali entre les deux guerres.
L’avevano dato a Cannes in non ricordo più quale sezione, ma, ammetto, me l’ero perso.
fonte http://nuovocinemalocatelli.com da luigilocatelli
BAMBI - Entretien avec SEBASTIEN LIFSHITZ

mercoledì 13 febbraio 2013

LGBT TV: EVA ROBINS A DOMENICA LIVE: "NON MI OPERO NON SONO PIÙ TRANS: ORA TRANSGENDER"


«Ora sono una transgender, ossia possiedo più generi insieme. Ero una trans e mi sono trasformato».
Eva Robins come sempre femminilissima e trasgressiva con eleganza e ironia, ospite di Barbara D'Urso a Domenica Live.
«Non ho intenzione di operarmi: ci sono molte altre cose che dovrei ritoccare, prima» dice a mo' di battuta.

E poi, Eva confessa che 'Pippo', la sua parte maschile è sempre con lei: «È una parte del mio ego e non me ne separarei mai: è una parte di me. Posso fare giusto un lifting!».

E poi, ammette: «Il tempo ci porta a cambiare di continuo: non so quello che diventerò in futuro».
E l'amore?
«Sono innamorata della vita: un uomo può farti del male, venti insieme no. Il problema dell'amore è che mi lascia sfinita, mi coinvolge troppo. Prima ero attratta dai randagi senza arte né parte. Poi mi sono innamorata. E il miracolo è stato che ci siamo innamorati nello stesso momento e della stessa persona ed è andata benissimo.

Fino a che ho compiuto 40 anni e mi sono innamorata di uno di 20, e non avevo le armi per fronteggiare una storia così. Ho fatto due anni di psicanalisi in cui non facevo che parlare di questo ragazzo».

E alla domanda della D'Urso: «Sei innamorata» risponde con una piccola esitazione: «Innamorata? Non sono innamorata nel senso di una fissazione».
Ma non è un no.
fonte http://www.leggo.it/ di Isabella Pascucci

venerdì 8 febbraio 2013

Lgbt: Trans e sacerdote con sette figli, una storia tedesca

La Welt racconta la storia di Elke Spoerkel, reverendo transessuale, padre di sette figli e accettata dalla comunità.

IL CASO
Hans Gerd ha sempre saputo di avere l’anima nel corpo sbagliato e nel corso degli anni ha deciso di riappropriarsi della sua vera natura.
Oggi è una donna sacerdote e ha sette figli.
Elke è il nome che ha scelto con coraggio nonostante la paura di essere respinta dalla comunità perché la sua professione la porta ad avere contatto continuo con la comunità ma la sua è una storia felice con un bel finale e la racconta la Welt.

CORAGGIO
Temeva i fischi ma gli applausi sono stati molto più forti per questa donna sacerdote che ha sfidato i pregiudizi per essere finalmente se stessa. Dice di essere “padre” e “madre” dei suoi sette figli e che i bambini hanno accettato la situazione. Certo, farsi accettare non è stato così semplice come sembra infatti racconta: “Mi fa male quando si lavora per decenni e si costruisce un rapporto di fiducia con le persone ma poi queste smettono di salutarti se ti incontrano per strada” dice Elke lasciando cadere lo sguardo nel vuoto.
Come ha vissuto questo cambiamento? “Io sono sempre la stessa persona, sono cambiata solo fuori”.

METAMORFOSI
Finalmente può vestirsi da donna, indossare sciarpe, tacchi, orecchini gesti semplici che prima non poteva permettersi ma che ha sempre avuto il desiderio di fare.
Elke ha faticato non poco per riuscire ad essere la donna che è oggi, per anni ha dovuto nascondere la sua identità: “Prima il matrimonio, poi i bambini, la professione – ma poi prosegue Elke – a cinquant’anni è arrivata la svolta dovuta a una crisi di mezza età. Due terzi della mia vita erano andati e non volevo più avere a che fare con le bugie.
Ho sognato la mia tomba con su scritto il mio nome da uomo e ho pensato avrei voluto una vita diversa”.
Elke parla della sua esperienza come di “un dono”.
La comunità come ha reagito? “I fedeli mi aiutano ad accettare e a tollerare ma non devono essere necessariamente fieri di me però possiamo crescere insieme”.
fonte http://www.giornalettismo.com di Alessandra Cristofari