sabato 15 febbraio 2020

Milano Fashion Week 2020: "LA MODERNA ALCHIMIA DI CONTRASTI DI JENNY MONTEIRO" L'evento giovedì 20 Febbraio con il DJ SET di Cori Amenta

L'alchimia, l'antica arte che trasforma il piombo in oro, è in egual misura scienza e magia, è stata definita anche la grande arte, perché con essa si cerca di trasformare la vita umana, nel modo di fare e di essere, in una vera e propria opera d’arte.
La collezione autunno inverno 2020-21 di JMonteiro, definisce quest'alchimia "un turbinio trasformato che riassembla frammenti, codici e storie, tutti proiettati su un nuovo orizzonte di senso.”

La designer come un alchimista permette alla donna di ampliare la visione di se stessa, creando attraverso la collezione, un arcobaleno che si disfa e si ricompone, in un gioco infinito di culla donna non si stanca mai di essere protagonista.

Poliedrica, contemporanea e con uno spiccato gusto raffinato ed eclettico Jenny Monteiro, fashion designer milanese, nata in Brasile, coniuga l’alta qualità artigianale e sartoriale italiana ispirandosi ad un nuovo concetto di stile e tendenza, con originalità.
Per la sua collezione  a/i 2020-21 ha scelto motivi che ricordano i giardini e gli orti degli antichi alchimisti, ma anche elementi dalle culture vecchie e nuove della moda che la circondano, celebrando il suo Re-Invention Tour.

I colori sono elementi di novità per dare entusiasmi alla vita e per soddisfare un bisogno di armonia nel proprio involucro.
il colore non è solo un regalo per la fantasia ma è cuore, emozione e vibrazione che tocca l’interiorità.


Forme curve e aeree, linee che si rincorrono, asimmetrie architettoniche sulle scollature e sugli orli, spacchi a onda, leggerezze che si ergono su eleganti silhouette, grazie a tagli e tecniche tipiche dell’alta moda e che sono diventati il leit motiv dello stile JMonteiro.
Torna il shantung una seta (un must della Maison) per dare vita ad abiti dotati di volume, corpo e carattere, a cui si alternano e sovrappongono tessuti come il velluto o la Georgette in seta. I grandi volumi che contraddistinguono le silhouette sono sempre dominati da una sensuale leggerezza che dona un’aura sognante e magica, un caleidoscopio riverbera sugli abiti gli accessori più glam, i colori esaltano le silhouette e le rendono speciali.

Un tripudio di colori che esplodo in passerella long dress in stampe floreali, un sublime abito oro a rouche, il vestito da sera color sky illuminato da riflessi argento e i completi di velluto. Vestiti svolazzanti, si alternano a completi ricamati dall’aria retrò. 
Le linee i colori che vanno oltre il dove oltre il quando. la parola d’ordine di questa passerella?
Stupire… Ça va sans dire!


Lisa Del Greco ha contattato Cori Amenta e le ha chiesto a chi si ispira il suo mood musicale: "La mia nuova scommessa è comunicare attraverso la musica e la scoperta della consolle mi attrae moltissimo. Lavoro già alla serata Escandalo di Milano ed al Q_dove mi cimento in una eterna contaminazione tra la musica pop contemporanea e i miei ricordi, da Diana Ross a Grace Jones, fino agli anni 90. Per Jenny Montero cercherò di ricreare 
l'alchimia del suo mood Board, con sonorità esotiche ( come le origini della designer ) e morbide, fino ad arrivare al glamour più sfrenato di un magico Studio54. L'unica cosa importante è riuscire a fare parlare, ballare, divertirsi. Farò dei cambi d'abito da far impallidire le co conduttrici del festival di Sanremo..." 
In foto Cori Amenta in uno scatto di Karel Losenicky



Milano Fashion Week
Jenny Montero Special Preview A / W 20-21
Giovedì 20 Febbraio h. 18:30
DJ SET  > CORI AMENTA
LIVE SHOW  > JESSICA MAZZOLI
Spazio Poggen Pohl: Via Galileo Galilei, 12 – 20124 Milano
fonte: comunicato stampa evento

venerdì 7 febbraio 2020

Cinema: "Judy" Con Renée Zellweger dà respiro ad un film d'ispirazione teatrale con un'interpretazione da brividi, che non verrà dimenticata.

Nell'ultimo periodo della sua vita, Judy Garland è ancora un nome che suscita ammirazione e il ricordo di un'età dell'oro del cinema americano, ma è anche sola, divorziata quattro volte, senza più la voce di una volta, senza un soldo e senza un contratto, perché ritenuta inaffidabile e dunque non assicurabile. Per amore dei figli più piccoli, è costretta ad accettare una tournée canora a Londra, ma il ritorno sul palco risveglia anche i fantasmi che la perseguitano da sempre.
Il Mago di Oz fu il capolavoro dell'era degli Studios, un film in un certo senso senza regista (ne ebbe quattro), in cui ogni reparto lavorava alacremente sotto la guida di Louis B. Mayer e tutto era fatto ad arte e tutto era artefatto.  

La stessa Judy Garland divenne una creatura della MGM, che la portò al successo mondiale, le tolse il sonno, l'appetito e le impose una dieta a base di sonniferi e antidepressivi che non fu mai in grado di abbandonare.


Il biopic di Rupert Goold, già regista di un dramma sul furto d'identità (True Story), e l'interpretazione, straziante, di Renée Zellweger, sono qui per dire che dietro le torte di compleanno di plastica, dietro gli abiti di scena e le regole della finzione, c'era una donna che ha sofferto veramente, che ha amato lo show business come un genitore, cercando il suo applauso prima di ogni cosa, e da esso è stata divorata.

Naturalmente Judy Garland non è stata solo Dorothy Gale, ma la ragazzina del Kansas che cantava il suo sogno appoggiata allo steccato è diventata un'icona immortale e la Zellweger mette i brividi, tirata e ingobbita, per come riesce a replicare il suono della sua voce nel parlato, mentre il copione si muove avanti e indietro tra il '39 e il '69, rinnegando tutto il resto per concentrarsi sull'inizio e la fine, il patto col diavolo e il momento in cui questo ha cominciato a chiedere il conto.

"There's no place like home", sentenziava Dorothy alla fine della sua avventura in technicolor. E Judy ribadisce il concetto, da una prospettiva più drammatica e terminale. L'attrice non ha una casa, né i soldi per pagarla; perciò è costretta a esibirsi per denaro, lontana dai figli, facendo "famiglia" con chi le concede un po' di tempo e di compagnia disinteressata.
Più della figura di Rosalyn Wilder, che si occupò della star durante la tournée londinese al The Talk of the Town e la cui consulenza è stata preziosa in sede di scrittura del film, ma che sullo schermo non ha ruolo che superi più di tanto la sua funzione, convince, in questo senso, l'incontro con la coppia di fan inglesi, l'approdo notturno nella loro cucina e le lacrime al pianoforte: il miglior surrogato di calore domestico che la diva potesse trovare.

Sebbene non aggiunga nulla a quanto già noto, e denunci abbastanza apertamente la sua ispirazione teatrale, Judy è il ritratto riuscito di un dramma esistenziale, che sposa e regge un registro difficile com'è quello del "compassionevole" al cinema, senza cercare a tutti i costi l'equilibrio con la commedia, ma lasciando che essa si affacci solo tra le righe, amarissima, grazie alle straordinarie doti da animale da palcoscenico di Judy Garland e, in questo caso, di Renée Zellweger.
fonte:  Recensione di Marianna Cappi www.mymovies.it

Lgbt: Omofobia, messaggio di Ekdal al Parlamento Ue: "Molti calciatori gay vivono nella paura"

In occasione in un evento organizzato a Bruxelles per combattere ogni forma di discriminazione nei confronti delle persone Lgbt nello sport e non solo, il centrocampista della Sampdoria ha sottolineato come solo “otto giocatori si siano dichiarati omosessuali”

"Come giocatore professionista ritengo essenziale contribuire a sensibilizzare il pubblico europeo sul tema della omofobia”, visto che molti calciatori “non si sentono liberi” di fare coming out e “vivono nella paura”. È un passaggio del video del giocatore della Sampdoria Albin Ekdal trasmesso nel corso di un evento organizzato al Parlamento europeo per combattere ogni forma di discriminazione nei confronti delle persone Lgbt nello sport e non solo.

PER IL VIDEO CLICCA QUI

 

Il giocatore: "Solo 8 calciatori si sono dichiarati omosessuali"

"In un mondo ideale nessuno dovrebbe sentirsi a disagio a dichiararsi omosessuale, che sia nella vita o nel calcio - ha aggiunto il centrocampista -, ma purtroppo la realtà è molto diversa. Nel nostro sport solo otto giocatori si sono ufficialmente dichiarati omosessuali, ma molti altri vorrebbero farlo, ma non si sentono liberi" di farlo, "per paura delle reazioni negative". Nel suo video-denuncia il centrocampista ha spiegato che "questi giocatori sono preoccupati di diventare un bersaglio per gli insulti", e dunque "si sentono obbligati a nascondersi, fuggire e vivere nella paura". Ekdal chiede quindi di "reagire" e di usare l'istruzione "come una forza per un cambiamento positivo”.

 

L’evento a Bruxelles

L'evento organizzato al Parlamento europeo a Bruxelles si intitola: L'omofobia nello sport, "una partita da vincere”, ed è stato organizzato da Tiziana Beghin, capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Pe, Tomasz Frankowski, europarlamentare del Ppe, e Marc Tarabella, del gruppo S&D.

"Nel mondo della politica i primi tabù iniziano a cadere: è emblematico e sinonimo di apertura il grande consenso ottenuto in Iowa alle primarie del Partito Democratico da Pete Buttigieg, 38enne gay dichiarato e sposato da due anni - ha detto Beghin -. Auspichiamo che anche il mondo dello sport possa recitare un ruolo da protagonista nella battaglia contro l'omofobia", ha aggiunto la capodelegazione M5S.

All'evento anche l'attore e scrittore Fabio Canino che ha presentato il suo libro 'Le parole che mancano al cuore', un romanzo che è anche un "viaggio nelle ipocrisie del mondo del calcio". "Di esempi concreti di omofobia ne potrei fare centomila - ha precisato l'artista - purtroppo dagli spalti delle partite di calcio quando si vuole offendere qualcuno lo si offende o per il colore della pelle o per gli orientamenti sessuali, e ciò è diventato quasi un classico". Forte l'appello lanciato da Chiara Marchitelli, calciatrice di serie A: "Per quello che riguarda lo sport non conta quali sono le preferenze sessuali degli atleti, ma quello che gli atleti fanno in campo".
fonte:  https://tg24.sky.it/

domenica 2 febbraio 2020

A Milano nasce l’Acet: Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere

LA PRESIDENTE MONICA ROMANO: «FARE CULTURA È L'OBIETTIVO CHE ABBIAMO MAGGIORMENTE A CUORE»

È nata a Milano l’Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere (Acet). A fondarla, il 14 gennaio, Monica Romano, Daniele Brattoli e Laura Caruso nei rispettivi incarichi di presidente, vicepresidente e segretaria. In foto: Da sinistra a destra: Daniele Brattoli (vicepresidente), Monica Romano (presidente), Laura Caruso (segretaria)

L’associazione si pone in continuità con il Progetto Identità di Genere che, avviato nel 2013 presso il Circolo Harvey Milk, ha offerto orientamento, gruppi di auto aiuto, gruppi di autocoscienza e momenti di elaborazione culturale e politica alla popolazione transgender e gender non-conforming di Milano e della Lombardia.

La costituzione di un ente di volontariato autonomo, apartico e senza scopo di lucro, è da ricercarsi nella consapevolezza della necessità – come spiegato a Gaynews dalla presidente Monica Romano – «che a Milano torni ad esistere un’associazione che non soltanto si rivolga alla popolazione transgender, ma che sia anche gestita da persone transgender, a partire dall’organigramma e dal consiglio direttivo».

Come specificato nell’articolo 3 dello Statuto scopo primario dell’Acet è l’impegno a «tutelare il diritto all’identità personale delle persone transgender e gender non-conforming» e a «elevare a diritto fondamentale e tutelato dall’ordinamento quello alla “libertà di genere”, intesa come la possibilità, per tutti gli individui, di decidere ed autodeterminare liberamente l’appartenenza di genere che maggiormente si confà al proprio sentire».

Ecco perché, secondo quanto recita il menzionato articolo, «l‘obiettivo della piena agibilità al diritto all’identità personale è il faro a cui tende il lavoro dell’Acet». In tale prospettiva, primario ambito di azione dell’associazione saranno «le iniziative orientate a rendere effettiva in Italia la decisione storica dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che, nell’adottare l’undicesima revisione della classificazione statistica internazionale delle malattie e dei problemi sanitari connessi (Icd – 11), ha stabilito che transessualità, transgenerità e non conformità di genere non sono più patologie psichiatriche».

Ma anche, ad esempio, «le iniziative di contrasto al fenomeno della transfobia, attraverso la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, la denuncia e la segnalazione di prassi transfobiche e di episodi di transfobia messi in atto da istituzioni, enti, associazioni e cittadini» e quelle «di sensibilizzazione e informazione rivolte al mondo del lavoro».

C’è però soprattutto un obiettivo che è particolarmente a cuore a Brattoli, Caruso, Romano: quello, cioè, di fare cultura.

La presidente di Acet, che, oltre a essere scrittrice, è stata candidata a Milano nel 2016 come consigliera comunale, ha detto nel merito a Gaynews: «Come abbiamo scritto nella nostra lettera al sindaco di Milano Beppe Sala del luglio scorso: Vogliamo più libri e meno medici, nella vita delle persone transgender, perché non sono i bisturi a renderci gli uomini e le donne che siamo, ma quel grande lavoro su noi stessi – e sul mondo che ci circonda – indispensabile a situare e risignificare i nostri corpi e le nostre vite.

Per chi volesse avere maggiori informazioni su questa e altre finalità dell’associazione, potrà scrivere a info@associazionetransgenere.org».
fonte:  www.gaynews.it

Bécherel: il borgo francese paradiso dei libri, con 700 abitanti e 15 librerie

Un borgo medievale francese ha una storia curiosa. Nel cuore della Bretagna sorge Bécherel un piccolo paradiso con 700 abitanti e ricco di 15 librerie e fiumi di parole. 
Al giorno d’oggi sono sempre di più coloro che sono alla ricerca di una meta dalle atmosfere suggestive ed incantate. Gli amanti dei libri e dei borghi medievali non possono assolutamente perdere Bécherel, villaggio caratteristico con case di granito, che custodisce gelosamente un prezioso tesoro: i libri.

Bécherel è oggi la città del libro, come dimostrano le numerose librerie che delimitano le vie del paese. Fra le magiche vie della cittadina, che conta soltanto 700 abitanti, sorgono 15 librerie. Con una media, quindi, di una libreria ogni 46 abitanti, Bécherel è diventato una meta prediletta da parte di appassionati di cultura e di bibliofili incalliti.

La sua fama, però, è dovuta anche a numerosi eventi e spettacoli che si svolgono nella cittadina. Nonostante, infatti, si tratti di un piccolo centro, Bécherel è a tutti gli effetti molto attiva nel campo della promozione culturale e rinomata anche a livello internazionale.

Ogni anno in occasione della grande Fête du livre (Festa del Libro), che si svolge durante il fine settimana di Pasqua, la città ospita folle di appassionati. Un’atmosfera che si ritrova anche durante La Fureur de lire (la smania di leggere), cioè giornate nazionali del libro che hanno luogo nel mese di ottobre.

Ma in altri momenti dell’anno si svolgono anche altre manifestazioni dedicate al libro, fra cui: il Festival Europeo del Greco antico e del Latino, la “Primavera dei Poeti”, La notte dei libri, “Lire en Fete” e “Treasures du Bécherel”.

La storia di Bécherel affonda le sue radici nel Basso Medioevo. Nel 1124 Alain de Dinan fece costruire una fortezza in pietra, che dominava la valle, e attorno alla quale si aggregò l’attuale cittadina. Durante i secoli seguenti il paese e la sua fortezza furono terreno di scontri e battaglie e la cittadina cadde lentamente in rovina.
Fra il 1700 e il 1800 Bécherel conobbe una nuova era di prosperità, grazie alla coltivazione e lavorazione di lino e canapa. La vera svolta però avvenne negli anni Ottanta, quando per combattere la crisi dell’economia tessile, molti librai vennero invitati a vendere i loro volumi in bancarelle sparse per il paese.
Nessuno sapeva ancora che di lì a poco sarebbe nata una vera e propria capitale del libro.
Fonte ed immagini: Bécherel | Vacanze in Bretagna da www.positizie.it Francesca Sartori

domenica 26 gennaio 2020

Lilia Giugni: «Per comprendere le questioni di genere necessaria una prospettiva intersezionale»

INTERVISTA ALLA RICERCATRICE DELL'UNIVERSITÀ DI CAMBRIDGE E DIRETTRICE DEL THINK TANK "GENPOL"

L’11 gennaio a Portici (Napoli), in occasione della presentazione del volume Immigrazione e accoglienza di Carmela Ferrara presso la libreria Libridine, si è tenuto un interessante dibattito su femminismo intersezionale e violenza di genere. Ad animarlo Lilia Giugni,  ricercatrice presso il Centro Studi di Innovazione sociale dell’Università di Cambridge e co-fondatrice nonché direttrice del think tank britannico GenPol: Gender & Policy Insights.

L’abbiamo raggiunta telefonicamente, per saperne di più circa le sue attività e i suoi studi d’intersezione tra diritti civili e sociali.

Dottoressa Giugni, di cosa si occupa, precisamente, all’Università di Cambridge?
Da ricercatrice e attivista, mi occupo di questioni di genere e giustizia sociale e sono una Fellow della Royal Society of Arts and Commerce.

Femminismo e studi di genere: a che punto è la riflessione e la ricerca scientifica relativamente a questi ambiti?
Oggi assistiamo tanto a un revival dei femminismi e a un’esplosione di interesse per le questioni di genere, quanto a una crisi di rigetto verso queste stesse tematiche. Questa tensione si osserva sia negli studi di genere, come specifico settore accademico, che nella ricerca e nel dibattito multidisciplinare su temi limitrofi. In Gran Bretagna, per esempio, i contributi su questioni legate ai diritti delle donne e delle comunità Lgbtq+ sono in continuo aumento e in costante richiesta, anche come conseguenza del rinnovato attivismo femminista nella società. Al tempo stesso, però, cresce e diventa più virulenta anche l’opposizione ai valori che ispirano questo ambito di studi, un’opposizione che si manifesta, tra l’altro, in varie forme di men’s rights activism, cioè la complessa galassia della militanza anti-femminista.

Come si manifestano queste spinte oppositive e reazionarie?
Si manifestano tramite eventi e outlet di vario genere, atteggiamenti sessisti e omo-lesbo-bi-trans-fobici che cercano legittimazione anche nelle università e nel sistema di produzione dei saperi.

E in Italia a che punto è la notte relativamente all’ambito degli studi di genere?
In Italia, salvo rare per quanto importanti eccezioni, il filone degli studi di e sul genere è sempre stato fragile perché sotto-finanziato e spesso addirittura avversato. Oggi riscontriamo un forte interesse soprattutto nella componente studentesca e tra le ricercatrici e i ricercatori più giovani, ma scontiamo anche la presenza di una radicatissima (e tendenziosa) retorica conservatrice che ha fatto del concetto stesso di genere uno spauracchio da agitare per fini politici. Credo che due strade possano offrire spunti e soluzioni utili. In primis, e fermo restando il valore degli studi di genere come disciplina, è importante incoraggiare l’esplorazione e l’integrazione di prospettive di genere in tutti i settori. Occorre far passare il messaggio che comprendere le questioni di genere significa gettar luce su fondamentali questioni economiche, sociali e culturali, e contribuire a trovare soluzioni efficaci.

Insomma, la sua soluzione è in una prospettiva d’analisi intersezionale?
Senza dubbio. Proprio per questo motivo, una visione intersezionale, se applicata con intelligenza a livello non solo teorico ma pratico, può contribuire a mettere in luce come le discriminazioni e la violenza di genere siano inscindibilmente legate ad altre forme di ingiustizia sociale, e come ‘connettere i puntini’ sia indispensabile sia per comprendere la nostra società che per costruirne una migliore.
fonte:by Claudio Finelli   www.gaynews.it

Cinema: Presentato a Roma il volume L’Italia agli Oscar, racconto di un cronista, di Vincenzo Mollica e Steve della Casa

L’Italia agli Oscar, racconto di un cronista, pubblicato da Edizioni Sabinae e Luce Cinecittà, già premiato come “Miglior libro di cinema” dalla Rivista del Cinematografo. 

Gli Oscar, l’appuntamento più importante per il cinema mondiale, raccontati in un libro ricco di aneddoti, foto, dietro le quinte, informazioni, curiosità. È L’Italia agli Oscar, racconto di un cronista, pubblicato da Edizioni Sabinae e Luce Cinecittà, già premiato come “Miglior libro di cinema” dalla Rivista del Cinematografo.

Sono tanti gli italiani che hanno vinto la prestigiosa statuetta: Sophia Loren, Vittorio De Sica, Anna Magnani, Federico Fellini, Giuseppe Tornatore, Ennio Morricone, Roberto Benigni, Paolo Sorrentino, Gabriele Salvatores, Gianni Quaranta Milena Canonero, Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo, Nicola Piovani…. Attraverso i ricordi e gli incontri con i premiati, un viaggio tra Italia e America di Vincenzo Mollica – giornalista, cronista, critico appassionato di musica, cinema, fumetto, da più di quarant’anni interprete per la Rai dei maggiori eventi della cultura popolare, nazionale e internazionale – a cura del critico cinematografico Steve Della Casa.

“Che cosa sono gli Oscar? – racconta Mollica – Forse il paragone che rende meglio l’idea della loro importanza è di tipo liturgico. Il premio Oscar, a mio avviso, è l’altare maggiore di quella immensa cattedrale che è il cinema. Tutte le cattedrali, come sappiamo, hanno tante navate, tanti altari minori, ma l’altare maggiore è quello sul quale si svolge la messa più importante, quella cantata, quella delle grandi occasioni. Ed è una messa sempre uguale e sempre lo sarà, nei secoli dei secoli. Io ci sono andato più di trenta volte e la liturgia è sempre stata la stessa. 
Quelli che prenderanno la statuetta entreranno nell’eternità, una sorta di paradiso del cinema. Quelli che devono accontentarsi della nomination sono in una specie di purgatorio. Tutti gli altri che si presentano, si vestono, sfilano sul tappeto rosso nei momenti di stanca e cercano disperatamente un invito per la festa… per loro Dante Alighieri avrebbe previsto un’unica collocazione, l’inferno. Come sappiamo, è il posto peggiore ma anche quello più ricco di storie”.

“La storia del cinema italiano – scrive Steve Della Casa – è anche la storia del suo continuo confronto con il cinema americano. Non è un caso se la library del prodotto statunitense e quella del prodotto italiano siano in assoluto quelle che hanno il più alto valore commerciale e che hanno prodotto il maggior numero di capolavori nella storia del cinema.

Il rapporto tra Roma e Hollywood è stato da sempre segnato dall’emulazione, dalla concorrenza ma anche dalla reciproca passione e da un rispetto che è ben testimoniato dall’accoglienza che i prodotti hanno ricevuto nei mercati dell’altro paese”.
Il libro è stato realizzato in occasione della presentazione dello storico accordo tra l’Academy of Motion Pictures e Luce Cinecittà, siglato dopo una lunga collaborazione tra le due istituzioni, che prevede una partnership almeno quinquennale all’interno del nuovo Museo Academy di Los Angeles disegnato da Renzo Piano, che verrà inaugurato nel corso dell’anno. L’accordo prevede la programmazione stabile di rassegne, mostre e attività dedicate al cinema italiano.
“L’Italia è il primo paese al mondo a chiudere un accordo di questa portata con la nuova creatura dell’Academy – spiega il Presidente e Ad di Istituto Luce Cinecittà, Roberto Cicutto – Il nostro team e quello del Museo cureranno dunque una serie annuale di proiezioni di capolavori italiani e di programmi: si inizierà quest’anno con il tributo per il centenario della nascita di Federico Fellini, che festeggeremo già a partire da lunedì con una serie di iniziative in tutto il mondo, aventi come fulcro la rassegna di tutti i suoi film, interamente restaurati in digitale.
fonte: www.mondospettacolo.com

Giornata della memoria, la comunità Lgbt+ ricorda le sue vittime

Il 27 gennaio, sarà il Giorno della memoria, in ricordo delle vittime uccise nei campi di sterminio dal nazismo. Non si ricordano solo le vittime della shoah, sebbene il popolo ebraico è stato quello che ha pagato il tributo più alto dello sterminio nazista. Altri esseri umani furono internati nei lager in Germania e in Polonia. Questa ricorrenza, dunque, tocca da vicino anche la comunità Lgbt+, perché i triangoli rosa e i triangoli neri – tra gli altri – sono una triste verità della nostra storia più recente.

Giornata della memoria e omocausto

Si è parlato di omocausto, per definire l’eccidio delle persone Lgbt+ nei campi di sterminio. Non solo i gay maschi, ma anche le lesbiche la cui condizione era ulteriormente peggiorata dalla negazione dell’identità: nel campo di Ravensbrück venivano rinchiuse molte donne definite come asociali. «Ravensbrück non è Auschwitz, né Dachau o Bergen-Belsen. Non ci sono le immagini dell’Armata Rossa o i video dell’esercito britannico a consegnare alla storia i fotogrammi dell’orrore. Si tratta di una vicenda, se non dimenticata, quantomeno poco studiata» riporta un articolo de Linkiesta. Quindi si arriva alla «monumentale e scrupolosa opera di Sarah Helm», giornalista inglese, «autrice di una lunga ricerca» su quel campo dal titolo Ravensbrück: Life and Death in Hitler’s Concentration Camp for Women.


Il lager femminile di Ravensbrück

«Come si evince dal titolo del volume» apprendiamo, «nel lager voluto dall’architetto dell’Olocausto, Heinrich Himmler, c’erano solo donne. Ne entrarono più di 130.000, da venti Paesi diversi, fino alla fine della guerra. Le prime 867 arrivarono il 15 maggio del 1939. Solo una parte di loro – secondo alcuni dati, circa il venti per cento – era ebrea. Le altre erano colpevoli di comportamenti “devianti”: lesbiche, prostitute, socialiste, comuniste, abortiste, rom, testimoni di Geova. Persone considerate inutili per la sopravvivenza e la gloria del Reich». Almeno 30.000 le persone uccise di quel campo, ma «alcune stime parlano addirittura di 90.000 vittime». In foto Prigioniere del campo di Ravensbrück

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fonte:  In Rainbow, Storie

lunedì 20 gennaio 2020

Il Bangkok Art and Culture Centre ospita la più grande mostra a tema LGBT dell’Asia

Più di 50 artisti – molti di questi presentati a Biennali e anche in grandi musei del mondo occidentale – riuniti per manifestare la cultura di lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e queer: temi ancora molto dibattuti nel continente asiatico. Le immagini della mostra.

 SPECTROSYNTHESIS II– Exposure of Tolerance: LGBTQ in Southeast Asia è la più grande mostra a tema gender mai realizzata nel continente asiatico. La cultura e la storia di lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e queer vengono raccontate da oltre 50 artisti provenienti da Sud-Est asiatico, India e Cina. La mostra, organizzata da Sunpride Foundation e accolta al Bangkok Art and Culture Centre, è alla sua seconda tappa (la prima nel 2017, al Taipei Museum of Contemporary Art in Taiwan).

Presenti tra gli artisti anche nomi noti nel panorama occidentale: come Danh Vō (nel 2018 il Guggenheim di New York gli aveva dedicato un’ampia personale) con We The People, una rivisitazione della Statua della Libertà, oppure il compianto Ren Hang con i suoi distintivi scatti erotici. “In SPECTROSYNTHESIS II il dialogo artistico è incentrato sulla tolleranza e sull’accettazione delle diversità sessuali e di genere. Il confronto va oltre la comunità LGBTQ”, spiega il curatore Chatvichai Promadhattavedi, “riguarda la libertà che l’arte offre: l’espressione delle lotte individuali per il riconoscimento e la normalizzazione di genere, le battaglie combattute per i diritti umani e il rispetto reciproco tra esseri umani”.

La mostra si pone, infatti, in un contesto non facile per la promozione dei diritti LGBT: in India l’omosessualità è stata depenalizzata da poco, mentre la stessa Thailandia – meta tristemente nota per il turismo sessuale di ogni genere – non tollera effusioni pubbliche e non approva matrimoni tra persone dello stesso sesso. Ecco allora la sfida di SPECTROSYNTHESIS II contro il sentire comune più reazionario: tentare di farsi strada in mezzo a una fitta nebbia di pregiudizi per ripartire da una società meno violenta e discriminatoria, più aperta all’espressione individuale e delle diversità. Più equa.

SPECTROSYNTHESIS II– Exposure of Tolerance: LGBTQ in Southeast Asia
Fino al 1° marzo 2020
Bangkok Art and Culture Centre (BACC)
939 Rama 1 Road, Wangmai, Pathumwan
Bangkok, Thailand    https://en.bacc.or.th/
fonte: By Giulia Ronchi  www.artribune.com

Firenze: Al Teatro di Rifredi "CAMERINI" di e con Alessandro Riccio. Da martedì 28 gennaio a domenica 2 febbraio

Debutta in “prima nazionale” martedì 28 gennaio al Teatro di Rifredi il nuovo spettacolo di Alessandro Riccio “Camerini” ovvero quel luogo di rifugio ma anche di supplizio, anticamera della gioia e della morte di ogni attore.

Nei camerini può accadere di tutto: litigi, amori segreti, confessioni, sbronze, risse. Una compagnia di giro composta, come tante altre, da attori di diversa provenienza e carattere, ognuno con la sua storia, con i suoi desideri, obiettivi e rimpianti, tutti costretti a condividere uno spazio sempre troppo piccolo e angusto. Inevitabili le frizioni.Sul palco va in scena "Il giardino dei ciliegi" di Cechov. Un classico.

Con personaggi che vivono drammi senza tempo. Dietro le quinte e nei camerini una bolgia infernale dove va in scena la vita vera, con tutte le asfissianti, comiche e assurde complicazioni di ogni giorno.
Tutto ciò che vediamo in scena è tratto da episodi realmente accaduti: Alessandro Riccio ha
raccolto infatti testimonianze e segreti di molti colleghi aggiungendo le proprie esperienze di vita
teatrale e non, per ridere e prendere (ma soprattutto prendersi) in giro, per raccontare la
meravigliosa fragilità che si cela dietro la maschera dell’attore.

"CAMERINI"  
scritto e diretto da Alessandro Riccio
Un cast numeroso per questo spettacolo, che vede sopra e dietro il palco, oltre allo stesso Riccio, anche Miriam Bardini, Maravillas Barroso, Celeste Bueno, Sabina Cesaroni, Piera Dabizzi, Daniela D'Argenio Donati, Daniele Favilli, Amerigo Fontani, Ian Gualdani, Vieri Raddi, Duccio Raffaelli,Vania Rotondi, Maria Paola Sacchetti, Teresa Scaletti riuniti per formare un carosello di situazioni divertentissime e stravaganti.
Le luci sono curate da Lorenzo Girolami, ed i costumi da Daniela Ortolani, aiuto regia Amina Contin



PER INFORMAZIONI
055/422.03.61 - www.toscanateatro.it
PREZZI
Ingresso intero € 16,00 – ridotto € 14,00 (più diritti di prevendita)
spettacolo in abbonamento Il Teatro? #bella storia!
Da martedì 28 gennaio a domenica 2 febbraio
(feriali ore 21 – domenica ore 16:30)

PUNTI VENDITA
Teatro di Rifredi dal lunedì al sabato (ore 16:00 – 19:00) | biglietteria@toscanateatro.it
Nei Circuiti BoxOfficeToscana e Ticketone
On line www.boxofficetoscana.it - www.ticketone.it
Teatro di Rifredi via Vittorio Emanuele II, 303 - 50134 Firenze tel. 055/422.03.61                                    fonte: Cristina Banchetti ufficiostampa@toscanateatro.it

martedì 14 gennaio 2020

Barbara Alberti intervista Drusilla Foer

Oggi vi parlo di Drusilla Foer, signora aristocratica e musa di grandi artisti, amica di Tina Turner e cantante jazz. All'anagrafe si chiama Gianluca Gori

Ostinarsi a vivere all’antica come faccio io (la mia resa alla modernità s’è fermata al computer e a un vecchio Nokia) porta dei vantaggi, risparmia dalla galera d’essere sempre connessi, a disposizione di chiunque- ma  si perdono anche tante cose.

Io avevo perso Drusilla, l’ultima divina. Un giorno accendo la tv e la vedo, signora aristocratica  di un tempo che forse non c’è mai stato, di un garbo impertinente, una creatura che viene dalla luna. È Drusilla Foer. Bella, bionda, agée, in una zona indistinta fra i 58 e i 70 anni, sta su un divano, è sola come un cane, parla a un pesce rosso come a un amante noioso, e insieme si guardano una serie in tv.
Drusilla è la regina del jet-set, inseguita dai fotografi, musa di grandi artisti, figlia di un diplomatico, ha viaggiato in ogni luogo. È spazientita, è snob, populista e classista, assolutista e dubbiosa, “ostile alle chiacchiere inutili”, irreparabilmente innocente. Drusilla è inammissibile, vola sopra ogni correttezza. Irresistibile.  Di una simpatia a un passo dalla commozione.

Da un’intervista:
Domanda: Le dispiace rispondere a qualche domanda?
Risposta: Sono ostile alle chiacchiere inutili.
D- Chi frequenta?
R- Tutti.

D- I suoi amici?
R-  Sono morti. Alla  mia età è un’ecatombe.

D- Cosa le piace in un uomo?
R- le donne dicono sempre lo sguardo, le mani, che mi faccia ridere…a me interessano le natiche e la casa.

D- Il sesso?
R- Lo consiglio a chiunque. Specie da quando il Santo Padre ha ammesso l’uso del preservativo.

D- Lei parla male delle gradi griffe, ma è un’icona di stile.
R-  Per forza, le altre sono tutte morte. Penso a Carla Bruni, poveretta, tremenda, una commessa vestita da Jackie Kennedy.

D- Che rapporto ha con la morte?
R- Cordiale. Quando viene me ne vado io, non c’è conflitto. Sia chiaro che quando muoio voglio essere buttata via. Mi piacerebbe diventare un fogliolino fra due strati di buona mortadella.

D- Lei è molto amica di Tina Turner?
R- Sì, siamo come sorelle. Sua madre era a servizio dalla mia.

D- Direbbe mai una cosa poco chic come “buon appetito” ?
R- A una cena racée non lo direi mai, ma se qualcuno lo dice sono contenta, è così allegro!

Drusilla ha un grande dono: canta meravigliosamente, con una voce che può essere sottile o roca o potentissima, le fa fare quello che vuole, dal jazz alla canzone napoletana.

E poi, da troglodita della comunicazione, ho scoperto ciò che tutti sapevano, visto che  Drusilla da anni faceva impazzire il web, ed era famosa anche in tv. Ho scoperto che Drusilla non esiste. Drusilla è la creazione di un geniale artista senese, che l’ha inventata e la impersona: Gianluca Gori. Drammaturgo, attore, cantante, è un giovanotto snello, altissimo, elegante e bello, spiritoso e malinconico, che un giorno la inventò per gioco, e da allora non si sono più lasciati.

Gianluca Gori è nato in palcoscenico. Tutta la famiglia lavorava al teatro Oriolo- Piccolo Stabile di Firenze – dietro le quinte. Il nonno illuminotecnico, la sorella della nonna sarta teatrale e ricamatrice. Il padre, direttore di scena, conobbe lì sua madre, anche lei sarta di costumi. Gianluca e i suoi fratelli erano tre figli senza babysitter, e crebbero nel teatro. Prove, veder montare le scene, la musica…un imprinting che è diventato vocazione e destino.

A 20 anni Gori ha fondato la sua prima compagnia, Occupazioni farsesche,  e cantava in un gruppo musicale a cappella, grande scuola per l’uso della voce. Una volta saputo dell’esistenza di Drusilla sono corsa a vederla a teatro, all’Ambra Jovinelli di Roma. La sala era stracolma, e alla fine non volevano lasciarla andar via, la richiesta dei bis era imperiosa. Uno spettacolo essenziale- tre in scena: Drusilla, il sassofonista, il pianista. E l’emozione. L’arte di farti passare dal riso al dramma, con una grazia infinita. Drusilla in scena ha qualcosa di dolente e fiabesco. Ha il terzo occhio, l’umorismo. Eccola bella e tragica, vestita d’argento che canta I will survive in una versione malinconica, assolutamente inedita- ecco che fa la pazza planando sul pianoforte a coda, e tutto scorre come una estenuata trasgressione, il sogno d’un sogno.

Alla fine il poeta se ne va, con quel suo viso da gentiluomo raté degli anni 30, e un che di angelicamente depravato. E invece  è un bravo ragazzo che se ne va con la sua valigia da trasformista, attorniato da gente che gli vuole bene. Che invidia, essere Gianluca e Drusilla, che invidia liberasi di sé con un atto magico, che invidia essere due.
fonte:  Di www.confidenze.com

Cecilia Alemani sarà la direttrice della Biennale Arte 2021: tutte le novità

Sarà la prima direttrice donna italiana alla guida della 59. Biennale Arte di Venezia: la meritatissima nomina va alla curatrice milanese, che ha formato gran parte della sua carriera a New York. Tra le novità della Biennale continua però ad aleggiare un grande interrogativo: chi sarà il prossimo Presidente?

Sarà Cecilia Alemani (Milano, 1977) a coprire l’incarico di Direttore del Settore Arti Visive della 59. Esposizione Internazionale d’Arte, che si svolgerà a Venezia nel 2021. Un playground già noto alla curatrice, la quale nel 2017 aveva dato forma al Padiglione Italia portando per la prima volta solamente tre artisti, Roberto Cuoghi, Giorgio Andreotta Calò e Adelita Husni-Bey (e che si era raccontata ad Artribune in una lunga intervista).  Cecilia Alemani. Photo Marco De Scalzi

 

CHI È CECILIA ALEMANI

Tra le tante mostre su autori contemporanei all’attivo, ad oggi la Alemani è responsabile e capo curatore di High Line Art, parco urbano sopraelevato costruito su una ferrovia abbandonata di New York, in cui sono esposti progetti artistici con grande attenzione alla visione internazionale. Tra gli artisti da lei esposti si ricordano El Anatsui, John Baldessari, Phyllida Barlow, Carol Bove, Sheila Hicks, Rashid Johnson, Barbara Kruger, Zoe Leonard, Faith Ringgold, Ed Ruscha, Nari Ward e Adrián Villar Rojas.  “È un grandissimo onore poter assumere questo ruolo in una delle istituzioni italiane più prestigiose e riconosciute al mondo”, ha commentato la neo-direttrice. “Come prima donna italiana a rivestire questa posizione, capisco e apprezzo la responsabilità e anche l’opportunità offertami e mi riprometto di dare voce ad artiste e artisti per realizzare progetti unici che riflettano le loro visioni e la nostra società”. Una carriera brillante costellata di successi, che annovera collaborazioni con musei del calibro della Tate Modern di Londra e del MoMA PS1 di New York, per istituzioni no profit come Artists Space e Art in General (New York) e fondazioni private come la Deste Foundation. Ma la sua presenza è stata anche nelle più importanti fiere del mondo, in particolare occupandosi delle sezioni curate, come ai Frieze Projects di New York (trovate qui una sua videointervista) e nel 2018 il progetto Art Basel Cities di Buenos Aires dal titolo Hopscotch (Il gioco del mondo), presentando una piattaforma di mostre e eventi di artisti soprattutto emergenti, susseguitesi per tutto l’anno. Cecilia Alemani ha dimostrato di incarnare il profilo professionale dei curatori d’oggi, spaziando con molto equilibrio tra manifestazioni di taglio culturale e di taglui commerciale. Dopo le scorse direzioni dell’americano Ralph Rugoff e della francese Christine Macel, insomma, le redini della manifestazione artistica di richiamo mondiale tornano in mano a una professionista nostrana (ma che ha trovato la sua strada oltreoceano) ultraqualificata.

 

LE CONGRATULAZIONI DI FRANCESCHINI

A commentare la nomina, anche il ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo Dario Franceschini, che si è espresso così in una nota stampa:  “la scelta di Cecilia Alemani come curatrice della 59. Esposizione Internazionale d’Arte conferma la capacità di visione della presidenza di Paolo Baratta che, nell’affidare per la prima volta a una donna italiana l’intera progettazione artistica, prosegue nell’opera di innovazione e rilancio di una delle più importanti istituzioni culturali incrementandone il già notevole prestigio internazionale consolidato attraverso una conduzione attenta e illuminata. Cecilia Alemani ha curato il Padiglione Italia nel 2017 e sono sicuro che il suo nuovo progetto sarà ugualmente coraggioso e innovativo”.

 

LE ALTRE NOVITÀ DELLA BIENNALE

Nel corso della stessa riunione sono stati presi anche provvedimenti che riguardano altri settori della Biennale: il compositore italiano Ivan Fedele è stato nominato Direttore del Settore Musica, mentre per il Settore Cinema è stata approvata una nuova rassegna che prevede la realizzazione, nel periodo primaverile, di un programma di film classici restaurati, rappresentando una estensione di Venezia Classici, che sempre più ha qualificato negli ultimi anni la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Resta in sospeso una questione fondamentale, quella della nomina del presidente che succederà a Paolo Baratta, ormai giunto alla fine dei cinque anni del suo mandato (qui ci ponevamo gli interrogativi spiegando la situazione). Il Consiglio di Amministrazione ha fatto sapere che a partire dal 13 gennaio 2020 entrerà in vigore la proroga della sua validità, durante la quale verrà accelerata la predisposizione del bilancio consuntivo del 2019, accompagnata da un documento che riassume gli sviluppi intercorsi dal 2008 a oggi.
-Giulia Ronchi
https://www.labiennale.org/it
fonte: www.artribune.com By Giulia Ronchi  

Lgbt: La prima indagine sulla popolazione transgender in Italia

L'obiettivo è fotografare persone spesso emarginate dalla società e dal sistema sanitario.
CHE differenza c’è tra la parola transgender e la parola transessuale? Con quale genere rivolgersi a una persona che non si riconosce nel proprio corpo? Lo smarrimento linguistico di buona parte degli italiani riflette l’imbarazzo del nostro Paese nei confronti delle persone la cui identità di genere non è allineata al sesso assegnato alla nascita. Questo imbarazzo è perfino statistico: ad oggi, non abbiamo idea di quante siano le persone transgender in Italia. Per colmare questa lacuna, Azienda ospedaliera universitaria Careggi, Università di Firenze, Istituto superiore di sanità, fondazione The Bridge con il supporto dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere hanno avviato uno studio di popolazione chiamato SPoT. Un gioco di parole che intreccia la missione dell’indagine, cioè la Stima della Popolazione Transgender adulta in Italia, e il verbo inglese ‘spot’ cioè individuare.

Tramite un brevissimo questionario del tutto anonimo da compilare online (all'indirizzo: www.studiopopolazionespot.it/) e rivolto alla popolazione generale, i ricercatori sperano di quantificare per la prima volta la numerosità di questa popolazione vulnerabile e spesso invisibile. Quando non apertamente discriminata.

“I dati della letteratura scientifica internazionale suggeriscono che la percentuale di popolazione transgender dovrebbe essere compresa tra lo 0,5 e l’1,2% del totale. Se confermata anche nel nostro Paese, consterebbe in circa 400 mila italiani” spiega Marina Pierdominici, ricercatrice del Centro di riferimento per la medicina di genere dell’Istituto superiore di sanità. Nel nostro Paese, i dati disponibili più recenti risalgono ad uno studio, pubblicato nel 2011, che considerava la popolazione transgender adulta sottoposta a intervento chirurgico di affermazione di genere tra il 1992 e il 2008. Lo studio riporta un numero pari a 424 donne transessuali e 125 uomini transessuali. “Tuttavia si tratta di una stima minima, limitata a un sottogruppo di una popolazione più vasta ed eterogenea: non tutte le persone sentono la necessità di sottoporsi a trattamento chirurgico o ormonale” prosegue la ricercatrice, sottolineando come la carenza informativa si traduca nella mancanza di una programmazione sanitaria efficace, “ostacolata anche dall’assenza di informazioni sulla salute generale della popolazione transgender”.

Quella transgender è una fascia di popolazione marginalizzata rispetto alle politiche sanitarie con ostacoli nell’utilizzo dei servizi sanitari sia generali che specialistici. Per esempio, le possibili interazioni farmacologiche tra i trattamenti ormonali e altre terapie sono spesso ignorate mentre le persone transgender che hanno ottenuto il cambio anagrafico possono avere difficoltà ad accedere ad alcuni programmi di screening previsti per la popolazione generale. “La situazione in Italia è a macchia di leopardo: i centri specializzati nella medicina di genere sono pochi e concentrati soprattutto al nord; alcune regioni si fanno carico dei trattamenti ormonali mentre altre no” ricorda Pierdominici. Le radici dell’inadeguatezza del personale sanitario nel trattare le persone transgender affondano nell’assenza di corsi dedicati all’interno delle facoltà universitarie. Non solo a livello clinico ma anche di informazione e sensibilizzazione degli operatori. Le cartelle cliniche non riportano l’identità di genere e così può capitare che donne transessuali siano ricoverate in reparti maschili e viceversa. Inoltre, lo stigma sociale spesso spinge queste persone a rivolgersi al mercato nero dei farmaci piuttosto che consultare il proprio medico.

“La conoscenza del numero reale delle persone transgender rappresenta il primo passo verso l’effettiva presa in carico di questa fascia di popolazione da parte del sistema sanitario. Ciò consentirebbe un miglioramento della qualità di vita e della salute, nonché un’ottimizzazione della spesa sanitaria nazionale” sostiene Pierdominici. Parallelamente, andranno moltiplicati gli sforzi di sensibilizzazione sia degli operatori sanitari sia della popolazione generale, a partire dall’uso della terminologia corretta. Ecco perché, al termine del questionario, l’utente riceverà un manualetto contenente le definizioni più adatte. Che differenza c’è tra la parola transgender e la parola transessuale? Per scoprirlo non vi resta che compilare il questionario.
fonte:  di DAVIDE MICHIELIN www.repubblica.it

venerdì 10 gennaio 2020

Presto a Venezia una retrospettiva dedicata a Cartier-Bresson

Nell'ambito della programmazione espositiva 2020, Venezia presenta una tripletta di mostre, fra Palazzo Grassi e Punta della Dogana. Spicca su tutte la grande retrospettiva dedicata a Henri Cartier-Bresson, con cinque curatori d'eccezione...

Dopo avervi annunciato gli appuntamenti espositivi del calendario 2020 della città di Milano, un’altra grande “regina” della nostra penisola alza il sipario sul programma della prossima stagione, annunciando tre eventi “clou” da segnare in agenda. Stiamo parlando di Venezia, che a poche ore dallo scoccare della mezzanotte saluta il nuovo anno sfoderando una serie di progetti in arrivo.
Uno su tutti? La grande personale del fotografo Henri Cartier-Bresson, prossima al debutto negli spazi di Palazzo Grassi.

Aperta a partire dal 22 marzo, la mostra Henri Cartier-Bresson: Le Grand Jeu si preannuncia come un’inedita retrospettiva, dal valore eccezionale per il numero di opere esposte – circa 250 – e soprattutto per il team dei curatori incaricato di selezionare gli scatti. A essere coinvolti nel progetto, infatti, sono la fotografa Annie Leibovitz, il regista Wim Wenders, lo scrittore Javier Cercas, la conservatrice e direttrice del dipartimento di Stampe e Fotografia della Bibliothèque nationale de France Sylvie Aubenas e il collezionista François Pinault.

A ognuno di loro è stato chiesto di vagliare la “Master Collection” del grande fotografo dell’agenzia Magnum, selezionando una cinquantina di scatti in accordo ai propri gusti e alla propria visione artistica. L’intera quantità delle immagini scelte – uno spaccato significativo della ricerca di Cartier-Bresson – sarà esposta a Venezia fino al 10 gennaio 2021, prima di volare alla Bibliothèque nationale de France nella primavera successiva.

 

LE ALTRE MOSTRE 

Ancora Palazzo Grassi sarà il cuore di un secondo grande appuntamento, sempre a partire dal 22 marzo. A occupare gli spazi dello storico edificio veneziano saranno, in questa occasione, le fotografie dell’artista egiziano Youssef Nabil. Curata da Matthieu Humery e Jean-Jacques Aillagon, la mostra – dal titolo Once Upon a Dream – raccoglierà una vasta selezione di immagini realizzate da Nabil nel corso della sua carriera. Un percorso tra ideologie politiche, riflessioni identitarie e sguardi al passato, arricchito dalle proiezioni di tre video recenti dell’artista.
A cinque anni dal progetto a cura di Caroline Bourgeois e Danh Vo, la Pinault Collection torna a essere rivista e interpretata attraverso gli occhi di un artista della celebre collezione. Succederà con Untitled, 2020, la mostra in programma dal 22 marzo al 13 dicembre 2020 nelle sale di Punta della Dogana. Concepita da Caroline Bourgeois, Muna El Fituri e dall’artista britannico Thomas Houseago, la mostra sarà un’immersione tra le opere di sessanta autori – da Marlene Dumas a Llyn Foulkes, da Paul McCarthy ad Arthur Jafa. Una raccolta di dipinti, sculture e video articolata nei linguaggi e nei temi, e che troverà il suo baricentro nella ricostruzione dello studio dello stesso Houseago: un’installazione site specific in cui l’artista metterà a disposizione del pubblico la sua biblioteca e le sue fonti d’ispirazione.
[Immagine in apertura: Henri Cartier-Bresson, Simiane-la-Rotonde, France, 1969, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos]
fonte:  https://arte.sky.it/

Usa, incendiò la bandiera Lgbt: condannato a 16 anni di carcere. "Crimine d'odio"

Un giudice americano ha condannato a 16 anni di carcere un uomo, colpevole di aver dato alle fiamme una bandiera arcobaleno simbolo della comunità Lgbt. 

Adolfo Martinez, 30 anni, secondo il tribunale è reo di molestie per crimini d'odio, uso sconsiderato del fuoco e offesa abituale. 



L'incidente è avvenuto intorno a mezzanotte dell'11 giugno nel centro di Ames, in Iowa, nel Midwest degli Stati Uniti. La polizia ha riferito di essere stata avvertita che in uno strip club locale un uomo, Adolfo Martinez, stava infastidendo e minacciando i presenti. Ma all'arrivo degli agenti, l'uomo era già stato buttato fuori dal personale del locale.  In foto: Una bandiera arcobaleno bruciata durante una manifestazione anti Lgbt 

Dopo aver lasciato il club, Martinez si era recato davanti alla United Church of Christ e lì aveva strappato la bandiera. Quindi era tornato davanti allo strip club, e aveva dato fuoco al vessillo in strada, minacciando anche di bruciare il bar.

A quel punto era stato arrestato. Più tardi, dalla prigione parlando con la stampa, si era detto colpevole dei fatti di cui era accusato. "È stato un onore farlo. È una benedizione del Signore", aveva detto, spiegando che lo aveva fatto per la sua avversione "all'omosessualità". "Ho bruciato il loro orgoglio, chiaro e semplice", aveva detto a KCCI-TV. L'intervista era stata poi inserita nel processo come prova contro di lui.

Il pastore della United Church of Christ, Eileen Gebbie, una donna gay, ha detto di essere d'accordo sul fatto che le azioni di Martinez siano state motivate dall'odio. "Ho spesso sperimentato che Ames non è così progressista come molte persone credono che sia e c'è ancora una grande comunità 'queer' nascosta qui", ha detto il pastore alla stampa.

"Ma 12 persone (la giuria ndr) che non conosco, che non hanno relazioni dirette con me o con questa congregazione - ha poi aggiunto la religiosa - hanno riconosciuto che quest'uomo ha commesso un crimine e che è stato un crimine a causa del bigottismo e dell'odio".

Il procuratore Jessica Reynolds ha sottolineato che Martinez è stato il primo, nella storia della contea, ad essere condannato per un crimine d'odio. "La dura realtà è che ci sono persone che prendono di mira altre persone e commettono crimini contro di loro per motivi di razza, genere, orientamento sessuale", ha spiegato alla stampa. "E quando ciò accade - ha concluso - è importante che come società ci alziamo in piedi e che i colpevoli abbiano gravi conseguenze per le azioni che hanno commesso".

fonte:    Adolfo Venturini

Firenze: CELEBLUEATION – la Mostra antologica di abiti e bozzetti di Renato Balestra

La Fondazione Franco Zeffirelli si accende di “Blu Balestra” in occasione di Pitti Immagine Uomo 97

Dall’8 gennaio al 2 febbraio 2020 
Sala Musica, Fondazione Zeffirelli
Ingresso libero con il biglietto del Museo Zeffirelli


Celeblueation è la mostra antologica di bozzetti, disegni e abiti di Renato Balestra che dall’8 gennaio al 2 febbraio 2020 sarà esposta nella Sala Musica della Fondazione Zeffirelli.
In occasione della tappa fiorentina, la Maison Balestra ha voluto ampliare la selezione delle opere esposte in Celeblueation.

L ’allestimento
Site Specific nella Sala Musica della Fondazione Zeffirelli prevede infatti una selezione inedita degli esordi, quando ancora lo stilista adottava un’espressione pittorica per dare vita alle sue creazioni.

La sezione teatrale sarà inoltre impreziosita dai costumi disegnati per il Teatro dell’Opera di Belgrado de “Il Lago dei Cigni”, produzione per la quale Renato Balestra ha firmato per la prima volta anche le scene.

 “Annuncio con grande entusiasmo che la mia Celeblueation sarà esposta durante la 97° edizione di Pitti Uomo, nella prestigiosa Fondazione Zeffirelli a Firenze. Franco Zeffirelli è stato un grandissimo artista ed anche un grande uomo. Ho avuto l’onore di essergli amico e la gioia di aver collaborato ai costumi di scena di : “E’così se vi pare” di Pirandello. Ricordo quanta passione metteva nel suo lavoro ed i suoi risultati così eclatanti . Grazie a Pitti Uomo ed alla Fondazione del più grande Maestro del Teatro , della cultura, vera gloria italiana ed un grazie particolare a Pippo Zeffirelli che ha creduto e collaborato a questa prestigiosa iniziativa.”  Renato Balestra

 

Info

L’accesso alla mostra è
compreso nel biglietto d’ingresso al Museo Zeffirelli
tel. +39 055.265.843.5
ticket@fondazionefrancozeffirelli.com
fonte:www.fondazionefrancozeffirelli.com

Lgbt: Il Parlamento UE sollecita l’Italia a fare una legge contro l’OmoTransFobia: “Basta odio”

 Dal Parlamento europeo ci giungono analisi e solleciti sul fenomeno dell’omotransfobia che è opportuno che il governo italiano, così come gli altri governi degli Stati membri, raccolgano con molta attenzione“: Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay, commenta la risoluzione approvata lo scorso 18 dicembre da un’ampia maggioranza del Parlamento europeo (463 i voti a favore, qui il documento: http://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2019-0101_EN.pdf), attraverso la quale si esprime condanna nei confronti delle cosiddette “LGBTI free zones” propagandate in Polonia e apprensione per i sempre più frequenti fenomeni di omotransfobia, anche istituzionale, che si registrano negli Stati che compongono l’Unione europea.

“Nella risoluzione – spiega Roberto Muzzetta, delegato alle politiche internazionali nella segreteria di Arcigay – si affronta in modo esplicito il problema degli attacchi omotransfobici provenienti da politici di Paesi europei che spesso, in modo irresponsabile e spregiudicato, utilizzano un linguaggio violento e discriminatorio per guadagnare facile consenso. La risoluzione, tuttavia, ha un obiettivo chiaro: la proliferazione in Polonia della deprecate “free LGBTI zones”.

Negli ultimi mesi in Polonia attacchi verbali e fisici nei confronti della comunità LGBTI locale sono stati giustificati come un tentativo di resistenza e liberazione della nazione polacca dai dannosi influssi della cosiddetta ideologia LGBTI. È perciò un segnale importante la condanna che il Parlamento europeo ha espresso, con una maggioranza ampia e trasversale, nei confronti di questa deriva, inscrivendola in un contesto generale allarmante e da non sottovalutare.
La risoluzione riconosce infatti, nelle premesse, che il fenomeno della violenza omotransfobica purtroppo riguarda tutto il continente e tutti gli ambiti sociali e politici. Questi attacchi, si legge nell’istanza, rappresentano una minaccia seria ai diritti fondamentali nell’Unione europea e vanno di pari passo con gli attacchi rivolti alle donne e alle minoranze. 

Non solo: essi, assieme alla propaganda xenofoba, contribuiscono a creare un clima insicuro per tutti e tutte e in particolare per le persone che si battono per l’affermazione di questi diritti. E ancora: il Parlamento europeo, attraverso questa risoluzione, denuncia l’assenza di un monitoraggio sistematico di questi crimini, e il persistere di rischi e paure legati allo svelamento dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, fenomeno che rappresenta un potente deterrente alla denuncia dei crimini”.

“Nelle passate settimane – riprende Piazzoni – si è avviato nel nostro Parlamento l’iter per la discussione di una legge contro l’omotransfobia: questa risoluzione può rappresentare un contributo importante e concreto a questo percorso. Le cosiddette “lgbti free zones” non sono un mito lontano: durante il passato Governo, il Conte 1, abbiamo toccato con mano, in occasione del Congresso delle Famiglie a Verona, la saldatura oscura tra alcuni partiti italiani e i movimenti che in Polonia reiterano pratiche e discorsi d’odio ai danni delle persone LGBTI. E sappiamo che esiste un network internazionale che organizza questi movimenti, anche nel nostro Paese. Più che legittima quindi la preoccupazione degli euodeputati, che è anche la nostra e che ci auguriamo sia anche quella degli eletti e delle elette del Parlamento italiano”, conclude.
fonte:  www.spyit.it

Rai Uno: I segreti di Palazzo Vecchio tra le Meraviglie

Ci sarà anche Gianna Nannini nella puntata dedicata alle stanze segrete della Signoria, grande successo per il ritorno di "Meraviglie" su Rai Uno
 
FIRENZE — La terza stagione di Meraviglie, il programma condotto da Alberto Angela entrerà attraverso le porte segrete di Palazzo Vecchio, quelle che sfruttando invisibili intercapedini conducono alle stanze inaccessibili del potere fiorentino. A portare una testimonianza toscana sarà Gianna Nannini che da giovanissima vedeva Firenze come "la libertà" rispetto alla piazza senese dove era molto conosciuta.

"Il viaggio tra le Meraviglie d’Italia continua sabato prossimo sui tetti della Basilica di San Marco a Venezia, seguiremo le orme dei grandi viaggiatori del passato a Paestum ed entreremo a Palazzo Vecchio a Firenze" è quanto ha annunciato lo stesso Angela al termine della prima puntata della nuova serie che ha riscosso un alto gradimento da parte del pubblico "Esordio da grandi numeri. Sono stati 4 milioni 649 mila i telespettatori che hanno seguito Alberto Angela in giro tra le bellezze italiane nella prima serata di Rai1, con il 23 di share. Grande seguito anche sui social con oltre 94mila interazioni, è stato il programma più commentato dell'intera giornata secondo Nielsen Italia" è quanto recita una nota della Rai.

Una anteprima del viaggio attraverso gli ambienti intimi del potere è stata la visita all'interno del Palazzo Reale di Torino, residenza dei Savoia prima del trasferimento della capitale a Firenze e poi al Quirinale, a Roma. Una straordinaria Aurora Ruffino, nei panni della regina Margherita, ha accolto i telespettatori tra le sfarzose stanze di famiglia che sono state attraversate sfruttando i passaggi nascosti riservati alla servitù.
fonte:  www.quinewsfirenze.it

martedì 7 gennaio 2020

A marzo 2020 debutterà al Teatro dell'Opera di Roma la Turandot con la regia di Ai Weiwei

La Turandot di Giacomo Puccini, in programma al Teatro dell’Opera di Roma a marzo 2020, avrà la regia, le scene e i costumi di Ai Weiwei (Pechino, 1957).

L’artista e attivista cinese si dedicherà infatti all’opera lirica ambientata a Pechino.

"Sarà una Turandot dal mio punto di vista“ ha affermato Ai Weiwei. ”Un’opera immersa nel mondo contemporaneo, nel presente culturale e politico rappresentato attraverso la storia di Puccini".

Lo scorso giugno l’artista ha fatto visita a Roma ai laboratori di scenografia e alla sartoria del Teatro per proporre una nuova regia. Ha accettato l’offerta di occuparsi della regia, dei costumi e della scenografia della Turandot al Teatro dell’Opera poiché quest’opera ha per lui un significato speciale: nel 1987 Ai Weiwei e suo fratello fecero le comparse in una speciale produzione della Turandot al Metropolitan Opera House diretta da Franco Zeffirelli.

"Non avrei mai accettato se non si fosse trattato della Turandot“ ha commentato ”perché mi sento piuttosto lontano dalla musica. Due sono gli aspetti che però mi hanno convinto. Uno generale, perché credo che l’opera racconti la contemporaneità, i problemi culturali e politici di oggi narrati, in questo caso, attraverso Turandot".

Carlo Fuortes, sovrintendente del Teatro dell’Opera, ha dichiarato: "Credo sia indispensabile programmare un teatro attento a tutti i fermenti artistici contemporanei e sempre alla ricerca del nuovo. E così, volendo proporre una nuova regia di un lavoro amatissimo come Turandot, ho ritenuto che la rilettura attuale da parte di uno degli artisti contemporanei più affermati, Ai Wei Wei, nato e cresciuto in Cina, potesse risultare di grandissimo interesse”.
fonte:  www.finestresullarte.info

Teatro: A Perugia "Caligola-Assolo.1" di e con Bernardo Casertano. Il 18 gennaio ore 21.00 • Sala Cutu

In scena alle ore 21.00 Caligola-Assolo.1, spettacolo di e con Bernardo Casertano, light designer Chiara Saiella, con il sostegno del Teatro del Lemming.

L’intento è quello di spostare l’obbiettivo dall’opera al pensiero di Albert Camus, al suo esistenzialismo mai accettato.

È un atto che celebra l’eroicità dell’uomo malgrado la sua condizione. Un inno alla “spaventosa libertà” che si raggiunge prendendo coscienza della solitudine.

CALIGOLA-ASSOLO.1  
di e con Bernardo Casertano
light designer Chiara Saiella
con il sostegno del Teatro del Lemming
18 gennaio ore 21.00 - Sala Cutu Teatro di Sacco

Per Albert Camus è una tragedia esistenziale quella che attraversa Caligola. “Caligola-Assolo.1” è il completamento di un processo lavorativo iniziato con “Assolo di un ipotetico studio su Caligola”, grazie ad una residenza artistica presso Teatro Akropolis di Genova e proseguita all’Ex-Asilo Filangieri di Napoli. Questa parte del lavoro si completa grazie ad una produzione del Teatro del Lemming di Rovigo.

L’intento è quello di spostare l’obbiettivo dall’opera al pensiero di Camus, al suo esistenzialismo mai accettato. È un atto che celebra l’eroicità dell’uomo malgrado la sua condizione. Un inno alla “spaventosa libertà” che si raggiunge prendendo coscienza della solitudine. 

❮ Lo spettacolo di e con Bernardo Casertano, è un lacerante grido in una tenebra in cui tagli di luce feriscono il corpo e l’anima dell’attore, trascinando lo spettatore in un vortice di emozioni e istinti che perseguitano l’uomo dai primordi: chi percepisce il distacco dal cordone ombelicale della natura come una frattura si ritrova nudo sul palco ad invocare un Dio assente e sadicamente cosciente del dolore che provoca la sua stessa supposta presenza dietro quella nube che si chiama: dubbio. ❯
(Enrico Bernard - SaltinAria.it) 

☎️INFO e PRENOTAZIONI: info@teatrodisacco.it | 320.6236109

Bernardo Casertano
Nasce a Caserta e si trasferisce presto a Roma ove si diploma presso l’accademia del Teatro dei Cocci sotto la guida di Isabella Del Bianco e Cristiano Censi. La sua formazione artistica inizia con una impostazione classica, ma presto prosegue attraverso il teatro contemporaneo e la ricerca teatrale. Continua a formarsi, fra gli altri, con Giancarlo e Pierpaolo Sepe, Sabino Civilleri, Manuela Lo Sicco, Ilaria Drago. In seguito, mette in scena “Dino” la sua prima regia tratta da Il re del plagio di Jan Fabre.  Al cinema ed in televisione ha lavorato con Alessandro Dalatri, Paolo Genovese, Manetti bros, Carlo Verdone, Francesco Vicario, Michele Soavi. Nel 2017 è diretto da Alessio Cremonini in “Sulla mia Pelle” e da Michele Soavi in “Rocco Chinnici” nel ruolo di Paolo Borsellino.
fonte:  Organizzato da Teatro Di Sacco e Sala Cutu Teatro di Sacco