domenica 23 gennaio 2022

A Bologna: Folgorazioni figurative.Viaggio nell’immaginario di Pasolini, dal 1° marzo.

Nell'anno del centenario della nascita a Bologna numerose iniziative curate dalla Cineteca

La Bologna di Pier Paolo Pasolini non è solo quella della nascita, in via Borgonuovo, il 5 marzo 1922, ma soprattutto della sua prima e più preziosa formazione intellettuale. Dopo un’infanzia trascorsa al seguito della famiglia, sempre in movimento per via del mestiere del padre (ufficiale di fanteria), a Bologna Pasolini torna ormai adolescente per frequentare il Liceo Galvani e poi la Facoltà di Lettere, dove studia con il critico d’arte Roberto Longhi che ne plasma lo sguardo iniziandolo alla passione per l’arte figurativa che non abbandonerà mai più.

Folgorazioni figurative s’intitola adesso una mostra a cura di Marco Antonio Bazzocchi, Roberto Chiesi e Gian Luca Farinelli, che aprirà il 1° marzo (e resterà visibile fino al 16 ottobre) nei nuovi spazi espositivi del Sottopasso di Piazza Re Enzo.

La mostra cercherà proprio di disegnare quello sguardo pasoliniano formato da Longhi e presente nelle sue opere cinematografiche, che il percorso espositivo analizzerà secondo un ordine cronologico, dall’esordio, nel 1961, con Accattone, all’ultimo Salò o le 120 giornate di Sodoma, uscito postumo a poche settimane dall’omicidio di Pier Paolo Pasolini, avvenuto il 2 novembre 1975. 

“Sarà un itinerario figurativo all’interno dell’immaginario di Pier Paolo Pasolini – spiegano i curatori –: ogni sezione corrisponderà a uno snodo fondamentale del suo percorso artistico e formativo, dall’insegnamento di Longhi alla pittura friulana, dalla scoperta di Roma e del cinema all’amore per le culture arcaiche, alla condanna della massificazione consumistica. 

Il filo conduttore del percorso sarà dato dai dipinti e dai disegni dell’arte della grande tradizione italiana e internazionale e di quella contemporanea che Pasolini ha assorbito nel proprio sguardo e ha rielaborato e reinventato nelle sue opere creando un immenso sistema visivo-scritto. Ogni sezione avrà un tema centrale che verrà illustrato dalle riproduzioni pittoriche e dai testi di Pasolini che le accompagnano, oltre che da audiovisivi comprendenti sequenze dei suoi film e dei suoi interventi. Così l’intera opera di Pasolini e il percorso del suo pensiero e del suo immaginario verranno raccontati attraverso un montaggio di immagini che corrisponderà a un racconto visivo”.

La mostra fa parte di Pasolini 100, un programma messo a punto dalla Cineteca di Bologna con il patrocinio dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna nell’ambito del programma promosso dal Comune di Bologna. Tanti gli appuntamenti da segnare in agenda: intanto da fine febbraio è prevista la distribuzione dei titoli più significativi della filmografia pasoliniana su tutto il territorio nazionale, grazie al progetto Il Cinema Ritrovato al cinema, mentre il 3 marzo la sala Stabat Mater dell’Archiginnasio ospiterà il convegno Pasolini a Bologna, e a partire da marzo-aprile il Cinema Lumière manderà sul grande schermo la retrospettiva integrale dei suoi film. Sempre a marzo è prevista l’uscita di due pubblicazioni per Edizioni Cineteca di Bologna, curate da Bazzocchi e Chiesi: Pier Paolo Pasolini. Folgorazioni figurative, che accompagna appunto la mostra, e Pasolini a Bologna.

fonte:  cinema.emiliaromagnacultura.it

Documentari: Nel mio nome ci parla dell’autodeterminazione di genere

Il documentario di Nicolò Bassetti, selezionato dalla Berlinale 2022 in Panorama, segue quattro amici che hanno intrapreso la transizione da identità femminile a maschile

Nic, Leo, Andrea e Raff sono un gruppo di amici molto unito. Vengono da tutta Italia e si sono trovati e conosciuti a Bologna. Hanno intrapreso in momenti diversi la transizione di genere da identità femminile a maschile. Giorno dopo giorno affrontano con coraggio le tante difficoltà che un mondo rigidamente binario frappone al loro bisogno e diritto di essere ciò che sono. 

 Nel mio nome, documentario dell’italiano Nicolò Bassetti, è stato selezionato dalla Berlinale 2022 in Panorama Dokumente.

I protagonisti sono Leonardo Arpino, Raffaele Baldo, Andrea Ragno, Nicolò Sproccati. Quattro amici, ognuno con la propria solitaria passione salvifica: Nic esplora luoghi urbani in transizione, dove si sente al sicuro; Leo lavora a un podcast sulla relazione e il rapporto di ognuno tra identità adolescente e identità matura; Andrea scrive racconti; Raff costruisce la sua bicicletta. Condividono un piccolo grande sogno: fare una vacanza insieme, anche se solo per qualche giorno. Un’idea che rinvigorisce la loro complicità e che finalmente diventa realtà.

Paesaggista, autore del libro da cui era stato tratto Sacro GRA [+] di Gianfranco Rosi, Leone d’Oro a Venezia 2013, Nicolò Bassetti aveva già firmato un documentario nel 2018, Magnifiche sorti.

Nel mio nome è prodotto da Nuovi Paesaggi Urbani, con il sostegno di Emilia-Romagna Film Commission.

fonte:  di 

sabato 15 gennaio 2022

Libri: "Memorie di Adriano. Seguite da Taccuini di appunti" di Marguerite Yourcenar

La nota della traduttrice, Lidia Storoni Mazzolani, ci regala la storia di un'amicizia nata lavorando alla versione italiana. Con la cronologia della vita e delle opere e la bibliografia essenziale.

Giudicando la propria vita di uomo e l'opera politica, Adriano non ignora che Roma finirà un giorno per tramontare; e tuttavia il suo senso dell'umano, eredità che gli proviene dai Greci, lo sprona a pensare e servire sino alla fine. 

"Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo" afferma, personaggio che porta su di sé i problemi degli uomini di ogni tempo, alla ricerca di un accordo tra la felicità e il metodo, fra l'intelligenza e la volontà. 

I "Taccuini di appunti" dell'autrice (annotazioni di studio, lampi di autobiografia, ricordi, vicissitudini della scrittura) perfezionano la conoscenza di un'opera che fu pensata, composta, smarrita, corretta per quasi un trentennio. 

fonte:  www.ibs.it

mercoledì 12 gennaio 2022

GB: Regina da record, via al Giubileo dei 70 anni sul trono

Il Giubileo di Platino per i 70 anni sul trono di Elisabetta II prende il via ufficialmente in Gran Bretagna in queste ore con la pubblicazione del programma diffuso da Buckingham Palace. KEYSTONE/EPA/BUCKINGHAM PALACE/HANDOUT sda-ats (Keystone-SDA)

Il Giubileo di Platino per i 70 anni sul trono di Elisabetta II prende il via ufficialmente in Gran Bretagna in queste ore con la pubblicazione del programma diffuso da Buckingham Palace.

Esso prevede feste di popolo, sfilate, onori e stelle del firmamento dello show business planetario, ma anche qualche incognita: dalla salute all'età, dalle ombre che incombono su casa Windsor agli imprevisti della pandemia.

Il giubileo di Elisabetta II è l'ennesimo traguardo di longevità per la regina dei record, destinato a entrare nel vivo dal 6 febbraio, data in cui l'attuale sovrana ereditò neppure 26enne nel 1952 le insegne di monarca britannica, come dei residui territori d'oltremare dell'ex impero e di quei Paesi del Commonwealth non trasformatisi in repubbliche, nel giorno della morte prematura di re Giorgio VI suo padre.

Il calendario ufficiale include - sviluppi Covid permettendo - una serie di grandiosi appuntamenti collettivi fra i quali la corte annuncia l'esibizione di alcune delle "più grandi star" globali. Per culminare in ben 4 giornate nazionali festive extra consecutive, fra il 2 e il 5 giugno. Diversi eventi vedranno la presenza dell'erede al trono Carlo e della consorte Camilla, nonché del principe William (secondo in linea di successione) con la fresca 40enne Catherine e i loro figli, o di altri membri senior della Royal Family. Mentre non è ancora stato certificato quali saranno quelli ai quali Sua Maestà, che compie 96 anni il 21 aprile, assisterà di persona.

La regina ha d'altronde cancellato qualunque spostamento significativo negli ultimi tre mesi, dopo aver ricevuto la raccomandazione tassativa dei medici di trascorrere un tempo di riposo nel castello di Windsor dove tuttora si trova, e durante il quale si è sottoposta pure a un raro ricovero-lampo in ospedale di 24 ore, per imprecisati accertamenti diagnostici.

Anche se la sua tempra d'acciaio non sembra esser venuta meno, come testimoniato dalle riapparizioni recenti in video, dalla ripresa di alcuni impegni pubblici (sia pure in forma leggera), dalla determinazione ribadita più volte di non mancare ai momenti chiave del Giubileo: a dispetto del dolore evidente per la perdita nel 2021 del quasi centenario principe consorte Filippo; o dei grattacapi dinastici legati allo strappo americano del nipote Harry, con Meghan, ma soprattutto al coinvolgimento nello scandalo Epstein del proprio figlio terzogenito Andrea.

Non si tratta del resto di una meta qualsiasi per Elisabetta che - dopo aver già da tempo battuto i primati di durata della regina Vittoria o quello dei chilometri percorsi nei decenni in visite di Stato compiute nei 5 continenti da qualsiasi testa coronata della storia - diverrà il mese prossimo la prima monarca britannica ad aver mai tenuto in mano lo scettro per 70 anni.

"Un anniversario senza precedenti", evidenzia lo stesso palazzo reale in una nota, illustrando una mappa di festeggiamenti disseminati per tutto il 2022. Con un concorso per la realizzazione di un pudding speciale al via già da oggi; ma con il clou fissato a partire dal 2 giugno a ricordo della data in cui - nel 1953, dopo i prolungati mesi del lutto per la scomparsa del padre - ella venne solennemente incoronata nell'Abbazia di Westminster.

Sarà quella la settimana cruciale, con una maestosa liturgia prevista nella cattedrale di St Paul; un super concerto animato dentro Buckingham Palace da numerose celebrità musicali mondiali di prima grandezza; parate in alta uniforme, spettacoli pirotecnici, fino a un'enorme sfilata di artisti, danzatori, fantasisti del circo, militari e lavoratori dei servizi essenziali chiamati a "raccontare" momenti salienti di sette decenni di regno attraverso una kermesse di strada in cui si promette sfoggio "d'impressionante creatività". E senza scordare gli oltre 1400 banchetti celebrativi offerti in giro per l'isola a schiere di volontari impegnati in attività sociali patrocinate dai Windsor.

C'è chi si chiede se possa essere in fondo una sorta di canto del cigno per l'inossidabile figlia di re Giorgio. Ma nulla al momento permette di confermarlo, salvo considerare un segnale il ruolo sempre più pesante da co-reggente di fatto attribuito all'eterno delfino Carlo; quello da principe di Galles in pectore accreditato a William; o la cooptazione recentissima di Camilla nel supremo consesso regale dell'Ordine della Giarrettiera.

fonte:  www.tvsvizzera.it

Spettacolo: Chi è Drusilla Foer, tra le 5 conduttrici di Sanremo 2022

Tra le conduttrici dell'edizione di quest'anno del festival c'è anche il nome dell'alter ego di Gianluca Gori. Lui è un attore fiorentino famosissimo in rete (e non solo) proprio grazie all’interpretazione di Drusilla, un personaggio molto amato sul web, con centinaia di migliaia di follower da quando è stato lanciato su YouTube.

Sono giorni di grande fermento, con tante indiscrezioni ma anche parecchie notizie ufficiali targate Sanremo: dopo che Amadeus ha ufficializzato la presenza di Checco Zalone in qualità di guest star del 72esimo Festival, il direttore artistico della kermesse musicale più attesa d’Italia ha svelato i nomi delle cinque co-conduttrici che lo affiancheranno sul palco dell'Ariston.

Le voci che circolavano riguardanti la presenza dell'attrice Maria Chiara Giannetta - la quale interpreta il capitano Anna Olivieri in Don Matteo e anche Blanca, la detective non vedente - sono state confermate. Non manca all’appello nemmeno la talentuosa Lorena Cesarini, l'attrice di Suburra.

Apriranno e chiuderanno il festival due leggende viventi dello spettacolo nostrano, ossia Ornella Muti (in qualità di madrina della serata di debutto) e Sabrina Ferilli (che chiuderà la kermesse).

Ma la grande sorpresa per quanto riguarda la scuderia di co-conduttrici è Drusilla Foer.
Scopriamo insieme chi è Drusilla, anche se molti già la conoscono bene grazie all'enorme successo riscosso in rete, dopo essere stata lanciata su YouTube, in televisione (grazie a parecchie ospitate) e perfino al cinema, dove ha recitato diretta da Ferzan Ozpetek.

Il personaggio

Puntualizziamo innanzitutto sul fatto che Drusilla Foer è un personaggio, non una persona.

Si tratta dell’alter ego di Gianluca Gori, attore fiorentino dotato di una poliedricità notevole che ha creato questo suo alias femminile che spopola sul web.
Sui social network la sua Drusilla vanta centinaia di migliaia di follower.

Sarà la co-protagonista della serata del Festival di giovedì 3 febbraio.

La voglia di Drusilla (e del suo creatore) di salire sul palco dell’Ariston

Gianluca Gori, il padre putativo di Drusilla, prima di intraprendere la carriera da attore ha lavorato per anni come fotografo.

Tuttavia il suo sogno è sempre stato quello di calcare i palchi. 
A più riprese Gori ha raccontato che nel cassetto il suo desiderio numero uno è sempre stato quello di fare la valletta a Sanremo. Addirittura alcuni mesi fa, nell'ottobre del 2020, aveva pubblicato su Instagram un video con lo sketch di una immaginaria telefonata con il direttore di Rai 1. Uno sketch divertentissimo in cui sentiamo Drusilla Foer domandare: “Le piace l'idea di una valletta un po' agè al Festival di Sanremo?”.

 

La sua storia

Ma chi è Drusilla Foer? Si tratta di una nobildonna dotata di uno spiccato anticonformismo.
È nata da una famiglia benestante di Firenze ma ha trascorso molti anni all'estero. Suo padre lavorava come diplomatico e quindi ha dovuto vivere a Cuba per molti anni e ha lì portato con sé la famiglia, Drusilla compresa.

Dopo la parentesi cubana, la famiglia Foer è poi partita alla volta di New York, trasferendosi in pianta stabile nella Grande Mela.

Qui Drusilla, una volta cresciuta, ha gestito un negozio di vintage e ha avuto modo di conoscere parecchie celebrità, prima tra tutte Tina Turner (che è diventata una delle sue più grandi amiche. Stiamo chiaramente sempre parlando di un personaggio immaginario, lo sottolineaiamo. Gori non è amico di Tina Turner, per essere chiari).

Questa nobildonna inventata da Gianluca Gori è diventata un tormentone del web grazie ai video diventati virali, lanciati sul canale YouTube del suo creatore.

 

L’arrivo in televisione

Il grande salto, quello dal piccolissimo schermo (dello smartphone e del computer) al piccolo schermo, ossia la TV, è avvenuto nel 2012.

In quell'anno Drussila Foer ha preso parte al programma The Show Must Go Off condotto da Serena Dandini su LA7, diventando un volto noto al grande pubblico.

Dopo le partecipazioni televisive, per lei sono incominciate parecchie collaborazioni radiofoniche.

Nel 2017 ha partecipato anche a X Factor e negli ultimi anni è diventata uno dei volti più gettonati delle trasmissioni di Piero Chiambretti.
Ha partecipato a CR – La Repubblica delle donne e anche, in qualità di giudice, a Strafactor,  lo show nello show di X Factor che porta sul palco i talenti alternativi.

Anche il Maurizio Costanzo Show l’ha voluta più volte come ospite.

Drusilla Foer al cinema

Non solo il piccolo e piccolissimo schermo hanno incorniciato il volto ormai arcinoto di Drusilla Foer: anche quello grande ha avuto l’onore di accoglierla.

Dopo le partecipazioni televisive, radiofoniche e anche di moda (ha posato per importanti magazine di fashion), è stata scritturata come attrice nel film Magnifica presenza (2012) di Ferzan Ozpetek.

 

La vita privata

In un'intervista rilasciata a Libero Quotidiano nel 2017, Drusilla Foer ha rivelato qualche indiscrezione circa la propria vita privata, dichiarando di essere stata sposata con un uomo del Texas.
“Un texano orrendo, che poi ho tradito”, ha raccontato.

In seguito si è legata in matrimonio con uno dei discendenti della nota famiglia Dufur, il belga Hervé Foer. Ma quest'ultimo è morto e l’ha lasciata vedova. Per ora non si è risposata per una terza volta, ma le vie di Drusilla sono infinite…

 

Il nome Drusilla

Gianluca Gori non ha scelto a caso il nome di battesimo del suo alter ego femminile.Ha dato un'affascinante spiegazione anche a quella sua stramba scelta, ecco.

Drusilla era infatti il nome con cui era stato battezzato il battello diventato per la famiglia di Drusilla qualcosa di storico. Il nome della discendente del blasone Foer è stato determinato da una nottata di amore sfrenato consumato dai suoi nonni negli Stati Uniti, su un battello chiamato Drusilla. 

“Il battello è diventato monumento storico, una sorta di pezzo d’antiquariato”, ha raccontato Drusilla Foer durante un'intervista rilasciata a Libero Quotidiano, aggiungendo poi: “Come me, insomma”.

fonte:  Camilla Sernagiotto https://tg24.sky.it ©Getty

Cinema > Being the Ricardos: con Kidman e Bardem, Amazon punta all'Oscar

Being the Ricardos
 Il nuovo film di Aaron Sorkin con Nicole Kidman e Javier Bardem racconta la storia vera di Lucille Ball e Desi Arnaz, puntando dritto alla nomination.

 Per avere una vaga idea di cosa rappresenti per gli americani I Love   Lucy, una delle sitcom più popolari degli anni Cinquanta, dobbiamo partire da Pretty Woman

 Poco dopo averla rimorchiata e averla portata nella sua suite all'ultimo piano del Beverly Wilshire, Edward sistema le ultime telefonate mentre Vivien si stende sulla moquette e si sbellica dalle risate guardando Lucille Ball che pigia l'uva in televisione. 

Per il pubblico italiano, è il sorriso bianchissimo di Julia Roberts l'elemento in grado di farci capire quanto una serie possa diventare un classico, così come gli interpreti che se la sono cucita addosso: Lucille Ball e Desi Arnaz, che negli anni Cinquanta non solo erano gli attori più pagati e richiesti della televisione statunitense, ma anche delle icone capaci di influenzare i gusti e i costumi di ben sessanta milioni di americani. A raccontare uno spaccato della loro storia dentro e fuori dal set è un film, Being the Ricardos, scritto e diretto da Aaron Sorkin che, dopo essere tornato a bocca asciutta dagli ultimi Oscar per Il processo ai Chicago 7, prodotto da Netflix, quest'anno ci riprova con Prime Video.

La vicenda è furbamente circoscritta a un episodio in particolare: la settimana del 1952 durante la quale Lucy, interpretata da Nicole Kidman, vive con angoscia il fatto che Walter Winchell abbia detto, durante la sua trasmissione radiofonica, che «la più popolare delle star televisive deve confrontarsi con la sua appartenenza al Partito Comunista». Sono gli anni in cui Joe McCarthy dà la caccia ai presunti comunisti del Paese compilando una lista nera che sbarra la carriera a tutte le star di Hollywood considerate sospette e Ball, una donna che ha faticato tutta la vita per cercare di raggiungere la sicurezza economica e l'autonomia decisionale, rischia di perdere tutto.  

L'inquietudine del suo stato emotivo si riflette nel perfezionismo che ricerca nella realizzazione di una nuova puntata di I Love Lucy: ogni cosa, nella sua testa, deve essere perfetta per fugare ogni dubbio, visto che il più piccolo errore potrebbe costarle la reputazione e l'avvenire. La situazione, naturalmente, si riflette nel suo rapporto con Desi, interpretato da un eccellente Javier Bardem, marito devoto ma anche un po' farfallone che con Lucy vive a fatica una relazione che ha pian piano abbandonato l'amore per trasformarsi in una dipendenza che ha ragione di esistere soprattutto per il futuro professionale che condividono.

Being the Ricardos
 I dialoghi sono molto sorkiniani: densi, ricchissimi di sfumature e capace di restituire un quadro abbastanza complesso della mente di Lucy, la vera protagonista del film, immagine di una donna che in scena accetta di apparire «infantilizzata» per assecondare i gusti del pubblico, ma che nella vita è ossessionata dalla ricerca della battuta perfetta mettendo gli sceneggiatori e gli autori in una condizione di stallo dalla quale vorrebbero disperatamente uscire. Being the Ricardos, che conta sulla presenza di altri grandi attori come J.K. Simmons e Nina Arianda, racconta, però, anche l'ipocrisia della buoncostume che considera scandalosa l'idea di mostrare in televisione una donna incinta, e le insicurezze di una professionista che lotta per essere presa sul serio. 

La nota dolente? Il lavoro sull'alterazione dei tratti somatici che ha visto applicare alla Kidman diverse protesi facciali che ne hanno alterato la recitazione trasformandola, più che in Lucy Ball, in una versione androgina di Glenn Close, senza contare il lifting digitale che ha ringiovanito sia lei che Bardem nei flashback. In presenza di una prova recitativa così intensa, forse sarebbe stato il caso che gli interpreti restassero così com'erano per permettere al pubblico di concentrarsi, più che sulla loro somiglianza a Lucy e a Desi, a ciò che sono riusciti a trasmettere. Una dote che difficilmente passerà inosservata ai giurati dell'Academy.

sabato 1 gennaio 2022

Roberto Bolle "Danza con me" Conduce Serena Rossi insieme con Lillo. Stasera su RAI 1

Per il nuovo anno di Rai1 torna il grande show della danza di Roberto Bolle e del suo “Danza con me”, in onda sabato 1 gennaio in prima serata. “Danza con me” – prodotto da Rai1 in collaborazione con Ballandi e Artedanza srl – costruisce un mondo parallelo dove per una sera tutto è sospeso, un viaggio straordinario, che lascia senza fiato, attraverso la grande arte della danza raccontata e vissuta in profondità e con leggerezza insieme. Un’andata e ritorno dalla realtà in cui lo spettatore rientra in qualche modo cambiato.

Anche questa quinta edizione ospita artisti molto speciali provenienti da un ventaglio di ambiti ancora più ricco e vario delle edizioni precedenti, per celebrare il ritorno alla vita in tutte le sue forme, con camei e partecipazioni inedite e originali del mondo della musica e del cinema, della danza e della cultura, della letteratura e della televisione stessa. 

Tutti uniti in quello che ormai è diventato una sorta di rito propiziatorio per l’anno nuovo. 

Tutti insieme nella gioia condivisa di essere tornati a fare quello che ci è mancato per tanto, troppo tempo. Tra loro, John Malkovich, Ornella Vanoni, Margherita Buy, Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Micaela Ramazzotti, Benedetta Porcaroli, Diana Del Bufalo, le Farfalle Olimpiche, Colapesce e Dimartino, Frida Bollani Magoni.

Alla conduzione un’artista molto amata dal pubblico, Serena Rossi, che in “Danza con me” con eleganza e quella sua grazia che abbraccia e scalda, non mancherà di mettersi in gioco in tutti i suoi registri, spingendosi in territori nuovi e sorprendenti.  Accanto a lei, l’ironia di Lillo che torna – o almeno così crede lui – al suo primo amore, la danza. 

fonte: RAI Ufficio Stampa www.rai.it

Cinema: "Illusioni perdute" di Balzac diventa un film. Le fake news nella Parigi del 1820

Al cinema un capolavoro dell'ottocento letterario francese in una trasposizione ricca di riferimenti all'attualità. Tra speranze e delusioni, la vita di un giovane poeta nella Francia della restaurazione

Nella Francia dell'ottocento le chiamavano "anatre", oggi sono "fake news": le notizie false che sembrano vere e che sono al centro della trasposizione cinematografica del capolavoro di Honoré de Balzac “Illusioni perdute”. In foto: Una scena del film "Illusioni Perdute" di Xavier Giannoli da YouTube >>>Trailer ufficiale

Il romanzo, caposaldo della letteratura francese pubblicato in tre parti fra il 1837 e il 1843, è portato sul grande schermo dal regista Xavier Giannoli, già firma di 'Marguerite' (2015), 'À l'origine' (2009) e 'Quand j'étais chanteur' (2006) e ha riscosso grande successo di pubblico all'ultima mostra del Cinema di Venezia.

Ci sono tematiche e toni straordinariamente contemporanei in questa storia ambientata nella Francia del 1820. Al centro della vicenda c'è Lucien: un giovane poeta in cerca di fortuna. Nutre grandi speranze per il suo futuro ed è deciso a prendere le redini del proprio destino abbandonando la tipografia di famiglia e tentando la sorte nella scintillante Parigi aristocratica della restaurazione, sotto l’ala protettrice della sua mecenate, madame de Bargeton. Rifiutato dalla società aristocratica parigina per le sue umili origini e per la sua relazione pericolosa con la nobildonna, si ritrova solo, senza un soldo, affamato e umiliato e cerca vendetta scrivendo articoli controversi. Nella Parigi tanto ambita, trova un mondo cinico dove quasi tutto può essere comprato e venduto: a volte anche le notizie e perfino le persone.

Una commedia umana con un cast d'eccezione tra cui il protagonista Benjamin Voisin, Gérard Depardieu, Xavier Dolan, Vincent Lacoste e Cécile de France.

Una ricostruzione sontuosa ed elegante, un omaggio a un romanzo immortale ma anche alle eterne illusioni dell'essere umano

fonte: www.rainews.it

È morta April Ashley, prima modella transgender di fama mondiale e icona assoluta di stile

April Ashley-1970 PA ImagesGetty Images
 La sua vita avventurosa da protagonista della Swinging London merita di essere ripercorsa 

 Capelli scuri, sguardo intenso, figura longilinea, April Ashley è stata la prima modella e attrice transgender di fama internazionale, protagonista della  Swinging London degli Anni 60, poi attivista per i diritti delle persone trans, persino premiata dalla regina Elisabetta II con la medaglia dell'Ordine dell'Impero britannico. 

 Dopo una vita intensa, April Ashley si è spenta all'età di 86 anni, il 27 dicembre 2021 nella sua Londra dopo un lungo periodo di auto-esilio. 

La sua vita, la sua storia, quello che Ashley ha significato per i diritti delle persone trans, aprendo la via nella moda a modelle come Valentina Sampaio, valgono la pena di essere ripercorse.

April Ashley nasce il 29 aprile 1935 a Liverpool, figlia di padre cattolico e madre protestante, sorella di altri cinque fratelli. Da adolescente entra nella Marina Mercantile, ma viene congedata poco dopo. Di quel periodo Ashley ha parlato nel suo libro di memorie del 2006, First Lady, raccontando dello stupro subito per mano del suo compagno di stanza e delle conseguenze riportate a livello fisico e psicologico. In quegli anni soffre di depressione e, dopo alcuni tentativi di suicidio, trascorre un periodo in manicomio, fino al 1957 quando si trasferisce a Parigi. Lì riesce finalmente a trovare una dimensione più congeniale e comincia a lavorare esibendosi al nightclub Le Carrousel, locale famoso per gli spettacolo di drag queen.

A 25 anni, dopo aver messo da parte la somma sufficiente, Ashley vola in Marocco, a Casablanca, per sottoporsi a un intervento di riassegnazione del sesso. Dopo l'operazione torna a Londra e avvia la sua carriera di modella, tra sfilate e servizi fotografici di alcuni dei nomi più importanti dell'epoca, da Brian Duffey e Richard Dormer a Terence Donovan. La moda riconosce e acclama April Ashley, che racconta: "Sapevano tutti della mia operazione, sapevano tutti chi ero. A nessuno dei fotografi fregava niente del mio passato. Mi volevano nel loro portafoglio e basta". Uno dei momenti più alti della sua carriera arriva quando conquista la copertina di Vogue, scattata da David Bailey e nel 1962 recitando nel film Astronauti per forza (1962, Road to Hong Kong) con Bob Hope, Bing Crosby e Joan Collins.

April Ashley e Gonzale de Bethencort-1975 MirrorpixGetty Images
 La sua vita non fu comunque priva di discriminazioni, nel 1961 il Sunday People pubblicò come uno scoop il fatto che Ashley fosse transgender e, se da un lato questo la escluse da alcune opportunità, dall'altro divenne una delle personalità più richieste e note della  Swinging London. Nel 1963 April Ashley coronò il suo sogno d'amore sposando l'aristocratico Arthur Cameron Corbett a Gibilterra.

 Il matrimonio venne annullato nel 1970 con il pretesto che Ashley fosse nata uomo e, anche successivamente, l’esito della sentenza fu utilizzato come base per negare ai cittadini transessuali il diritti civile al matrimonio. Dopo la fine della sua relazione, Ashley decide così di emigrare negli Stati Uniti e si trasferisce sulla West Coast per un lunghissimo auto-esilio. 


 

Torna nella sua amata Londra solo nel 2005, quando la Gran Bretagna ha promulgato il Gender Recognition Act e anche Ashley è stata ufficialmente riconosciuta come donna. I suoi sforzi come attivista per i diritti delle persone transgender le sono valsi la massima onorificenza del Regno Unito, la medaglia dell'Ordine dell'Impero britannico, consegnata dalla regina Elisabetta nel 2012. In foto: April Ashley e l’onorificenza - 2012 WPA PoolGetty Images

fonte: ELLE Di   www.elle.com

domenica 19 dicembre 2021

Spettacolo, Franceschini: a teatro in sicurezza, al via nuova campagna MiC e Agis

Presentata alla Scala la campagna di comunicazione per il ritorno del pubblico in sala
Un cortometraggio diretto da Livermore&Cucco realizzato insieme ad Agis e Cinecittà

A teatro si respira la vita: https://www.youtube.com/watch?v=86sDCRXGR74
Qui tutta la Playlist: https://www.youtube.com/playlist
Qui il video backstage dello spot: http://fotoweb.cultura.gov.it/

È l’acqua la protagonista del cortometraggio “A teatro si respira la vita” diretto da Livermore&Cucco su soggetto di Davide Livermore, Paolo Gep Cucco e Sax Nicosia. Il video, prodotto in collaborazione con il Teatro Nazionale di Genova e realizzato con il sostegno del Ministero della Cultura, dell’Agis e dell’Istituto Luce Cinecittà, farà parte di una campagna di comunicazione istituzionale per promuovere il ritorno del pubblico in sala in sicurezza.

L’elemento fluido in cui sono immersi attori e attrici, musicisti, direttori d’orchestra, danzatrici e tecnici di scena ne rallenta i movimenti, ne limita i sensi, ne scompiglia le vesti e le acconciature, ne sospende i corpi in un attimo infinito, ma non riesce che ad attutire il suono dello spettacolo. 

Voci e note non sembrano frenate dalla diversa diffusione del suono nell’acqua, e giungono quasi per magia a risvegliare i nostri sensi. Un dialogo sospeso, quello fra il pubblico e gli attori, che qui viene tenuto vivo, oltre che dal suono, dagli sguardi intensi che ci vengono rivolti. 

Un faro di scena illumina gli abissi, una violinista trilla un capriccio di Paganini, un Arlecchino servitore di due padroni compie le sue evoluzioni aquatiche, Titania e Bottom trasformato in asino galleggiano trascinati dal loro amore, la Regina della Notte intona la sua celebre aria in un Flauto magico subacqueo, mentre Agamennone lotta fluttuando contro i suoi fantasmi. 

E ancora musica, con l’Otello verdiano, la Norma di Bellini e la Nona Sinfonia di Beethoven, mentre una danzatrice del Lago dei Cigni cerca, seguita da tutti gli altri, la superficie. E riprende finalmente fiato, proprio come il mondo del teatro dopo diciotto lunghi mesi di simbolica apnea, come qui rappresentata. 

Il video è stato presentato nel ridotto del Teatro alla Scala di Milano dal Ministro della Cultura, Dario Franceschini, insieme al Presidente dell’Agis, Carlo Fontana, e al Sovrintendente Dominique Meyer. La clip è disponibile nella versione integrale di 4’05” e in quella breve di 29”.
Il video, prodotto da D-Wok, è visibile in questa pagina sia nel formato integrale che in quello ridotto. Nel solo formato ridotto verrà diffuso sui canali RAI e le restanti piattaforme televisive nel contesto della comunicazione istituzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Roma, 18 novembre 2021 Ufficio Stampa MiC © 2021 MiC

Campagna ideata e interamente realizzata da: Ufficio stampa e comunicazione MiC

fonte: https://cultura.gov.it

Musica: Recensione "Adele - 30"

Non sembrerà eccessivo definire "30", il nuovo lavoro di Adele, come uno dei dischi più attesi dell'anno. Di Fabio Ferrara

La cantante inglese è ormai una delle più grandi dive in circolazione: nessun artista ha venduto quanto lei negli ultimi anni, godendo al tempo stesso di un consenso trasversale di critica e pubblico. In più, sono passati ben sei anni dal precedente acclamatissimo album, "25", che aveva fatto incetta di premi in tutto il mondo. Voto 7.5

La pubblicazione di "30" è stata preparata con un'imponente strategia di marketing: cartelloni che ne preannunciavano l'arrivo sono stati posizionati nei monumenti più iconici del mondo anche prima dell'uscita del singolo "Easy On Me". Come prevedibile, la canzone - una ballad lenta con sottofondo di pianoforte e un sound avvolgente - si è posizionata in brevissimo tempo ai primi posti nelle classifiche di diversi paesi. 

Un brano in continuità con lo stile dei suoi precedenti lavori, in particolare con "25" e con il fortunato singolo "Hello", col quale del resto condivide il coautore: il sapiente produttore americano Greg Kurstin. Adele invoca comprensione per le sue scelte, con un testo ispirato dall'evento più doloroso che le è occorso ultimamente: la fine del suo matrimonio con Simon Konecki con cui aveva da poco avuto un figlio.

Non è certo l'unico riferimento autobiografico di "30", già definito come il suo album più personale. In "My Little Love", ad esempio, Adele si rivolge direttamente al figlio chiedendogli di perdonarla per averlo fatto soffrire, recuperando anche registrazioni di dialoghi tra di loro e momenti in cui cede alle lacrime, fragilissima con tutte le sue ansie. È molto particolare l'accostamento di questo materiale dal forte impatto emozionale con una musica soffusa in stile r'n'b, che paradossalmente coinvolge l'ascoltatore forse ancor più di quanto sarebbe accaduto se Adele avesse fatto ricorso solo alle sue incredibili capacità vocali.
È evidente come la collaborazione che la cantante inglese ha intrapreso con il produttore americano Kurstin sia ormai ben consolidata. I due brani sopracitati presentano una struttura classica (seppur con alcuni innesti originali, come le voci dei dialoghi su "My Little Love"); i due successivi sono invece più sperimentali ma ugualmente accattivanti. In "Cry Your Heart Out", la voce di Adele a tratti è distorta elettronicamente, mentre un coro femminile dipinge un'atmosfera vintage anni 60. Altra prova d'eclettismo è invece la giocosa "Oh My God", che innesta la voce di Adele in un sample r&b contemporaneo, con frequenti cambi di ritmo, battiti di mani, cori e un ritornello che difficilmente passerà inosservato al grande pubblico.

L'ultimo brano in cui si avvale del produttore di Los Angeles è "I Drink Wine", in cui la cantante inglese è accompagnata dallo stesso Kurstin al piano in una ballata stile Elton John. Una piccola gemma, inserita subito dopo "Can I Get It", episodio decisamente fuori contesto rispetto al resto dell'album, scelto probabilmente più per esigenze commerciali. La sua breve durata e il fischiettio molto catchy alla Flo Rida lasciano presupporre infatti che presto lo ritroveremo in heavy rotation in tutte le principali emittenti radiofoniche.
Nella prima parte di "30" c'è anche spazio per una collaborazione con Ludwig Göransson, nella traccia d'apertura "Strangers By Nature" in cui il compositore svedese inserisce una sezione d'archi degna di un film Disney, nonostante il testo si riveli ben più funereo ("I'll be taking flowers to the cemetery of my heart/ For all of my lovers in the present and in the dark").
La seconda sezione dell'album è aperta da "All Night Parking", l'unico pezzo in cui la cantante di Tottenham ospita, seppur idealmente, un altro artista leggendario, il pianista di Pittsburgh Erroll Louis Garner. Il brano in realtà è costruito attorno alla base musicale di "Finding Parking" di Joey Pecoraro, che a sua volta utilizza degli estratti della canzone "No More Shadows" di Garner; la base jazz e la voce vellutata ricordano a tratti le sonorità dell'indimenticata Amy Winehouse.

Quasi tutti i brani restanti, invece, sono stati scritti con Inflo, il frontman del collettivo inglese Sault. In "Woman Like Me" Adele, supportata dalla chitarra, si lascia andare a un'invettiva contro il suo ex; mentre in "Hold On" dopo l'iniziale crollo emotivo sembra abbandonarsi alla disperazione, finché - sostenuta da un coro che le chiede di resistere - lentamente si rialza e prende coraggio, fino all'apoteosi finale in cui la sua voce si staglia in mezzo alle altre, proclamandosi pronta a resistere. Simile per struttura, ma decisamente più classica è la successiva "To Be Loved", composta con il musicista canadese Tobias Jesso Jr. Così come nella precedente, dopo un inizio sommesso, pian piano la voce di Adele sale sino a raggiungere timbri da mezzosprano, coronando così l'ennesima prodezza vocale.
Chiude il sipario "Love Is A Game", pezzo più lungo per minutaggio e più complesso per partitura: inizia lento con la voce accompagnata da un organo e da una sezione di archi, poi si inserisce un coro soul e lentamente tutti questi elementi cominciano a dialogare, con il canto di Adele che si fa sempre più determinato declamando di volere ricominciare ad amare. È una canzone che potrebbe essere stata scritta in qualsiasi epoca, ma che allo stesso tempo avrebbe potuto scrivere solo lei.

Serve molta personalità per confezionare un album come "30". Forte della sua classe e dei suoi mezzi vocali superiori, Adele si è sempre circondata di validi professionisti che potessero assecondare al meglio il suo talento. Eppure si era ritrovata in una fase della vita e della carriera dove non era facile restare in equilibrio. Avrebbe potuto subire la pressione delle enormi aspettative da parte dei discografici, abituati ai suoi numeri di altri tempi in termini di dischi venduti. E avrebbe potuto risentire delle difficoltà personali, legate alla fine del suo matrimonio, vissuta come un totale fallimento, anche nei confronti del figlio. Non era scontato, quindi, che l'artista inglese riuscisse a mettere insieme questi dodici pezzi così intimi e personali nei quali, piuttosto che inseguire una facile scalata commerciale, tenta di ampliare e rinnovare la sua proposta musicale.


In "30", Adele dialoga con soluzioni sonore nuove, ma senza mai rinunciare alle sue radici soul e ai tratti che rendono la sua musica inconfondibile. Anche qui, infatti, è possibile ritrovare le sue struggenti ballad, la capacità di coinvolgere emotivamente gli ascoltatori con la sua voce possente e con la malinconia dei suoi testi. Però sovente si avventura anche al di fuori della sua comfort zone, indirizzando la sua arte verso nuove possibilità.

fonte: di Fabio Ferrara  www.ondarock.it

Libri: "Pensavo fosse amore, invece era il gin tonic" di Marco Ferrero

Ho un problema con l'amore, io.  Ci credo troppo.

Come si trasporta un materasso matrimoniale giù per quattro rampe di scale, alle tre di notte, con il cuore letteralmente a pezzi? È questo che si chiede Lorenzo subito dopo aver sorpreso il suo ragazzo nel bel mezzo di un appassionato e rumoroso amplesso. Con una donna. È un tradimento a dir poco inaccettabile e a Lorenzo non resta altra scelta che cacciare il fedifrago di casa e disfarsi di tutto ciò che potrebbe ricordarglielo. 

Compreso il materasso su cui si è consumato l'osceno atto. Per lui è arrivato il momento di voltare pagina: basta con le relazioni tossiche, basta con le storie impossibili, basta con gli uomini sbagliati e palesemente etero. Lorenzo ha collezionato troppe delusioni e ora vuole l'amore vero, quello con la A maiuscola. 

Con l'aiuto di Tinder, della sua Migliore Amica Famosa e dei suoi due eccentricissimi psicologi, si mette quindi alla ricerca del Principe Azzurro. E scopre così che incontrare l'uomo giusto è un po' come trovare un taxi a Milano in una giornata di pioggia: difficile, ma non impossibile.

MARCO FERRERO è nato a Biella nel 1990. Si è poi trasferito a Milano per inseguire il suo sogno di diventare videomaker. Oggi, Marco è un popolarissimo influencer con oltre 600.000 follower che lo seguono con grande affetto sui suoi canali social. Pensavo fosse amore, invece era il gin tonic è il suo atteso romanzo d'esordio

fonte:  www.amazon.it

mercoledì 15 dicembre 2021

Teatro: Roberto Bolle, 'La danza è vittima di scempio, bisogna cambiare'.

 
Roberto Bolle ascoltato alla Camera per l'indagine sulle fondazioni liriche
ANSA RIPRODUZIONE RISERVATA
 L'etoile alla Camera: 'Il mio è un grido di dolore'. Franceschini: 'Ha ragione, basta tagli'

 Basta con lo scempio della danza", basta con i tagli dettati dall'ignoranza, con le risorse negate, i danzatori costretti a lasciare un Paese senza più sbocchi.

 Basta con un'Italia che "calpesta e dimentica il suo grande passato", con le eccellenze maltrattate.

 Arriva dalla sala del Mappamondo di Montecitorio il grido di dolore di Roberto Bolle per il balletto che muore tra l'indifferenza e l'ignoranza di politici e organizzatori. Un j'accuse durissimo che sembra impietrire i deputati della commissione cultura, tutti lì ad ascoltarlo nell'ultima tappa di un'indagine sui teatri lirici italiani. E che alla fine applaudono, sono tutti con lui, abbracciano l'invito a rilanciare un settore troppo a lungo mortificato e reietto, "la Cenerentola delle arti", va giù duro il danzatore, "con Opera lirica e musica sinfonica nel ruolo delle sorelle privilegiate, cui sono riservate le attenzioni e le cure delle Fondazioni". 

Eleganza minimal e tono sempre pacato a dispetto degli occhi che ne tradiscono la passione, Bolle che per entrare nel tempio della politica ha lasciato le prove di "Danza con me", lo show in onda da 5 anni su Rai 1 il primo dell'anno, disegna una realtà di abbandono che fa paura. 

Una situazione "sempre più difficile e arida - dice - fatta di compagnie teatrali sempre più scarne, di corpi di ballo che vengono chiusi, di assoluta mancanza di protezione per la categoria artistica, di ballerini che devono lasciare il proprio Paese per vivere della loro passione e cercare di realizzare i propri sogni". Delle 14 Fondazioni liriche italiane, solo 4 hanno mantenuto un loro balletto, "un depauperamento di cui ci si può solo vergognare", ripete citando quelli che resistono, l'eccellenza de La Scala, certo, e poi l'Opera di Roma, che tra cause e ricorsi ha mantenuto 60 ballerini. 

Due situazioni particolari, alle quali si aggiungono i casi molto meno felici del San Carlo di Napoli e del Massimo di Palermo definiti "in fin di vita", 15 ballerini il primo, 10 di cui 5 in part time il secondo. Una situazione, quella italiana, frutto di tagli sanguinosi, e non sempre dovuta ad una reale mancanza di soldi. Non è l'insostenibilità ma l'ignoranza, sostiene Bolle, il vero nemico del balletto in Italia, "scarsa conoscenza del settore e mancanza di visione di chi ne era responsabile sia a livello governativo che di gestione dei teatri". 

Dito puntato sulla politica, quindi, ma anche sui sovrintendenti, che troppo spesso ne capiscono di musica e non di danza. Il paradosso è un Paese che invece vede fiorire le scuole: in Italia ce ne sono 1.700, conta Bolle, per un totale di 1 milione e 400 ragazzini che vorrebbero danzare, molti di più persino di quelli iscritti alle scuole di calcio, che non superano il milione. 

Senza contare il successo dei talent e i grandi ascolti degli show in tv : "anch'io nel mio piccolo cerco di fare il possibile", minimizza la star, "ma l'interesse per la danza non manca in Italia, il problema semmai è che non c'è il lavoro, le compagnie hanno pochissimi posti, chi si ostina a seguire la sua passione è costretto a partire". 

Cita il caso "vergognoso" dell'Arena di Verona, che nel 2017 ha licenziato tutto il suo corpo di ballo, salvo poi richiamarlo da precario in produzioni tutte esternalizzate. Poi il Maggio a Firenze, che pure ha investito su un nuovo grande teatro, ma non ha più il balletto. Tant'è, è proprio da questi due teatri dove "le ferite sono più recenti" che si dovrebbe ripartire, incalza l'étoile dei due mondi - come l'hanno più volte chiamato - dalla restituzione di un corpo di ballo all'Arena di Verona e al Maggio

Non finisce qui, le richieste sono tante, si va da criteri più equi per la ripartizione delle risorse del Fus ad un Fondo apposito per la salvaguardia dei danzatori, incentivi ai teatri che investono sulla danza e tagli a quelli che invece esternalizzano. Un investimento dovuto, si appassiona Bolle, perché la danza è patrimonio culturale, eccellenza, identità, ma ha anche un'importanza economica e sociale, un grande impatto sui ragazzi. "E' davvero il momento", sorride il maestro ai politici, che poi lo sommergono di applausi e domande. "Bolle ha ragione", commenta in serata il ministro della cultura Franceschini. "In passato troppi tagli". E chissà che davvero stavolta, qualcosa si possa cambiare.

fonte: di Silvia Lambertucci www.ansa.it RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

venerdì 10 dicembre 2021

Lina Wertmüller, first woman nominated for Oscar in directing, has died

Frank Leonardo/The New York Post via Getty Images
Lina Wertmüller's most famous film, Seven Beauties, is about a dissolute Italian Army deserter captured by the Germans during World War II. She's shown above in September 1984.

> Heard on Morning Edition

Italian filmmaker Lina Wertmüller was the first woman ever nominated for an  Oscar in directing. The films she made were extravagant and eye-popping, and she used to say she wasn't surprised to be the first woman nominated for an Oscar in directing — she was only surprised that she didn't win.

 Wertmüller has died at the age of 93, according to a Dec. 9 statement from Italy's minister of culture.

Professor Marguerite Waller, who herself passed away in 2020, told NPR before her death that she loved springing Wertmüller's movies on her students. Students, she said, often expect subtitled European films to be dry and boring, but Wertmüller converted even hardcore haters.

"The films are so much fun, and they're so raucous, and there's so much going on, and they're chaotic, you don't have time to be intimidated," Waller said.

That view was apparently shared by the Academy voters who nominated Wertmüller's movie, Seven Beauties, for four Oscars, including best director in 1976. Set during World War II, the film is about a man from Naples who aspires to be a gangster and a gigolo — but abuses his sister for dancing in a nightclub run by a pimp.

 Over the course of Seven Beauties, our "hero" will commit rape and murder, and be imprisoned in both a mental institution and a concentration camp. He survives there by servicing its sadistic, grotesque female commandant. Hard as it might be to believe, Seven Beauties is a comedy. It's also strange and sad. Hollywood, uncharacteristically, loved it.

"When I begin to write a story, it's the story that carries me, not me that carries the story."
Lina Wertmüller


In Wertmüller's notorious 1974 film, Swept Away, a wealthy socialite gets shipwrecked on an island with a handsome communist deckhand. They hate each other's guts and the screaming is fortissimo. He slaps her around; she falls in love with him anyway. After they're rescued, the unforgiving class system maroons them again, this time on separate economic islands. In an NPR interview in 1992, Wertmüller was asked, why all the violent sexual behavior between men and women in her films?

 

The DVD Room  'Swept Away' — Twice

"In my story there is a sort of passionality," she explained. "Too much passion is a different point of view."

But the question, again, why?

"I can't explain because when I begin to write a story, it's the story that carries me, not me that carries the story," she said.

That answer didn't satisfy everyone. Waller, who taught women's studies as well as comparative literature, said many feminists excoriated Wertmüller as a pointless provocateur.

"I think a lot of feminists couldn't see beyond what looked like a man dominating a woman," she said.

But Waller saw heavy irony in the director's circus of control. "Nobody wins, and that's hard to do — that's surprisingly hard to do — with two characters," she says.

Wertmüller came from a family of Swiss nobility and grew up in Rome, the daughter of a wealthy lawyer. She rebelled by joining an avant-garde puppet theater and apprenticing herself with the masters of Italian neo-realism.

With her trademark white glasses, she was an unmissable icon on the festival circuit for decades. She kept making movies, though fewer and fewer were screened in the U.S. When asked why, the director, whose films sharply criticized capitalism, did not hesitate to explain.

"Money, money, money," she told NPR with a laugh. "It's always the same problem, I think."

The problems Wertmüller found most interesting — fascism, sex, anarchy, love — were for her an opportunity to leave an outrageous, audacious stamp on world cinema.

source: by    for https://www.npr.org/

domenica 5 dicembre 2021

Scala, a pochi giorni dal Macbeth, stato di agitazione in solidarietà al Corpo di ballo: "Ballerini e mimi arruolati all'esterno è aggravio di costi"

I lavoratori della Scala proclamano lo stato di agitazione in solidarietà al Corpo di ballo a pochi giorni dal Macbeth di Giuseppe Verdi che aprirà la stagione lirica del Piermarini il prossimo 7 dicembre. 

 

Motivo della protesta la decisione del teatro definita "inspiegabile"  di ricorrere a personale esterno circa 18-20 mimi/ballerini, per la "pantomima" del terzo atto del capolavoro verdiano, "escludendo il Corpo di Ballo con un notevole aggravio di costi per il teatro".

Si tratta dei mimi voluti dal regista dell'opera Davide Livermore che saranno tra i protagonisti della sua messa in scena in chiave contemporanea dell'opera. Sale la tensione anche tra i ballerini scaligeri e il direttore del ballo Manuel Legris. A poche settimane  dalla prima rappresentazione de La Bayadère con la storica coreografia di Rudolf Nureyev, che inaugurerà la stagione del balletto il prossimo 14 dicembre.

In un comunicato firmato dalle segreterie di Slc Cgil, Fiestel Cisl e Uilcom Uil e Fistal Cisal e dalle rappresentanze sindacali della Scala si legge che "In riferimento alle decisioni assunte dal Direttore del Corpo di Ballo di non riconoscere il ruolo di étoile e i conseguenti avanzamenti di ruolo nel classico e storico allestimento "La Bayadère", nonostante sia previsto dall'art 99 e dall'art 100 del contratto unico Teatro alla Scala, prendono atto anche della non disponibilità del direttore ad un confronto con i delegati e con il Corpo di Ballo".

Ecco perché i lavoratori riuniti in assemblea hanno deciso di aprire lo stato di agitazione. E di fare proprie le determinazioni dei lavoratori e dei delegati del Corpo di Ballo "con riserva di assumere tutte le iniziative che si rendessero necessarie".

Non è la prima volta che le danze del terzo atto di Macbeth sono protagoniste di una polemica. In occasione dell'apertura della stagione d'opera e balletto 1975/76  con il capolavoro di Verdi, diretto allora da Claudio Abbado il balletto del terzo atto fu cancellato, non per questioni sindacali, ma per volontà di Giorgio Strehler che firmava la regia dello spettacolo.   

fonte:

Pisa: A Palazzo Blu, la mostra "Keith Haring" fino al 17 Aprile 2022

“L’arte è vita. La vita è arte. L’importanza di entrambi è esagerata e fraintesa”
Keith Haring, Diari

La Nakamura Keith Haring Collection, in collaborazione con la Fondazione Pisa e Palazzo Blu, è orgogliosa di presentare il progetto di mostra intitolato Keith Haring.


Curata da Kaoru Yanase, Chief Curator della Nakamura Keith Haring Collection in Giappone, questa mostra si concentrerà sull’arte e la vita di Haring attraverso una ricca selezione di opere, con un focus sul suo dipinto murale pisano del 1989 “Tuttomondo”.
La Nakamura Keith Haring Collection è la collezione personale del Dr. Kazuo Nakamura, oggi esposta nel museo dedicato all’artista che si trova Giappone. Essa raccoglie opere che vanno dai primi giorni fino agli ultimi lavori di Haring, tra cui molte serie complete di stampe come Apocalypse (1988), Blueprint Drawings, (1990) e diversi altri disegni, sculture e grandi opere su tela come Untitled (1985).

Ampiamente riconosciuto per le sue opere d’arte dai colori vivaci e giubilanti, l’arte di Haring presenta anche messaggi forti sulla nostra società. In questa mostra il pubblico sarà invitato a scoprire un altro lato della sua creatività, il messaggio visivo dei caotici anni ’80 il quale, trasmesso attraverso la sua arte, continua a risuonare con noi oggi, 31 anni dopo la sua morte.

Keith Haring ha vissuto gli sconvolgimenti della New York degli anni ’80.
L’economia americana era in cattive condizioni, soprattutto a New York, dove molti problemi sociali come la violenza, la droga, la discriminazione e la povertà affliggevano la città. Senza Internet, telefoni cellulari o social media, Haring ha cercato di comunicare con un pubblico il più ampio possibile. Per rendere l’arte disponibile a tutti, ha rotto la tradizione dell’arte e ha riversato tutto se stesso nel suo lavoro.
Tragicamente questo è durato solo poco tempo poiché è morto per complicazioni legate all’AIDS all’età di soli 31 anni. Tuttavia le sue opere e il suo messaggio rimangono ancora rilevanti, specialmente nel mondo di oggi con i problemi globali che affrontiamo: la pandemia di COVID-19, il cambiamento climatico e disuguaglianze crescenti, solo per citarne alcune.

L’esposizione ha il patrocinio del Ministero della Cultura, della Regione Toscana e del Comune di PisaTutte le INFO >> QUI

La mostra presenta per la prima volta in Europa una ricca selezione di opere, oltre 170, provenienti dalla Nakamura Keith Haring Collection, la collezione personale di Kazuo Nakamura, che si trova nel museo dedicato all’artista, in Giappone. Fanno parte della collezione, e sono in mostra a Pisa, opere che vanno dai primi lavori di Haring fino agli ultimi, molte serie complete quali Apocalypse (1988), Flowers, (1990) e svariati altri disegni, sculture nonché grandi opere su tela come Untitled (1985). Ampiamente riconosciuto per le sue opere d’arte dai colori vivaci e giubilanti, i lavori di Haring sono familiari e noti anche a chi non conosce la sua breve parabola artistica perché i suoi omini stilizzati e in movimento, i suoi cuori, i suoi cani e i suoi segni in generale fanno parte del bagaglio di immagini pubbliche e non solo, in tutto il mondo, e sono proprio queste ad averlo reso un simbolo della cultura e dell’arte pop degli anni Ottanta.

L’esposizione ripercorre l’intera carriera artistica di Haring e l’ampia gamma di tecniche espressive da lui indagate – pittura, disegno, scultura, video, murales, arte pubblica e commerciale – iniziando dai disegni in metropolitana, Subway Drawings, 1981-1983 (gesso bianco/carta/pannelli di legno) che restano tra i suoi lavori più noti e acclamati, fino al portfolio delle diciassette serigrafie dal titolo The Bluprint Drawings, la sua ultima serie su carta che riproduce le prime e più pure narrazioni visive nate nel 1981, pubblicata nel 1990, un mese prima della sua morte.  

Il percorso di mostra, allestito nelle sale di Palazzo Blu dagli architetti di Panstudio, si divide in nove sezioni: dal PRINCIPIO, prima sezione, in cui si raccontano gli inizi e la vita nella città di New York, dove Haring si trasferisce nel 1978 per studiare alla School of Visual Arts. In quel periodo fa coming out. Inizia con semplici segni grafici a disegnare bambini, animali, cuori, televisori, angeli, piramidi e omini, con il gesso bianco, sopra i pannelli pubblicitari inutilizzati delle stazioni metropolitane di New York. Le foto dei suoi lavori iniziano a circolare e il suo stile diventa subito molto riconoscibile perché crea un linguaggio che si legge a colpo d’occhio, il “codice Haring”. E la sua fama presso il pubblico cresce rapidamente. 

La sezione OLTRE I LIMITI, ci porta dentro i colori fluorescenti che brillano sotto la luce nera dell’artista, attraverso una serie di cinque serigrafie, Untitled (Fertility Suite), pubblicata dalla Tony Shafrazi Gallery nel 1983, in cui Haring da spazio alle sue icone, simboli di vitalità e fertilità, sempre in movimento, forse agitate. 

Subito dopo LE STORIE, in cui è esposta l’opera The Story of Red + Blue, 1989, una serie di litografie realizzata espressamente per i bambini divenuta così nota da essere usata per diversi concorsi di storytelling e inserita nei programmi educativi in molte scuole americane. 

HARING A PISA, racconta l’avventura pisana di Keith Haring, l’amicizia dopo l’incontro fortuito con Piergiorgio Castellani, e il lavoro corale per la realizzazione del murale “Tuttomondo” su una parete del Convento di Sant’Antonio: la Chiesa che mise a disposizione la superficie da dipingere, il Comune e la Provincia che coordinarono il progetto, gli studenti dell’università che aiutarono l’artista come assistenti.

Si passa poi alla MUSICA; ovunque Haring lavori, sulla strada o nel suo atelier, c’è sempre. Le sue opere incarnano il suono delle strade di New York e dei locali più cool. Collabora alla creazione di un gran numero di cover, una delle più note è per un album di David Bowie del 1983 che raffigura due omini stretti in un radioso abbraccio. Insieme alla musica la sezione MESSAGGIO: l’obiettivo di Haring è raggiungere il maggior numero di persone possibile e i poster sono uno strumento in grado di stabilire una connessione immediata col pubblico. Il Poster for Nuclear Disarmament, del 1982, è senza parole, ma invoca visivamente la fine dell’energia nucleare. Da allora Haring realizza oltre cento poster per pubblicizzare le proprie esposizioni, concerti, prodotti o per sensibilizzare le persone ai temi che ha particolarmente a cuore: la prevenzione dell’AIDS, i diritti dei gay, l’apartheid, il razzismo, l’uso delle droghe, la guerra, la violenza e la salvaguardia ambientale. 

In SIMBOLI E ICONE, troviamo Radiant Baby, Dog, Angel, Winged Man, Three-Eyed Face, la serie pubblicata nel 1990, che include i personaggi più iconici della sua intera opera. Come si legge nei diari, The Radiant Baby simboleggia l’innocenza, la purezza, la bontà e il potenziale di ognuno.

DISTOPIA RIVELATA è una sezione dedicata a una fase di maturazione e consapevolezza di Haring. Come si nota in Apocalipse, 1988, la materia della sua arte si fa più profonda e complessa. Come omosessuale che convive con l’AIDS, la politica e la paura diventano i temi dominanti dei suoi lavori. In collaborazione con lo scrittore beat William Burroughs lavora a questa serie, offrendo un assaggio del suo inferno personale: ogni immagine realizzata con la tecnica del collage, riprende la poesia, e utilizza pubblicità, referenze di storia dell’arte e teologia cattolica per amplificare le scene di caos. 

ENERGIA PRIMORDIALE: piramidi affollate di omini, animali, soli, maschere, il body painting e i totem. L’opera di Keith Haring diventa uno spazio fra arte vernacolare e arte accademica, fra creazione e appropriazione. I suoi lavori celano poteri misteriosi di provenienza non occidentale, ispirati all’arte azteca, eskimo, africana e afroamericana, nonché a simboli antichi e mitologici. 

LA FINE DELL’INIZIO, chiude la mostra con le immagini che meglio raffigurano il linguaggio iconico di Haring: piramidi, dischi volanti, cani, serpenti e bambini che si mescolano a figure erranti ed extraterrestri. Nel 1990, poco prima di morire, Haring pubblica la sua ultima edizione su carta, The Blueprint Drawings. «Questi 17 disegni sono nati in poche settimane fra dicembre 1980 e gennaio 1981. Gli originali li ho realizzati su pergamena con inchiostro Sumi perché avevo intenzione di riprodurre tutti i disegni in cianografia. Li portavo regolarmente al cianografo locale, dove mi divertivo a cercare di spiegarne il contenuto agli addetti ai macchinari. Nel giro di qualche settimana, in negozio, tutti avevano grande familiarità con i miei disegni. (…) Quelle stampe sono una perfetta capsula del tempo dei miei inizi a New York City», Keith Haring New York City 4 gennaio 1990. 

Keith Haring ha vissuto gli sconvolgimenti della New York degli anni ’80 quando l’economia americana era in crisi e la città era preda di violenza, droga, discriminazione e povertà.

Haring si è sempre impegnato attraverso le sue opere a sensibilizzare il pubblico su temi quali l’energia nucleare, gli aspetti negativi dell’era tecnologica, la salvaguardia dell’ambiente, il razzismo dilagante, l’uso delle droghe e la prevenzione contro l’AIDS. Sin dall’inizio della sua carriera Haring trova il modo di fondere ciò che è inequivocabilmente riconosciuto come arte con la vita di tutti i giorni. 

E con il soggetto del bambino, individua il mezzo più efficace per assicurarsi l’immortalità. Nessuno sa quanti bambini abbia disegnato. Due giorni prima di morire, troppo debole anche per parlare, prende un pennarello e tenta ripetutamente di disegnare qualcosa, poi finalmente ci riesce: è il bambino radiante. Un neonato che sprigiona raggi di potere ricevuto dall’universo; che possiede un’energia infinita; che gattona incessantemente, senza fermarsi mai, verso ogni dove, sfidando ogni pericolo. E dopo la morte di Keith, nel corso degli anni Novanta fino al caos dei giorni nostri, questa immagine iconica continua a trasmettere il suo messaggio di gioia. Il bambino radiante rappresenta Keith Haring stesso.

fonte:  https://palazzoblu.it

3 idee di viaggio LGBTQ+ friendly per il tuo ponte dell’Immacolata 2021

Il ponte dell’Immacolata si avvicina e non sai ancora cosa fare? Oggi ti proponiamo 3 idee di viaggio LGBTQ+ friendly per trascorrere qualche giorno lontani dalla solita routine giornaliera.

Matera  

Matera è sicuramente una delle città più affascinanti e caratteristiche d’Italia. Città della Cultura nel 2019, Matera è famosa per il suo Centro dei Sassi (patrimonio mondiale UNESCO).

Il periodo natalizio è l’ideale per lasciarvi stupire dalla sua atmosfera magica, quando scende il buio, la città si illumina e i suoi negozietti vi offriranno prodotti d’artigianato locale, squisite specialità gastronomiche e bellissimi souvenir. Un viaggio ideale per acquistare i vostri regali di Natale e lasciare a bocca aperta chi li riceverà. Qui potrete soggiornare in un autentico sasso, scoprire i locali gay friendly della città (Area 8, Wine&Coffee 9.1, Charlie’s…) e provare il ristorante BurBaCa situato nel centro di Matera.  Per maggiori info: https://bit.ly/319A3Y6

Venezia

Trascorrere il ponte dell’Immacolata a Venezia è un classico che non stanca mai. La sua bellezza fa sempre emozionare. Culla di arte, storia e cultura è sicuramente l’ideale per un soggiorno romantico. Soggiornare al Boutique Hotel Ca Maria Adele nel sestiere di Dorsuso renderà il tutto ancora più speciale. Affacciato sul Canale della Salute, fonde levante e ponente, barocco e minimalismo, in un pentagramma dal motivo inaspettatamente armonico. A Venezia vi consigliamo di organizzare un tour guidato per scoprire la sua lunga storia LGBTQ+. Per maggiori info: https://bit.ly/32M92e8

Berlino 

Se non siete mai stati a Berlino e amate il Natale, potreste approfittare dell’atmosfera natalizia che contraddistingue la città durante il mese di dicembre per visitarla. Completamente rasa al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale, la città di Berlino è una metropoli recente ma con una difficile storia alle spalle. Qui potrete vedere i resti del muro che per anni ha diviso la città, il monumento dell’olocausto costruito per commemorare le vittime del periodo nazista e l’Isola dei Musei. Situata nel centro storico di Berlino, quest’ultima è patrimonio mondiale dell’UNESCO e racchiude cinque musei di fama internazionale e la James-Simon-Galerie.

Non potrà mancare una visita al quartiere Schoneberg, il primo quartiere LGBTQ+ al mondo, tutt’oggi punto di incontro della comunità gay locale.

Se invece siete alla ricerca di divertimento, non preoccupatevi, la città di Berlino è anche famosa per i suoi locali (SchwuZ, Connection, ISO 36, Cafè Fatal…) e per i divertentissimi party. Per maggiori info: https://bit.ly/3rmWZhp

fonte: by Redazione    https://quiikymagazine.com

Milano: “TVBOY. La mostra” al Mudec – Museo delle Culture. Fino al 9 gennaio 2022

2 Mudec – Museo delle Culture
via Tortona 56, Milano, dicembre 2021 – 9 gennaio 2022
> Ingresso gratuito

Il suo nome d’arte è TVBOY.
Lo street artist Salvatore Benintende è a livello internazionale uno degli esponenti principali del movimento Street Art di matrice Neo Pop.

Le sue opere sono esposte in diversi Paesi, dalla strada alle mostre museali. Ora Mudec Photo lo ospita per la prima volta a Milano in una personale dell’artista che svela al visitatore l’occhio ironico e satirico ma sempre attento alla riflessione con cui TVBOY reinterpreta i vari trend seguiti dalla società moderna attraverso la sua street art.

TVBOY. La mostra” racconta – attraverso più di 70 tele – il percorso di questo giovane e prolifico artista, soffermandosi sulle sue principali tematiche: l’amore, il potere, gli eroi, l’arte. La mostra, prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e promossa dal Comune di Milano-Cultura, è a cura dell’esperto di street art e giornalista Nicolas Ballario ed è realizzata in collaborazione con Studio TVBOY.

La collaborazione tra il Mudec e l’artista è stata – come spesso accade in questi casi con artisti ‘disruptive’ nei confronti della società e delle istituzioni – assolutamente casuale.

In occasione della mostra del Mudec dedicata a Banksy nel 2018 “A Visual Protest. The Art of Banksy” (21 novembre 2018 – 14 aprile 2019), TVBOY realizzò nottetempo un primo murale di protesta sul muro di cinta del museo, in via Tortona 56.

Il murale rappresenta (è ancora oggi visibile) uno street artist incappucciato, ritratto di spalle, che gioca sull’ambiguità Official/Un-official, riferendosi alla mostra non ufficiale di Banksy che si svolgeva all’interno delle sale del museo. Dallo “scontro” è nato un dialogo interessante, che al contrario ha visto lavorare il Museo delle Culture e TVBOY insieme, per un progetto molto ambizioso all’interno del distretto Tortona.

Il Comune di Milano e il Mudec colsero l’occasione spontanea invitando TVBOY a replicare l’opera durante una performance pubblica in Museo realizzando una serie di opere successivamente vendute, il cui ricavato finanziò il progetto “Un muro che unisce”, in collaborazione con Municipio 6.

INFO:  infoline 02 54917 (lun-ven 9.00-18.00)

ORARI: 2.12.2021 – 9.01.2022
Lunedì 14.30 – 19.30
Martedì – mercoledì – venerdì – domenica 9.30 – 19.30
Giovedì – sabato 9.30 – 22.30
ULTIMO INGRESSO UN’ORA PRIMA

Ingresso gratuito

A partire dal 6 dicembre, l’accesso alle mostre e agli spazi espositivi è consentito solo tramite esibizione del Green Pass rafforzato.corredato da un valido documento di identità per accedere al museo.
Le disposizioni non verranno applicate ai bambini di età inferiore ai 12 anni e ai soggetti con certificazione medica specifica.
Rimangono in vigore le prescrizioni di sicurezza anti-Covid: all’ingresso è necessaria la misurazione della temperatura al Termo-scanner, rimane in vigore l’obbligo di indossare la mascherina, rimane in vigore l’obbligo del distanziamento interpersonale di almeno 1 mt 
 
fonte:  www.mudec.it