lunedì 26 ottobre 2020

ROMAISON 2020. Roma, una Maison straordinaria: archivi e produzioni dei laboratori di Costume

Apre al pubblico dal 23 ottobre ROMAISON 2020 - Roma, una Maison straordinaria: archivi e produzioni dei laboratori di Costume,  prima edizione del progetto fortemente voluto dalla Sindaca Virginia Raggi, per valorizzare e sistematizzare quel prezioso unicum creativo che caratterizza la città, come uno straordinario laboratorio progettuale diffuso.  ROMAISON, Exhibition view I Ph. Simon d'Exéa

"Roma capitale della creatività. ROMAISON 2020 racconta una città unica dove moda e cinema generano da sempre un sistema creativo apprezzato in tutto il mondo. Grandi registi e produzioni internazionali scelgono Roma per i loro capolavori. Anche in questo momento storico la nostra città rappresenta uno scenario perfetto per realizzare opere cinematografiche, un laboratorio dove poter fare ricerca continua e realizzare costumi. Il cinema  ispira la moda e la moda ispira il cinema in un continuum temporale unico. ROMAISON 2020, innovativo progetto curato con garbo e tenacia da Clara Tosi Pamphili, è un omaggio alla storia e alla capacità delle sartorie romane, eccellenze del made in Italy.
Questa mostra è un evento che esalta la produzione stilistica capitolina e le grandi firme che da sempre vestono le icone del cinema. Questa grande industria è un esempio di eccellenza e di economia circolare concreta: un patrimonio di cultura grazie al quale i costumi si riadattano, coniugando innovazione, sostenibilità e conservazione. Una cura di patrimoni, anche di terza generazione: è così che migliaia di abiti divengono oggetto di studio e ricerca per molte realtà, soprattutto per le “case” e le scuole internazionali di moda.
Un ringraziamento va alla straordinaria Tilda Swinton, artista poliedrica che ha scelto Roma per una performance unica: “Embodying Pasolini". Segno della centralità e della continua attenzione che cinema e moda hanno per Roma e l’Italia” afferma la Sindaca Virginia Raggi.
 
Allestita negli spazi del Museo dell’Ara Pacis e curata dalla storica e critica della moda Clara Tosi Pamphili, la mostra riunisce le più importanti sartorie di Costume romane: AnnamodeCostumi d’Arte - PeruzziSartoria FaraniLaboratorio PieroniTirelli Costumi, con la presenza di bozzetti dall’archivio personale di Gabriele Mayer - un fondo di riconosciuta importanza storica, che sarà donato alla Galleria Nazionale - e con una sezione dedicata a Mensura, storico produttore di manichini.
 
Il percorso si apre con una mappa che permette di visualizzare la presenza degli atelier sul territorio, disegnando un ipotetico museo d’impresa in itinere. Successivamente il visitatore si trova immerso nell’ambiente di un grande atelier, ricreato per l’occasione: qui la dimensione del lavoro, della tecnica, dell’artigianalità e dell’ispirazione - tipiche dell’ambito laboratoriale  -  dialoga con l’aspetto della ricerca e della conservazione, sviluppato dagli archivi delle singole maison.
Tavoli, strutture metalliche a muro, pedane, tracciano le direttrici per i continui rimandi tra la produzione e le straordinarie raccolte di pezzi storici originali delle collezioni delle sartorie: un corpus alimentato con cura e passione, in quasi un secolo di attività.
Veri e propri tesori compongono una raccolta di capi spesso inediti, arricchita dalle continue donazioni effettuate da privati, che contribuiscono a rendere vive e a rinnovare queste straordinarie collezioni. In un gioco di rimandi tra pezzi d'epoca e costumi, abiti eccezionali che vanno da Charles Frederick Worth, il sarto inglese a cui dobbiamo la nostra concezione di moda, fino a Paul Poiret; dalla romana Maria Monaci Gallenga di cui sono esposti anche i blocchi per la speciale tecnica di stampo a oro e argento su velluto, fino a Madame Gres e agli atelier di alta moda romani come Schubert e Zecca. E, ancora, i grandi dell'alta moda francese come Christian Dior e Balenciaga dialogano tra loro con i costumi straordinari de “Il Conformista” e “L'Ultimo Imperatore” di Bernardo Bertolucci, ma anche con la famosa “Cleopatra” interpretata da Elizabeth Taylor, con gli abiti di “Salò” di Pasolini, o con quelli di “Miss Marx”, presentato con successo all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, fino alle serie tv  di grido, come “Penny Dreadful”. 

I Costumi dei grandi nomi come PescucciCanoneroAtwoodSquarciapinoDonatiTosi, fino ai più giovani Catini Parrini e Torella, per citarne alcuni, sono messi a confronto diretto con i magici archivi di questi luoghi, per loro fonte di ispirazione.
 
Il rapporto tra Moda e Costume “meravigliosamente ambiguo, in una dimensione parallela di ispirazione reciproca soprattutto a Roma” - come scrive la curatrice nel testo che introduce alla mostra - è il filo sotteso a questo insieme eterogeneo di storie affascinanti, che si snodano per oltre un secolo, dalla nascita di Cinecittà nel 1937 alle prime produzioni internazionali girate negli studi romani, come il "Principe delle Volpi” del 1949, dalla stagione dorata del cinema italiano ad oggi.
Un corto circuito che irrompe nella rappresentazione di alcune icone cinematografiche, di bellezza e fascino atemporale: Florinda Bolkan che indossa un vero abito di Gallenga come costume nel film “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, Donyale Luna - la prima modella di colore che compare sulla copertina di Vogue nel 1966 - in “Satyricon”, Silvana Mangano, icasticamente glamour mentre indossa le sue parure Bulgari con ametiste, quarzi e diamanti in “Gruppo di Famiglia in un Interno”, Jane Fonda nel celebre “Barbarella”.
 
Con l’obiettivo di evidenziare una continuità tra il passato e il futuro di questo genius lociROMAISON dedica una sezione alle scuole e accademie di moda che, attraverso una didattica che unisce lo studio della tradizione alla sperimentazione, formano i nuovi talenti: con cadenza settimanale, a rotazione, saranno esposti i migliori progetti realizzati dagli studenti di: Accademia di Alta Moda Koefia, Accademia di Belle Arti di Roma, Accademia di Costume e Moda, IED Istituto Europeo di Design, NABA Nuova Accademia di Belle Arti.
 
In occasione dell’apertura della mostra, ROMAISON lancia il suo prossimo progetto, in programma per il 2021: “Embodying Pasolini” performance ideata e curata da Olivier Saillard, fashion curator ed ex direttore del Museo Galliera di Parigi, intorno ai costumi realizzati dalle sartorie romane per i film di Pasolini, con un’icona del cinema internazionale attuale, Tilda Swinton. L’attrice scozzese, Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia, sarà protagonista di un’azione che rifletterà sul potere evocativo dell’abito, che di volta in volta diventa alter ego, partner, opposto.
 
Grazie alla preziosa collaborazione con Fondazione Cinema per Roma, la mostra ROMAISON 2020 sbarca all’Auditorium Parco della Musica in occasione della Festa del Cinema di Roma, con un percorso fotografico promozionale creato ad hoc. Fino al 25 ottobre un’esclusiva selezione di immagini fotografiche provenienti dalle prestigiose sartorie di Costume romane sono esposte nella Galleria tra Foyer Petrassi e Teatro Studio.
A seguire, grazie al contributo tecnico di Rinascente, il percorso fotografico sarà esposto nel Cavedio Interno del Flagship Store di Via del Tritone. Anche le vetrine degli Store romani di Rinascente saranno un piccolo palcoscenico promozionale.
 
L’iniziativa è promossa da Roma Capitale. Organizzazione Zètema Progetto Cultura. Contributo tecnico di Rinascente. Si ringraziano Fondazione Cineteca di Bologna, Istituto Luce  Cinecittà Fondazione Cinema per Roma.

Dal 23 Ottobre 2020 al 29 Novembre 2020

Luogo: Museo dell’Ara Pacis - Indirizzo: Lungotevere in Augusta

Orari: tutti i giorni ore 9.30 - 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

Curatori: Clara Tosi Pamphili  - Enti promotori: Roma Capitale

Costo del biglietto: integrato Museo dell’Ara Pacis + Mostra: intero € 12, ridotto € 10 (residenti € 11 / € 9); gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Telefono per informazioni: +39 060608 - Sito ufficiale: http://www.romaison.it

fonte:  www.arte.it

martedì 13 ottobre 2020

Cinema: "Due" di Filippo Meneghetti, il film sull’amore lesbico nella terza età che lascia senza fiato. Il trailer in esclusiva

Il regista italiano Filippo Meneghetti mostra con rara maestria l’impossibile fuga d’amore di due tranquille signore di Montpellier. Sublimi le interpretazioni di Martine Chevallier e Barbara Sukowa in un sottilissimo e compunto thriller psicologico, pentagramma hitchockiano imbevuto di acuti introspettivi bergmaniani.

Cerchi per un po’ di afferrare un attacco ad effetto per la recensione al film Due di Filippo Meneghetti. Quando all’improvviso ti accorgi che basterebbe esporre in tutta la sua rigorosa dolcezza il titolo. Due, così secco, o Deux, come in originale. 

Una sorta di guscio protettivo per una forma d’amore profonda, totale, infinita. Madeleine “Mado” (Martine Chevallier), la partner più anziana e introversa, madre, nonna, vedova apparentemente infelice agli occhi dei figli adulti. Nina (Barbara Sukowa), l’altra donna della coppia, più giovane e istintiva, dirimpettaia sullo stesso pianerottolo di Mado da decenni. 

Le due donne si amano da un tempo che sembra eterno, segretamente, in silenzio, di nascosto da parenti e conoscenti, tra lunghe notti d’amore e giornate fatte di chiacchiere da divano e letture sulla panchina di un lungo viale alberato di fianco a un fiume. 

IL TRAILER >> QUI

Fino a quando è giunto il momento per Mado di vendere casa, ricavarne un po’ di quattrini e trasferirsi a Roma, il sogno di una vita. Nina solitaria, fumatrice, intraprendente, preme. Vuole che finalmente tutto si riveli. Che Mado confessi anche in famiglia di essere lesbica e di vivere una relazione con lei. Ma un imprevisto nella salute di Madeleine rimette in gioco ogni prospettiva, anche solo quella del semplice amore quotidiano fatto di carezze e clamorose incazzature. Proviamo a dire poco, a girare attorno al colpo di scena che avviene dopo una mezzoretta di film. Perché da lì in avanti Mado si “ammutolisce” e Nina è costretta a vivere nuovamente separata dall’amata, questa volta accudita e curata in modo soffocante da una badante e dalla figlia.

Il punto di osservazione di Nina diventa l’occhiolino della porta da cui sbirciare le azioni compiute a casa dell’amata. Due diviso due del resto, e banalmente, fa uno. E quello che prima stava naturalmente insieme, ora l’ignoranza e la ritrosia conformista tendono a separarlo. Meneghetti giostra il distanziamento a pochi metri tra le protagoniste come fosse un sottilissimo e compunto thriller psicologico, un pentagramma hitchockiano imbevuto di acuti introspettivi bergmaniani. Due si fa così gioco di spazi sempre più angusti dove sopravvivere con le proprie emozioni e sentimenti. Come in quei film d’avventura dove la roccia sotto i piedi si assottiglia ad ogni secondo costringendo i coraggiosi avventurieri ad avvicinarsi fisicamente tra loro. Mado e Nina devono ripercorrere la strada da capo, riavviare e ricongiungere nuovamente corpi e anime, quando la vita pareva già aver concesso loro la quiete.

Così sulle note, anche immaginate, di Charlot – Sul mio carro cantato da Petula Clark, la relazione vitale tra le due donne si trasforma in qualcosa di universalmente assoluto come nemmeno in un melò anni cinquanta. Chevallier e Sukowa sono semplicemente superbe. Lea Drucker (la figlia di Mado) che ha scoperto da attrice la fama sui quarant’anni, cerca di stare loro dietro, ma si comprende che mentre queste due regine si mangiano la scena rimangono solo briciole per chiunque. Meneghetti è comunque capace di costruire un percorso visivo oltre il racconto, oltre l’intuizione narrativa della storia (sceneggiatura sua assieme a Malysone Boworasmy e Florence Vignon), esplorando, svuotando e ricostruendo continuamente questo spazio casa/appartamento di Mado – i crediti dicono 28 avenue Boisson Bertrand a Montpellier – come fosse un palco teatrale continuamente rimodulato senza cambio scena. In sala dal 5 novembre con Teodora. Guai a perderlo.

fonte: di     www.ilfattoquotidiano.it

Firenze: Parte stasera la XVII Edizione del Florence Queer Festival 2020 #SUPERA LE DISTANZE, dal 13 al 18 ottobre

Dal 13 al 18 ottobre 2020, torna a Firenze il Florence Queer Festival, con la sua ricca programmazione culturale, tra cinema internazionale a tematica LGBTQ, mostre, incontri ed eventi. 

Per questa XVIII edizione il festival, diretto da Bruno Casini e Roberta Vannucci, si presenta in una veste inedita, con un format che affianca alle consuete proiezioni in sala al Cinema La Compagnia di Firenze quelle online, nella sala virtuale Più Compagnia www.cinemalacompagnia.it

 

Il programma virtuale si estende inoltre alle presentazioni di libri e ai dibattiti, con la sezione Queer focus online. Con la scelta di rendere i contenuti di questa edizione accessibili anche sul web, il festival si propone di superare le distanze e creare un’importante occasione di partecipazione, lanciando l'hastag #superaledistanze.

Tra gli eventi collaterali del Festival ci saranno due mostre: SuperWomen, di Lediesis, in collaborazione con MUS.E Firenze e il Festival dei Diritti del Comune di Firenze e Supera le distanze, realizzata in collaborazione con IED – Istituto Europeo di Design di Firenze. Quest'ultima sarà visibile per tutta la durata del Festival nel foyer del Cinema La Compagnia e vedrà in esposizione i progetti degli studenti IED che hanno partecipato al contest per realizzare l’immagine 2020 del Festival (i dettagli nei comunicati dedicati alle mostre). Non mancheranno inoltre i dj set e il Dragqueen show al Twist Bistrot del Cinema La Compagnia e l’appuntamento con le stelle, a novembre, con il nuovo libro di Simon & the Stars.

Quest’anno il programma del festival include 17 film, di cui 11 in concorso, la sezione LGBTQ Senior Life con titoli che affrontano il tema dell’omosessualità nella terza età, il concorso per cortometraggi Videoqueer che mette in palio 1.000 euro per il vincitore. Da non perdere tre documentari fuori concorso: The Ballad of Genesis and Lady Jaye di Marie Loisier, che ritrae il performer, musicista e pioniere del gender-fluid Genesis P-Orridge (13 ottobre, ore 18.15, presenta il film Vittore Baroni, critico musicale), The Capote Tapes, di Ebs Burnough sull’ascesa e caduta dell’iconico scrittore gay Truman Capote (anteprima italiana, 18 ottobre ore 16.00) e Baci rubati, di Fabrizio Laurenti e Gabriella Romano, che attraverso lettere, diari e resoconti personali, racconta le esperienze degli italiani LGBTQ durante il fascismo (18 ottobre, ore 18.15 e online, alla presenza dei registi).

Serata di inaugurazione

Ad aprire il festival, martedì 13 ottobre alle 21.00 (anche online), sarà il film Il caso Braibanti, di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese, che saranno presenti in sala insieme all’autore della colonna sonora, Pivio. Ricco di inediti assoluti, il documentario di Giardina e Palmese è dedicato alla figura di Aldo Braibanti, partigiano, poeta, drammaturgo, (“genio straordinario” secondo Carmelo Bene), ricordato soprattutto per il processo a cui fu sottoposto con l’accusa di aver plagiato il suo amante ventunenne. Il processo a Braibanti può essere definito come “un processo a Oscar Wilde con un secolo di ritardo”. Durante la serata il film riceverà il premio speciale del Florence Queer Festival, con la seguente motivazione:Per aver scelto di raccontare e dare visibilità a una storia da non dimenticare, nel ricordo del valore indelebile di un poliedrico intellettuale italiano”.

Concorso lungometraggi

Sono 11 i titoli in concorso per il miglior film Florence Queer Festival 2020, opere che esplorano le diverse sfaccettature della cultura LGBTQ. Storie di coraggio, amore e arte.

Her Name is Bo, di Marion Vagner & Christophe Deborsu, la testimonianza di Bo van Spilbeeck, noto reporter televisivo belga con moglie e figli, che si è dichiarato transessuale all’età di 58 anni e ha deciso di filmare l'intero processo (15 ottobre, ore 16.30, prima italiana).

Presentato alla Berlinale 2020, Suk Suk, di Ray Yeung è la storia d’amore tra due anziani gay non dichiarati, ispirato al libro Oral Histories of Older Gay men in Hong Kong, del sociologo Travis Kong (14 ottobre ore 21.00, in sala e online).

Variações - Guardian Angel, di João Maia, un biopic dedicato a uno dei cantanti più importanti della storia della musica portoghese, António Variações (15 ottobre ore 18.15, prima italiana).

Ahead of the Curve, di Jen Rainin, la visibilità e la cultura lesbica, raccontate attraverso la nascita e la storia del celebre magazine Curve (15 ottobre ore 21 e online. Anteprima italiana). Im Stillen Laut, (A quiet distance), di Therese Koppe: Erika e Christine sono una coppia da più di 40 anni e oggi, all'età di 81 anni, ripercorrono un periodo turbolento della loro storia. Un film sull'amore e l'invecchiamento, l'autonomia e l'espressione artistica in spazi all'interno della DDR (17 ottobre ore 18.15. Anteprima italiana, alla presenza della regista).

Welcome to Chechnya, di David France, un documentario potente e illuminante sulla storia di un gruppo di attivisti che rischiano la vita per combattere le persecuzioni anti-LGBTQ nella repressiva Cecenia (14 ottobre ore 18.15).

Ellie & Abbie (& Ellie’s Dead Aunt), di Monica Zanetti racconta la storia della giovane Ellie che, per conquistare la sua compagna di classe, sarà aiutata dal fantasma della zia Tara, un’attivista lesbica tragicamente morta negli anni '80 (16 ottobre, ore 21.00 e online).

Luciérnagas, di Bani Khoshnoudi: Ramin è un trentenne iraniano che, fuggito dalla Turchia su nave cargo a causa della persecuzione subita in quanto gay, si ritrova a Veracruz in Messico (16 ottobre, ore 18.15).

Margen de error, di Liliana Paolinelli: quando un'amica di sua figlia le confessa di essere innamorata di una donna anziana, Iris sospetta che si tratti di lei e ne è lusingata. Ma ben presto inizia ad avere qualche dubbio...(17 ottobre, ore 16.00).

Breaking Fast, di Mike Mosallam, sull’incontro tra un medico gay musulmano e un affascinante attore americano, in una commedia che oltrepassa le barriere culturali (16 ottobre ore 16). Vento Seco, è un omaggio alla cultura bear: la vita di Sandro prende una nuova direzione quando Maicon, un motociclista che sembra uscito da Tom of Finland, arriva nella sua piccola città brasiliana (17 ottobre ore 21.00 e online).

La giuria concorso lungometraggi è composta da Elisa Giobbi, operatrice culturale, Tzeli Hadjidimitriou, regista, fotografa e scrittrice, Monica Manganelli, regista, sceneggiatrice e designer, Gianpaolo Silvestri, giornalista ed ecopacifista, Jurgen Ureña, regista.

Fuori concorso

In programma anche il film fuori concorso L'altra altra metà del cielo. Donne, di Maria Laura Annibali, regia di Filippo Soldi. Presentato all’ultima Berlinale, il film intreccia interviste a donne molto diverse tra loro, che hanno in comune la scelta lesbica (14 ottobre ore 16.30, alla presenza della regista).

LGBTQ Senior Life

Tra i titoli in programma quest’anno il festival ne ha selezionati cinque che affrontano il tema dell’omosessualità durante l’invecchiamento. La scelta è dettata dall’importanza di proporre una riflessione su un tema delicato e molto attuale, ma anche nel tentativo di dare visibilità a una generazione che, invecchiando, incontra un rischio maggiore di emarginazione, solitudine e discriminazione. La sezione LGBTQ Senior Life include i film in concorso: Suk Suk di Ray Yeung, Im Stillen Laut (A quiet distance), di Therese Koppe, Her Name is Bo di Marion Vagner & Christophe, Margen de error, di Liliana Paolinelli, insieme al corto Fabiu, di Stefan Langthaler, storia di un ottantenne che scopre di provare sentimenti a lungo repressi per Fabiu, l’aiutante ungherese assunto per occuparsi della moglie malata (16 ottobre ore 21.00 e online).

I corti Videoqueer in concorso

Arrivano da diversi Paesi i cortometraggi per il concorso Videoqueer che mette in palio 1.000 euro per il vincitore. A scegliere il miglior corto, tra i 24 in concorso, sarà una giuria di studenti. Tutti i cortometraggi saranno visibili sulla piattaforma Più Compagnia dal 13 al 18 ottobre.

Serata di chiusura - 18 ottobre ore 21.00 

Premiazione dei vincitori. Dopo la premiazione la chiusura del Festival sarà affidata al film Advokatas - The Lawyer di Romas Zabarauskas (anteprima italiana, anche online). Marius è un avvocato gay che lavora come consulente di prestigiose aziende. La sua vita borghese va in crisi quando incontra  Ali,  rifugiato siriano che vive a Belgrado e che si guadagna da vivere facendo il sex worker. La presentazione in collaborazione con l’associazione Nosotras.

Queer focus online

Le presentazioni dei libri e gli incontri che arricchiscono il programma del Festival, per quest’anno si spostano online, sulla pagina Facebook del FQF: fb/FQF.Firenze. Si parte martedì 13 ottobre alle 16.30 con l’incontro Anni ‘80 a Firenze, la svolta dopo la rivolta, alla presenza di Betty Barsantini, Stefano Fabbri, Andrea Sbandati e Vincenzo Striano. Musica, teatro, moda, design, architettura, fotografia, nuovi media. Nascono nuove professioni e si sperimentano linguaggi destinati a fare storia. Gli anni ‘80 ebbero una loro capitale: Firenze. 40 anni dopo, di quella rivoluzione creativa, restano ancora testimonianze vive e vivaci, ma molto rischia di perdersi e di non riuscire quindi a rappresentare uno stimolo per la ripresa di una stagione che sappia essere il nuovo e necessario motore della città e non solo. Un gruppo di allora giovanissimi ha lanciato un appello alle istituzioni, sottoscritto da 200 protagonisti di quella straordinaria avventura, proponendo idee e progetti per una nuova contemporaneità che sappia restituire alla città un'identità lontana dalle solite “cartoline”.

Giovedì 15 ottobre, alle 19.30, si terrà la presentazione del libro Quelle come me. La storia di Splendori e miserie di Madame Royale (PM Editore, 2020), di Andrea Meroni e Luca Locati Luciani, con la collaborazione di Giovanbattista Brambilla. Saranno presenti gli autori Andrea Meroni e Luca Locati Luciani. Il 17 settembre 1970, usciva nelle sale un film destinato a diventare un cult: Splendori e miserie di Madame Royale. Fu il primo lungometraggio italiano con protagonista assoluto un personaggio omosessuale: Alessio, interpretato da Ugo Tognazzi, Il libro ricostruisce la genesi del film, con un minuzioso lavoro di ricerca per scoprire l’identità degli interpreti anche minori. A chiudere Queer focus online sarà la presentazione del libro La Traviata Norma. Ovvero: vaffanculo... ebbene sì! del Collettivo teatrale Nostra signora dei fiori (Asterisco Edizioni, 2020) a cura di Mauro Muscio (17 ottobre alle 19.30, alla presenza del curatore). Rappresentato la prima volta il 9 marzo 1976 presso il teatro CTH di Milano, è considerato lo spettacolo inaugurale della stagione del “teatro frocio” italiano, costruito e vissuto da attori non professionisti legati all’esperienza dei C.O.M., collettivi omosessuali milanesi.

Il Florence Queer Festival è organizzato dall’Associazione Ireos in collaborazione con Arcilesbica Firenze e MusicPool e il sostegno di Fondazione Sistema Toscana. La direzione artistica è di Bruno Casini e Roberta Vannucci.

Cinema La Compagnia – via Cavour 50/R, 50121 Firenze
Giornaliero
: € 10, ridotto € 8 Serale: € 7, ridotto € 6 Pomeridiano: € 3 (biglietto per singola proiezione) Abbonamento intero: € 35 (tutte le proiezioni pomeridiane e serali)
Sala Virtuale Più Compagnia
Abbonamento: € 9,90 I film online saranno visibili a partire dall’orario di programmazione in sala e per le successive 24 ore. Tutte le proiezioni sono vietate ai minori di 18 anni.

Tutte le proiezioni ed eventi si svolgeranno nel rispetto delle norme anti-Covid. 

PER TUTTE LE INFO E PROGRAMMAZIONE:  www.florencequeerfestival.it   www.facebook.com/FQF.Firenze  info@florencequeerfestival.it  

fonte:  ufficio stampa stampa@florencequeerfestival.it

lunedì 12 ottobre 2020

Petizione: Il Teatro è un luogo sicuro. Chiediamo revisione dei limiti

#TeatroLuogoSicuro

FIRMA LA PETIZIONE > QUI

Il settore dello spettacolo, duramente colpito dall'emergenza sanitaria provocata dal Covid-19, si trova oggi a vivere una gravissima crisi che rischia di mettere in ginocchio l'intero settore produttivo e distributivo, con ricadute pesanti che potrebbero protrarsi ben oltre la crisi sanitaria. Con oltre 500 mila lavoratori e lavoratrici, oggi il mondo dello spettacolo è uno di quelli che soffre maggiormente questa crisi a causa di norme frettolose, divieti indifferenziati che non tengono conto delle specificità del settore e delle modalità di fruizione degli spettacoli dal vivo. 

Nei giorni scorsi ho pubblicato sul mio profilo social un post indirizzato al Presidente Giuseppe Conte, al MiBACT e ai Ministri Franceschini e Speranza, per condividere la mia recente esperienza diretta come spettatore e come utente del servizio del trasporto pubblico di Roma, trovando che vi sia un eccessivo accanimento nei confronti dell'attività teatrale e invitando ad una revisione dei limiti imposti alla stessa in ragione delle particolarità uniche dell'evento teatrale. Il post è stato attualmente condiviso da oltre 1200 persone che sposano la causa e credono che vi sia qualcosa da rivedere.

Perché il Teatro è diverso da altre attività al chiuso? 

Uno dei maggiori punti da analizzare è la valutazione di un indice di rischio oggettivo dell'evento teatrale. Non risultato, ad oggi, notizie di focolai esplosi partendo dalle platee teatrali e come riportato nella mia esperienza, il teatro è un luogo che si presta a pochi contatti diretti in quanto la sua fruizione avviene immobili:

- non vi sono contatti con altri spettatori;
- la fruizione dello spettacolo avviene senza spostamenti dal proprio posto; 
- non si parla e non si toccano gli altri spettatori;
- di norma vi è un solo evento al giorno e questo facilita le operazioni di sanificazione della sala tra un evento e l'altro.

Inoltre nelle sale teatrali ho potuto osservare la più rigorosa osservanza delle regole in fatto di: misurazione della temperatura, raccolta dei nominativi, utilizzo della mascherina, distanziamento e fila all'ingresso in sala. Noi lavoratori dello spettacolo, seppur categoria fragile, abbiamo messo in campo il massimo sforzo cooperativo con le autorità al fine di contenere l'epidemia. Alla luce delle crescenti difficoltà e in virtù dell'unicità degli eventi teatrali, nonché della serietà e collaborazione che noi operatori abbiamo dimostrato sia come parte attiva e produttiva, sia quando ci troviamo ad essere noi stessi spettatori, chiediamo che vengano valutate e adottate misure urgenti per salvare il settore da una crisi senza precedenti. Noi mettiamo il nostro sudore e il nostro sacrificio, alla politica chiediamo di non operare divieti indifferenziati ma di valutare delle norme specifiche per settori specifici. 

Pertanto chiediamo non solo che vengano innalzati i limiti all'ingresso in sala, ma che vengano valutate norme e obblighi specifici che non compromettano la gestione ma facilitino tracciamento e contenimento dell'epidemia.

Fermo restando l'obbligo della mascherina, della misurazione della temperatura e dell'igienizzazione delle mani all'ingresso, chiediamo e mettiamo sul tavolo della discussione:

 Innalzamento dei limiti al fino al 70/80% della capienza massima:

1) incondizionatamente per tutte le sale sotto i 200 posti;

2) per le sale oltre i 200 posti che adottino le seguenti misure:

  • interruzione del servizio di guardaroba per evitare assembramenti;
  • biglietti elettronici e prenotazioni online per evitare contatto col personale di sala (in larga misura questo già avviene); 
  • spettacoli privi di intervallo e/o limitata durata degli intervalli senza allontanamento del pubblico;
  • spettacoli che rientrino in un certo limite di durata;
  • ingressi scaglionati in gruppi per l'entrata e differenziati per settore;
  • uscita ordinata con il personale di sala che provvede a far uscire ordinatamente il pubblico una fila per volta;

Crediamo dunque che qualora vengano rispettati questi accorgimenti e si limitino le possibilità di contatto, la semplice vicinanza in sala non possa costituire da sola attività ad alto rischio, essendo la fruizione immobile, temporanea e priva di contatto. 

Abbiamo bisogno di interventi mirati, di autentiche soluzioni e per soluzioni intendiamo sedersi ad un tavolo con le parti, capire specificità e criticità di ogni attività e dare delle regole specifiche che permettano il regolare svolgimento in sicurezza, per limitare non solo i danni sanitari, ma anche quelli economici.

Siamo coscienti dell'enorme sforzo che le autorità stanno portando avanti per affrontare questa emergenza, ma al tempo stesso conosciamo il nostro lavoro. Al mondo politico chiediamo coraggio e scelte non unilaterali.  FIRMA LA PETIZIONE > QUI

Nasce "EQUAL" Il portale italiano di diritto antidiscriminatorio

Nel 2018, l’Ateneo di Udine ha investito nell’innovazione didattica promuovendo “un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e opportunità di apprendimento” per tutte e tutti (ONU, Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, obiettivo n. 4). EQUAL è uno dei risultati di quegli investimenti. 

L’idea di costruire un portale internet è nata a margine di alcuni progetti sviluppati sia nell’ambito del Tavolo per l’innovazione didattica (TID), sia nell’ambito del Piano Strategico di Dipartimento (PSD) del Dipartimento di scienze giuridiche (DiSG) dell’Università degli studi di Udine. 

Ideare EQUAL è stata la naturale evoluzione di un percorso di ricerca interdisciplinare che condividiamo da tempo, il cui focus principale è il diritto antidiscriminatorio. 

Proprio l’approccio interdisciplinare ha reso possibile il coinvolgimento di un gruppo di ricerca più largo e composito, da qualche anno attivo presso il DiSG di Udine, denominato Laboratorio lavoro, guidato da Marina Brollo. 

Il portale ha due principali finalità: far circolare notizie, documenti, ricerche, anche non strettamente giuridiche, sulla lotta alle discriminazioni; sollecitare i nostri studenti, in particolar modo quelli che animano la Clinica legale di diritto antidiscriminatorio, a produrre ricerche e scritti sul diritto antidiscriminatorio. 

L’obiettivo è creare consapevolezza critica negli studenti dei corsi di laurea triennale, di laurea magistrale, di dottorato di ricerca e di master, che afferiscono al DiSG, nonché nei professionisti e negli operatori del diritto e dell’economia circa l’esistenza delle diseguaglianze, ma soprattutto circa gli strumenti giuridici per il loro superamento. 

EQUAL è stato concepito come ausilio per la didattica innovativa, come spazio per la condivisione di idee e la diffusione della ricerca e come strumento per lo sviluppo sociale, culturale ed economico della società in cui viviamo. 

TUTTE LE INFO SUL SITO EQUAL >>> www.dirittoantidiscriminatorio.it

Abbiamo creato EQUAL come uno mezzo per la formazione, la ricerca e il trasferimento della conoscenza, convinti che questi tre obiettivi possano contaminarsi e rafforzarsi reciprocamente se perseguiti in maniera unitaria. 

L’auspicio è che EQUAL possa divenire un luogo aperto di confronto, pronto a ospitare i contributi di tutte le persone che in Italia e all’estero sono interessate ai temi dell’uguaglianza, dell’inclusione, della sostenibilità, dell’innovazione e della giustizia sociale.

fonte:  www.dirittoantidiscriminatorio.it

mercoledì 7 ottobre 2020

Torino il 35° "Lovers Film Festival" > Fra gli ospiti del più antico festival LGBTQI d’Europa: Luca Tommassini

L’immagine 2020 progettata e donata al Festival da: Leo Ortolani
Un nuovo premio del Torino Pride

Il Lovers Film Festival, il più antico festival sui temi LGBTQI (lesbici, gay, bisessuali, trans, queer e intersessuali) diretto da Vladimir Luxuria, che si svolgerà interamente dal vivo dal 22 al 25 ottobre 2020 a Torino presso il Cinema Massimo, la multisala del Museo Nazionale del Cinema, può contare su un nuovo visual d’artista, su un nuovo premio e sulla partecipazione di numerosi ospiti d’eccezione fra cui Luca Tommassini.

Leo Ortolani per il Lovers Film festival

È Leo Ortolani, celebre fumettista italiano, ad aver creato e donato al festival l’immagine guida 2020 in occasione del trentacinquesimo compleanno (cfr. file allegato). Ispirata alla Dolce Vita felliniana, è una ricostruzione iconica della mitologia LGBTQ con tutti i suoi più caratteristici elementi fondanti. Al centro, Cinzia, la protagonista biondo platino che fa il bagno nella fontana: iconica e immaginifica trasposizione trans di Anita Ekberg.

Leo Ortolani è un fumettista molto noto per la serie Rat-Man tutt'ora prodotta da Panini Comics. Nel 1990 Leo Ortolani, per Le sconvolgenti origini del Rat-Man, ha vinto il premio come migliore sceneggiatore esordiente al Lucca Comics. Nel 2006 RatMan approda in televisione, con i cartoni animati trasmessi da Rai Due. Nel 2011 l’autore stampa il suo primo libro, Due figlie e altri animali feroci a cui seguono numerosissimi lavori. Tra le sue pubblicazioni si ricorda: Luna 2069 (Feltrinelli Comics, 2019); Andrà tutto bene (Feltrinelli, 2020) e Dinosauri che ce l'hanno fatta (Laterza, 2020). Dal libro Cinzia è stata realizzata una riduzione teatrale, Io sono cinzia, per la regia di Nicola Zavagli, applauditissima al Teatro del Giglio di Lucca durante Lucca Comics 2019.

Luca Tomassini ospite di Lovers

Il Lovers Film Festival può contare su molte presenze d’eccezione fra cui il ballerino, attore, coreografo, regista e direttore artistico Luca Tommassini che il 24 ottobre alle 22,30 (Sala Cabiria) sarà protagonista del talk con Vladimir Luxuria Una vita in movimento durante il quale sarà ripercorsa la sua carriera di successo internazionale da ballerino e coreografo attraverso i suoi video e film.

Luca Tommassini, volto televisivo molto amato, ha lavorato fra gli altri e le altre con Prince, Michael Jackson, Madonna, Bjork, Whitney Houston, Kylie Minogue, Ricky Martin, Jamiroquai, Robbie Williams, Beyoncé, Johnny Depp e Angelina Jolie e ha recentemente dato il proprio contributo coreografico all’ultimo film di Ferzan Ozpetek, La Dea Fortuna.

Sempre in Sala Cabiria, l’appuntamento sarà preceduto, alle 21, dalla proiezione fuori concorso di And then we danced di Levan Akin (Francia, 2019) che narra il rigido, conservatore e omofobo mondo della danza tradizionale georgiana. Molto apprezzato alla Quinzaine des Réalisateurs durante la settantaduesima edizione del Festival di Cannes e candidato dalla Svezia agli Oscar 2020, è il racconto di un percorso di formazione, di accettazione e consapevolezza, sullo sfondo di una società conservatrice e patriarcale.

Il premio del Torino Pride

Alle 3 sezioni competitive del festival – All The Lovers, Concorso Internazionale Lungometraggi; Real Lovers, Concorso Internazionale Documentari; Future Lovers, Concorso Internazionale Cortometraggi – e al premio speciale dedicato a Giò Stajano che Lovers, da un’idea dello scrittore Willy Vaira e di Claudio Carossa, dedica alla memoria di Giò Stajano, si aggiunge il premio Torino Pride che verrà assegnato al film in concorso e fuori concorso giudicato più efficace nell’affrontare i temi dell’attivismo e/o dell’autodeterminazione. Il premio in denaro fortemente voluto dal Coordinamento Torino Pride – la realtà che riunisce le associazioni lesbiche, gay, bisessuali e transgender del Piemonte, insieme ad associazioni non LGBT impegnate nel sostegno dei valori della laicità, del rispetto delle differenze e che da anni fa parte di  Ilga Europe – nasce per sancire il ruolo cardine che ha il cinema nella lotta per i diritti.

Il Lovers Film Festival dal 2005 è integrato nel Museo Nazionale del Cinema di Torino e si svolge con il contributo del MiBACT, della Regione Piemonte e del Comune di Torino

 

L'iniziativa fa parte di ‘Torino Città del Cinema 2020. Un progetto di Città di Torino, Museo Nazionale del Cinema e Film Commission Torino Piemonte, con il sostegno di Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, in collaborazione con Regione Piemonte, Fondazione per la Cultura Torino. www.torinocittadelcinema2020.it

fonte:  Lovers Film Festival ufficio stampa: con.testi – Torino & Roma

In libreria "Il pollo di mezzanotte" di Ella Risberidger

Un libro che è prima di tutto un manifesto di momenti per i quali vale la pena vivere. Guido Tommasi pubblica un libro di ricette pieno di speranza, per tornare a osservare il mondo con occhi innamorati

Lei è Ella Risbridger e The Times l’ha definita “la nuova scrittrice di libri di cucina più talentuosa della sua generazione”.

Ma che cos’è il talento per chi scrive libri di cucina?
Ricette infallibili, scritte benissimo?
Immagini accattivanti per semplici piatti?

Sfogliandolo si trovano piatti talmente invitanti che sarete colti da un’irrefrenabile voglia di provare le sue ricette. Il suo è un tipo di cucina che probabilmente riesce meglio se potrete contare su una bottiglia di vino aperta e un boccone di pane per fare la scarpetta. Se però decidete di mettervi comodi e di leggere questo libro sorseggiando una tazza di tè (o un bicchiere di quel vino di cui sopra), scoprirete che è anche e soprattutto un elenco di cose per cui vale la pena vivere – un manifesto di momenti per i quali vale la pena vivere. Insomma, un libro di ricette per tornare a osservare il mondo con occhi innamorati.

“Era stato un giorno complicato, per motivi complicati, ed ero in lacrime. Erano giorni che non mangiavo seriamente, e non ero quasi mai nemmeno stata a casa. Ero stufa di caffè doppi sciropposi al posto della cena, ed ero lì che piangevo sul pavimento della cucina: quel genere di pianto che ti fa venire il sospetto che potresti perfino morirci.

In qualche modo sono riuscita a recuperare mezza pastiglia di Valium dai detriti dell’armadietto delle medicine, e poi, miracolo dei miracoli, una scatola di zuppa di pomodoro dal caos della dispensa della cucina. E ho preso il Valium, ho scaldato la zuppa, lentamente, su fuoco basso, l’ho versata in una mug e l’ho portata a letto con un pezzo di pane raffermo, tostato e carico di burro. Erano le due del mattino, stavo mangiando una zuppa a letto e mi sentivo meglio.

E così, più o meno, è come mi sento sempre per pane e zuppa. Nessuna cucina di alto livello ha mai risollevato la tristezza la metà di una ciotola colma di zuppa di zucca e di un buon pane con un buon burro. Ormai non è più molto di moda amare il pane. È un bene che io non sia mai riuscita a essere alla moda, perché il pane l’ho sempre amato: lo amo follemente e incondizionatamente. A volte credo che non ci sia nessun pasto, non importa quanto pensato, bello o buono che scambierei con una fetta di pane spalmata di burro o con la parte finale di una pagnotta fresca appena sfornata”.

fonte: di     www.linkiesta.it

Canada > Justin Trudeau vuole rendere illegali le terapie di conversione e presenta una legge: “Sono umilianti e dannose per le persone LGBT”

Justin Trudeau e il Partito Liberale canadese presentano un disegno di legge contro le terapie di conversione.

Justin Trudeau è da sempre un alleato della comunità LGBT, si è presentato con tutta la famiglia a diversi Pride, ha sfilato in mezzo a migliaia di cittadini LGBT e si è sempre scagliato contro l’omofobia. In questi giorni il Partito Liberale ha presentato un disegno di legge che criminalizza le orrende terapie di conversione (colgo l’occasione per consigliarvi di vedere Boy Erased) in Canada. Il Primo Ministro canadese in un lungo discorso ha sottolineato come sia impossibile modificare il proprio orientamento ed ha aggiunto che queste terapie sono dannose e umilianti.

“È giunto il momento di porre fine a questa inaccettabile pratica screditata che ha ferito troppi canadesi LGBTQ. La terapia di conversione è dannosa e degradante e non ha posto in Canada. Spero che tutti i partiti facciano la cosa giusta sostenendo questo disegno di legge. È nostro dovere garantire i diritti di tutti, per questo è importante che passi questa legge che protegge le persone LGBTQ”.

Purtroppo quello delle terapie di conversione non è un problema solo americano, in Italia infatti ci sono molte comunità – spesso cattoliche – che sostengono di poter convertire i gay in etero (qui trovate un video).

Conversion therapy 'has no place in Canada,' says Trudeau as feds reintroduce bill to ban practice il video > QUI

Vi invito a firmare la petizione di (Possibile LGBT) che chiede che le terapie di conversione vengano messe al bando anche in Italia.

“Le terapie di conversione sono uno dei sintomi più evidenti della discriminazione che le soggettività LGBTI+ subiscono ogni giorno. Esse rappresentano delle pratiche barbare che possono includere ipnosi e elettroshock e sono finalizzate alla repressione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Queste terapie lesive della dignità e dei diritti umani non hanno alcuna base scientifica e hanno un impatto sulla salute di chi li subisce aumentando i casi di ansia, depressione e suicidio specialmente tra i giovani. L’Italia non dispone di leggi che vietino tali pratiche nonostante nelle scorse legislature siano state presentate proposte che andavano in questo senso. Dopo la Germania, anche nel nostro Paese serve una legge di questo tipo. Per questo ci appelliamo ai Ministri Speranza, Bonetti e Lamorgese per far approvare una norma che metta al bando le terapie riparative e ne vieti la loro promozione. Il testo completo della lettera ed i primi firmatari li trovate”.

fonte: Fabiano Minacci   www.biccy.it

Cinema > "Chiamami col tuo nome" Luca Guadagnino: "Farò il sequel e vi racconto la trama"

Dopo l'enorme successo di "Chiamami col tuo nome", Luca Guadagnino è pronto a realizzare il sequel della pellicola. 

Ecco tutti i dettagli

Luca Guadagnino realizzerà un sequel di “Chiamami col tuo nome” e i protagonisti saranno ancora una volta Elio e Oliver

A svelarlo è stato lo stesso regista all’indomani dall’emozionante notte degli Oscar in cui James Ivory ha conquistato la statuetta d’oro per la migliore sceneggiatura.

Il regista ha confessato di essere già al lavoro sul sequel di “Chiamami col tuo nome” insieme ad André Aciman, autore dell’omonimo libro. “Con André Aciman stiamo già pensando al prosieguo della storia, che sarà ambientata sei o sette anni dopo la prima. Sarà un nuovo film con un tono molto diverso e i protagonisti saranno sempre Armie Hammer e Timothée Chalamet”.

La storia raccontata da Guadagnino nella pellicola è ambientata in Italia e si svolge nel 1983. Nella pellicola il regista ha volutamente omesso una parte del romanzo in cui viene raccontata la storia dei protagonisti vent’anni dopo il loro primo incontro.

“Questa volta i due protagonisti saranno in giro per il mondo – ha svelato -, ma non posso dire di più poiché ci stiamo ancora lavorando e dobbiamo concludere la sceneggiatura”. Non è la prima volta che Luca Guadagnino parla del possibile sequel di “Chiamami col tuo nome”.

Qualche tempo fa, nel corso di una lunga intervista rilasciata a “Hollywood Report”, aveva svelato di voler raccontare ancora la storia di Elio e Oliver ambientando le vicende in contemporanea con la caduta del muro di Berlino e affrontando anche temi importanti come l’AIDS e i diritti LGBT.

“Sono pronto a raccontare una parte fondamentale per la loro storia – aveva spiegato -. Secondo me, Chiamami col tuo nome può essere visto come il primo capitolo della vita dei personaggi che abbiamo conosciuto nel film. Se il primo capitolo è un romanzo di formazione in cui Elio diventa un uomo, magari il prossimo capitolo sarà la posizione di questo uomo nel mondo, sarà la scoperta dei suoi desideri, e ci mostrerà com’è cambiato qualche anno dopo quel fortissimo pugno emotivo”.

Non solo: il regista aveva anche confessato di avere già in mente la prima scena del film: “Elio sarà un cinefilo, e mi piacerebbe vederlo in un cinema mentre guarda Once more – Ancora di Paul Vecchiali – aveva detto -. Quella potrebbe essere la prima scena del sequel”

fonte:    www.supereva.it

Il mondo del fashion piange Kenzo, lo stilista del Flower Power

Il 4 ottobre a Parigi è morto Kenzo Takada, per complicanze dovute al Covid

Un’altra vittima tra i personaggi noti. Il 4 ottobre a Parigi, nell’ospedale americano di Neuilly-sur-Seine, è morto Kenzo Takada, lo stilista giapponese. Aveva 81 anni. Ripercorriamo insieme le tappe principali della sua vita.

Kenzo nasce, quinto di sette figli, nel 1939 a Hyogo, sull’isola di Honshū. A 26 anni, dopo il diploma preso nella scuola di moda Bunka Gakuen, a Tokyo, si stabilisce a Parigi. La capitale francese, incantata dall’originalità delle sue proposte, gli spalanca le porte delle sfilate. Primo stilista giapponese a conquistare le passerelle parigine, insieme a Cardin, Dior e Chanel, Kenzo raggiunge presto una grande notorietà.

A Parigi Kenzo collabora con la maison francese Feraud e con la rivista Jardin des modes. Nel 1970 presenta la prima collezione alla Galerie Vivienne e apre la sua prima boutique Jungle Jap. Le riviste di moda più prestigiose cominciano a mettere in copertina modelle vestite Kenzo. Mentre le collezioni vengono presentate anche a New York e Tokyo. Il resto è una strada in discesa. Gli anni successivi al riconoscimento del Fashion Editor Club of Japan, nel 1972, sono solo una conferma di un successo annunciato.

Morto Kenzo, stilista originale, eclettico e controcorrente

Celebre la sfilata del 1973, alla Bourse de Commerce: un vero cocktail etnico, nel segno del gioco e del divertimento. Le modelle indossavano dal rebozo, l’indumento-fascia per portare il bambino della tradizione messicana, ai dirndl, classica mise femminile delle aree alpine, dai maglioni oversize scandinavi agli abiti di lana bianca con frange. Famose anche le sfilate del 1978 e 1979, entrambe svoltesi in un tendone da circo e conclusesi con l’entrata in scena in groppa a un elefante.

Insomma, Parigi aveva amato e quindi ricompensato con il successo il designer che era divenuto maestro del Flower Power. La locuzione, espressione tipica del movimento hippie, usata durante la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta come simbolo di una ideologia non violenta, diventa con Kenzo sinonimo di una moda coloratissima, che mixa stampati floreali a fantasie camouflage. Flower sarà nel 2000 il nome di un profumo di successo, probabilmente in onore di quella prima geniale intuizione che aveva rivoluzionato il mondo della moda.

Abiti e accessori, ma anche costumi e profumi

Ma oltre che originalissime e controcorrente, Kenzo ha dato prova di grande eclettismo, mettendo a segno nel corso degli anni Ottanta alcuni lanci. Realizza costumi per il teatro e per il cinema, una linea per bambini e una di abbigliamento maschile e firma, siamo giunti al 1998, una licenza per i profumi. Non mancheranno  prodotti per la cura del corpo, sotto il marchio Kenzoki, realizzati però dopo la vendita del brand, avvenuta nel 1993, al gruppo del lusso francese LVMH. Kenzo resta direttore creativo fino al 1999, quando sarà sostituito dallo stilista scandinavo R. Kreiberg.

Attualmente alla guida della maison c’è dal 2019 il designer portoghese Felipe Oliveira Baptista. Fa quasi sorridere pensare che alla sua ultima sfilata a Parigi hanno colpito i cappelli-zanzariera protagonisti delle collezioni Primavera/Estate 2021. Cappelli a falde larghe da cui partiva il tulle che copriva anche le gambe, certo adatti al distanziamento sociale. Ironia della sorte, nel frattempo, mentre lo stilista preparava la collezione, Kenzo lottava in ospedale contro la malattia.

Stampe macro floreali sbocciano su tutti i capi, dagli abitini ai pant cargo, ai giubbotti e spolverini over. Ai piedi zoccoli infradito giapponesi con suola di legno squadrata. Ma una collezione pervasa anche da una dicotomia. Ha sottolineato lo stilista: «Il mondo piange, e piangono anche i fiori sulle stampe per la collezione. Papaveri e ortensie degli archivi Kenzo sono stati lavorati al digitale con un effetto di lacrime». Oggi c’è un motivo in più per versarle.

fonte: Di Cinzia Cinque www.tustyle.it   Foto Getty Images

Ma tu, ti vuoi bene? Il libro “Imparare ad amarsi” ci insegna come farlo

Abbiamo intervistato Gerry Grassi e Rosa Iatomasi, autori di un testo che è anche un viaggio interiore alla scoperta di ciò che ci rende felici

Trascorriamo i nostri giorni alla ricerca, a volte estenuante, del vero significato dell’amore perché ormai lo abbiamo compreso quanto questo sentimento nasconda in sé mille sfaccettature. Dalla paura di aprirsi, al desiderio nascosto di sentire, di nuovo, il cuore battere. Continuiamo a chiederci se c’è un modo giusto per imparare ad amare, senza però fare i conti con l’amore che dovremmo provare nei nostri confronti. Perché è vera quell’affermazione che dice che se non amiamo noi stessi, non possiamo aprirci agli altri.

E allora sorge spontanea una domanda: ma noi ci vogliamo bene davvero? Un interrogativo, questo, troppe volte lasciato in fondo agli abissi delle giornate che viviamo, ma che torna in auge con un testo più attuale che mai. “Imparare ad amarsi” è il libro che porta la duplice firma di due psicoterapeuti: Gerry Grassi e Rosa Iatomasi, un testo volto alla ricerca interiore dell’armonia e del benessere personale che pone l’accento sulla consapevolezza dei bisogni e delle esigenze che riguardano la sfera privata di ognuno di noi.

Gli autori ci hanno raccontato che questo libro altro non è che un viaggio per iniziare a vivere una vita libera dai condizionamenti. Nel testo viene proposto il metodo Dea Bricks Circle, sperimentato su centinaia di persone e basato su tecniche ed esercizi mirati con cui ogni persona può imparare a sconfiggere le sue paure e le sue credenze limitanti.

Abbiamo raggiunto i due autori del libro, già noti per i loro percorsi, sperimentati sui pazienti, volti a trasformare la vita delle persone, per scoprire in che maniera “Imparare ad amarsi” può trasformarsi in un percorso personale che porta alla felicità.

Come è nata l’idea di Imparare ad amarsi?
Imparare ad amarsi nasce dal desiderio di rispondere ad un bisogno trasversale ai tempi e alle culture: amare se stessi. Tutte le persone che da anni incontriamo nei nostri studi ma anche nei contesti più informali, come al bar o in pizzeria, riferiscono di non sentirsi soddisfatte e appagate, di vivere una vita sbiadita. Questi dati ci hanno spinto a riflettere insieme, a confrontarci e a trovare un modo per aiutare concretamente le persone a fare qualcosa per se stesse, a migliorare la propria vita. Così, durante il lockdown abbiamo lavorato intensamente al nostro progetto e abbiamo trasformato un momento di crisi e cambiamento radicale delle nostre abitudini in un processo creativo e produttivo.

C’è un’età per imparare ad amarsi?
Imparare ad amarsi non ha un’età: è possibile imparare ad apprezzare se stessi, a prendersi cura di sé, a sentirsi responsabile della propria esistenza in qualsiasi momento della vita. Imparare ad amarsi è un viaggio in quella che noi abbiamo denominato Piramide Dell’Amore per indicare ogni passo da compiere, mattoncino dopo mattoncino, per sentirsi in sintonia con se stessi. La parola che non dovrebbe mai mancare accanto ad amare è credere, cioè avere fiducia, ritenere possibile quello che ancora non si conosce.

Perché sembra così difficile oggi prendersi cura di se stessi?
Il prendersi cura di se stessi è troppo spesso interpretato come un atto di egoismo. Mettere se stessi al primo posto è dissonante con l’idea comune che si debba essere generosi verso gli altri e che per poter essere apprezzati è necessario amare prima gli altri. Amare se stessi è invece il primo passo per amare l’altro: chi non ama se stesso non ama davvero. Nel 1300 Paolo e Francesca si amavano in modo diverso dalle coppie di oggi che si dedicano i brani dei Coldplay. Viviamo in una società in cui molto spesso hanno la precedenza il successo, il denaro, lo status sociale. Tutto questo sposta il nostro focus, altera i valori nei quali crediamo e l’amore assume forme sbagliate, come attaccamento eccessivo o distacco.

Quanto la società influenza quello che siamo e quello che scegliamo di fare?
La società, così come la famiglia e tutte le persone che ruotano intorno a noi nella nostra quotidianità, sono la fonte di condizionamenti che assorbiamo fin dalla nascita e che ci accompagnano per sempre. La società concorre a stimolare le nostre aspettative, a modellare le nostre credenze, a creare le nostre abitudini. Tutto ciò avviene in maniera continua e graduale. Questo sicuramente ci aiuta nel processo di “addomesticamento” degli istinti con cui nasciamo ed è importante per consentire la nostra integrazione con gli altri, ma può diventare un grosso limite nel momento in cui silenzia i nostri desideri e i nostri bisogni personali.

Gerry Grassi e Rosa Iatomasi, con questo libro e i loro percorsi, consigliano a tutte le donne di non rinunciare mai a se stesse e di credere nella possibilità di prendere in mano la propria vita per costruirla così come la desiderano.

fonte:  https://dilei.it

Storie > Cathy La Torre: «Il peso delle parole»

Scegliere quelle giuste è indispensabile per tutelare la dignità 
di tutte le identità di genere. Come spiega l'avvocata in prima linea contro le ingiustizie e le discriminazioni

L’articolo è stato pubblicato sul numero di Vanity Fair in edicola fino al 13 ottobre

È una donna, che veste come un uomo al quale piacciono le donne. Dice di sé di essere «lesbica e gender-fluid, non-binary, queer, fuori dalle categorie». Per Cathy La Torre definirsi è fondamentale: da quelle parole dipendono diritti importanti, per cui lei si batte dal 2008, quando ha fondato il Centro Europeo di Studi sulla Discriminazione.

Quarant’anni, avvocata, è il riferimento per chi subisce ingiustizie legate alla propria identità di genere (transgenderismo) o al proprio orientamento sessuale: «Due cose diverse fra loro e troppo spesso confuse: l’identità di genere è come io mi sento rispetto alla mia identità, attiene al rapporto che ho con me, il mio sentirmi uomo o donna, o nessuno dei due.

L’orientamento sessuale indica invece da chi sono attratta: posso essere eterosessuale, bisessuale, omosessuale, pansessuale, ma non dipende dal genere a cui sento di appartenere. Il triste e ormai famoso caso di Ciro e Maria Paola, quella ragazza morta a Caivano, ne è un esempio: la loro non era una relazione lesbica come è stato detto. Ciro è nato femmina, ma oggi è un uomo, si sente un uomo, e Maria Paola era una donna, il che vuol dire che la loro era una relazione eterosessuale. Le parole hanno un peso: se le sbagli togli dignità alle persone, rovini delle bellissime storie d’amore».
Ed è appunto per non mancare di rispetto e non offendere nessuno che, dopo quella sigla LGBTQ, si è aggiunto un «+», un plus che lascia la definizione aperta, che include tutte le lettere dell’alfabeto, per qualsiasi variante si voglia: ultimamente si è inserita anche la I come intersessuali e la A, per gli asessuali, poi la P per i poligami…

Ma perché c’è bisogno di definirsi?
«È necessario perché la legge ha bisogno di codificare: la legge non è un campo completamente aperto e in tribunale non è accettabile un’eccessiva discrezionalità. Se alcune persone rimangono in un limbo, senza diritti e riconoscimento da parte dello Stato, rischiano di non esistere. Pensiamo per esempio alle persone non-binary, come io stessa mi definisco, a chi cioè non riconosce la costruzione binaria del genere, ovvero l’idea che esistano solo due generi ben separati, o uomo o donna. In questi casi la legge non dà alcuna risposta. In Italia esiste un solo riconoscimento legale di persona non-binary e l’ho seguito io: il mio assistitu – si usa la U per non usare né la O del maschile né la A del femminile – è riuscitu a cambiare nome e adesso ha un nome neutro. Si può scegliere fra tanti: penso a Jean, Elia, Andrea, Ethan…».

Lei ha gestito centinaia di casi, ci racconta quelli esemplari, che hanno cambiato lo stato delle cose?
«Dopo che, nel 2015, abbiamo ottenuto dalla Cassazione la legge che prevede la possibilità di cambiare il nome e l’indicazione del genere sulla carta d’identità anche senza ricorrere all’intervento chirurgico sui genitali, si poneva però un problema: rispetto a chi cambiava nome senza l’intervento, chi voleva fare quell’operazione aveva tempi molto più lunghi prima di vedere corretti i propri documenti, perché per fare un passaggio di genere ti devi presentare davanti a un giudice una prima volta per avere l’ok all’intervento e una seconda volta per avere il cambio di nome, con i tempi della giustizia che ben conosciamo. Con una ragazza trans di Modena siamo invece riusciti a fare tutto in un’unica sentenza, risparmiando così anni di fatiche, umiliazioni, costi economici e psicologici. Quel caso ha fatto da apripista per tutti i tribunali d’Italia e quella procedura è ormai diventata la prassi. Un altro caso è quello di Chloe, che a Tempio Pausania, in Sardegna, ha ottenuto il permesso del cambio di sesso benché ancora minorenne».

Ma quando si può chiedere il cambio di genere sui documenti?
«Ci sono Paesi, come la Svezia, in cui è stata abolita la divisione tra maschile e femminile e, per esempio, in Spagna, a Malta, in Nuova Zelanda, in Argentina e in Brasile si va diretti all’ufficio anagrafe con una certificazione di uno psicologo. Invece in Italia bisogna andare in un tribunale, fare una causa in cui la controparte è lo Stato, e affidarsi a quello che deciderà il giudice, che dovrà essere convinto attraverso comprovati percorsi psicoterapeutici, testimonianze concrete di assunzioni ormonali per un tempo sufficiente tale da indicare una volontà definitiva, con la garanzia che non si cambi poi idea…».

Ma allora, se ci deve essere una fermezza indiscutibile, non è rischioso che i minorenni possano intraprendere un percorso di cambio di genere? Loro avrebbero tutto il tempo per cambiare idea.
«In realtà se sull’orientamento può essere normale una certa fluidità in età adolescenziale, l’identità di genere è primaria, la si può vedere da un’età precocissima: già da piccolissimi, dai 4/5/6 anni, si può percepire un’identità di genere opposta al sesso biologico e a 13 si sa bene chi si è. Riuscire a intervenire presto permette di sottoporsi a molti meno interventi chirurgici: finché si è giovani si può incidere sul corpo solo con gli ormoni, senza sottoporsi a quell’incredibile quantità di operazioni a cui si è invece costretti in un’età più avanzata».

Quando l’identità di genere non appare chiara, come ci si rivolge a queste persone per non offenderle?
«La cosa migliore è chiedere loro come preferiscono. Non c’è niente di male. Negli Stati Uniti usano il they, il loro, per non usare she, lei, o he, lui. Anche questa è un’attenzione».

Ma in giro c’è ancora tanta gente che non rispetta questa persone «fluide»?

«Assolutamente sì. C’è una grande discriminazione, soprattutto verso le persone trans. Anche nella comunità LGBTQ+ ci sono delle differenze. Gli uomini gay sono certamente i privilegiati: di solito altamente scolarizzati, non hanno figli e possono spendere di più per loro stessi, cosa che li rende molto amati dal mercato della moda. Ma se sei trans il discorso è diverso: i soldi ti serviranno soprattutto per portare avanti un’eventuale transizione e sarai meno considerato nella società dei consumi. Se poi sei trans e black, allora sei l’ultimo tra gli ultimi».

E i social che ruolo hanno?
«Per le persone LGBTQ+, l’avvento dei social è stato una rivoluzione. Prima, quando gli spazi di aggregazione erano solo fisici, incontrare propri simili non era semplicissimo. Nei piccoli paesi di provincia rischiavi di trovarti da solo. L’avvento di Internet ha permesso le prime chat tra persone LGBTQ+, ha aiutato l’emersione e comunque ha dato la possibilità di avere una vita a chi altrimenti non l’avrebbe avuta».

Il 10 novembre esce il suo nuovo libro Nessuna causa è persa (Mondadori). 
Grazie al suo impegno per le cause sociali nel 2019 ha vinto il The Good Lobby Awards per la categoria pro bono.

fonte: di Valeria Vantaggi     www.vanityfair.it   foto MAX & DOUGLAS