Non è il primo concerto del post lockdown, ma simbolicamente
quello che segna il ritorno ufficiale allo spettacolo dal vivo dopo 4
mesi di chiusura dei teatri. Foto dalla pagina Facebook del Ravenna Festival
In fila indiana e con la mascherina indossata, poi la
rilevazione della temperatura: sono le nuove regole che il pubblico, 300
spettatori, ha osservato per accedere alla Rocca Brancaleone, dove la
bacchetta prestigiosa di Riccardo Muti sul podio dell'orchestra
Cherubini ha aperto la 31esima edizione del Ravenna Festival.
Non è il primo concerto del post lockdown, ma simbolicamente quello
che segna il ritorno ufficiale allo spettacolo dal vivo dopo 4 mesi di
chiusura dei teatri, e per questo programmato nel giorno della Festa
della Musica e del solstizio d'estate. Sul palco il soprano Rosa Feola.
A rendere più solenne l'appuntamento, come riporta l'Ansa, la
presenza della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti
Casellati, e del ministro della Cultura, Dario Franceschini, del
governatore dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini e del direttore
generale dell'Unesco, Audrey Azoulay. "E' un bellissimo segnale - ha
detto Casellati - la cultura finalmente riparte, per questo grazie a
Ravenna Festival".
Dopo l'esecuzione dell'Inno di Mameli, Riccardo Muti ha ricordato
come Ravenna abbia ben 8 monumenti Unesco: "Ravenna non dimentica il suo
passato e il suo ardore, per questo considero questa serata un atto di
coraggio a partire proprio dai ragazzi della Cherubini costretti a
suonare in maniera anomala e disagiata, distanti tra loro. Il sogno che
abbiamo vissuto finora speriamo diventi una bella realtà. Il primo brano
che eseguiamo, Reverie di Skrjabin, rappresenta una sorta di augurio.
Il nostro pensiero va poi ai musicisti di tutto il mondo, che tanto
hanno sofferto questa situazione".
Il maestro ha poi eseguito
l'amatissimo Mozart, lo stesso compositore con il quale nel 1990, nel
medesimo luogo, con la Filarmonica della Scala, aprì la prima storica
edizione di Ravenna Festival.
“Non ci sono quasi parole per descrivere l’emozione straordinaria che
è stata assistere al concerto dell'Orchestra Giovanile Cherubini
diretta dal Maestro Muti nello scenario spettacolare della nostra Rocca
Brancaleone - ha dichiarato il sindaco Michele de Pascale in occasione
dell’assemblea di Fondazione Ravenna Manifestazioni, della quale è
presidente, convenuta lunedì - È un immenso orgoglio essere la città da
dove è ripartita la musica in tutto il mondo con il primo concerto con
presenza di pubblico, dopo le circostanze difficili che abbiamo
attraversato.
La nostra Ravenna ancora una volta ha dato prova al mondo
di saper gettare il cuore oltre l’ostacolo e di saper trasformare le
difficoltà in opportunità. Sono davvero fiero della nostra comunità, da
qui ripartono cultura, arte e bellezza. In primo luogo ringrazio
sinceramente il Maestro Muti senza il quale questa magia non si sarebbe
trasformata in realtà; ringrazio tutta la direzione artistica e lo staff
del Ravenna Festival che con coraggio hanno saputo dare vita a nuovi
linguaggi, nuove forme e nuove esperienze che, tra le altre cose, hanno
permesso alle magnifiche note di ieri sera di arrivare a migliaia di
spettatori in tutto il mondo, fino al Giappone e agli Stati Uniti
attraverso un’inedita diretta streaming. Un ringraziamento alla
presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, al ministro
dei Beni e delle attività culturali Dario Franceschini e alla direttrice
Unesco Audrey Azoulay per averci fatto l’onore della loro presenza”.
L’assemblea ha approvato il bilancio a consuntivo 2019 ma ha
anche conferito due nuovi incarichi, uno dei quali è quello di
vicepresidente rimasto vacante alla scomparsa dell’avvocato Mario
Salvagiani. “Ringrazio Cristina Muti presidente onoraria - ha continuato
il sindaco - e do il benvenuto a Livia Zaccagnini e a Chiara Mazzucco
che entrano oggi, con voto unanime dell'assemblea, a far parte della
famiglia di Ravenna Manifestazioni rispettivamente come vicepresidente e
nuova consigliera"
fonte: www.ravennatoday.it
Questo Blog è un aggregatore di notizie, nasce nel 2010, per info e news dall'Italia e dal mondo, per la Danza, Teatro, Cinema, Fashion, Tecnologia, Musica, Fotografia, Libri, Eventi d'Arte, Sport, Diritti civili e molto altro. Ogni articolo riporterà SEMPRE la fonte delle news nel rispetto degli autori e del copyright. Le rubriche "Ritratto d'artista" e "Recensioni" sono scritte e curate da ©Lisa Del Greco Sorrentino, professional dancer e autrice di questo blog
venerdì 26 giugno 2020
Roma: Prendiamola con filosofia LIVE al Parco Appio, da domenica 28 giugno
Durante il lockdown il format Prendiamola con filosofia, ideato da Piano B e Tlon, ha riunito milioni di persone in Italia creando una piazza virtuale di confronto sulla filosofia e sul dibattito culturale.
Prendiamola con filosofia è infatti un luogo aperto e comunitario e ora torna dal vivo presso il Parco Appio di Roma, il “Parco della Filosofia” con una serie di incontri in presenza, oltre che in streaming, a partire da domenica 28 giugno con una giornata dedicata al Pride.
Dalle 17.30 alle 23.00 talk, dialoghi, reading e musica dal vivo, per riflettere e toccare tutti i temi legati al binomio Diversità e Inclusione. Si parlerà infatti di abilismo, diritti, cittadinanza, femminismi, rappresentazione di genere e molto altro a conclusione di un mese del Pride svoltosi necessariamente senza le tradizionali manifestazioni e parate.
Prendiamola con filosofia-Siamo Pride sarà presentato da Maura Gancitano e Cathy La Torre che passeranno i microfoni a tanti ospiti durante la serata: Alessia Arcolaci; Aboubakar Soumahoro; KnowPMW; Cristiana dell’Anna; Ludovico Bessegato e Pietro Turano con Sumaya Abdel Qader; Iacopo Melio; Francesca Cavallo con Luca Paladini; Nicola Lagioia; Muriel; Costanza Rizzacasa d’Orsogna; Miki Formisano; Michela Murgia e Chiara Tagliaferri; Isabella Conti; Papàperscelta; Martina Panini; Spora, Vladimir Luxuria e Martina Dell’Ombra; Madame. Chiuderà un djset a cura di Dev e Peppe Amore.
L’evento sarà trasmesso in diretta streaming sui social di Tlon.
Per prenotare l’ingresso all’evento: https://tlon.it/evento/pride/
Prendiamola con filosofia LIVE proseguirà, sempre presso il Parco Appio, dal 9 al 30 luglio con quattro incontri estivi, ogni giovedì dalle 19 a tarda sera. Gli appuntamenti saranno composti da un format con quattro diversi momenti: Circles talk, dialoghi nel verde facilitati da un filosofo con il pubblico disposto in cerchio, intento a riflettere sui grandi temi della filosofia; Tlon talk, dialoghi tra personaggi del mondo della cultura, dell’arte e dello spettacolo; Lyrics, incontri filosofici con la musica per riflettere sul senso dei testi, sul valore della musica e sul potere della relazione con musicisti e interpreti; Tlon Show, un talk show condotto da Maura Gancitano e Andrea Colamedici che tra interviste e dialoghi a più voci mescolerà cultura alta e mondo pop, filosofia e contemporaneità. Anche questi eventi saranno fruibili in streaming grazie alla diretta sui social di Tlon.
Tra gli ospiti dei quattro appuntamenti di luglio: Inna Shevchenko, attivista politica ucraina per i diritti delle donne e leader delle FEMEN; il sociologo e politologo britannico Colin Crouch; lo storico statunitense Robert Darnton; Eva Illouz, professoressa di sociologia a Gerusalemme; Sara R. Farris professoressa associata presso la Goldsmiths University of London; Emma, fumettista e autrice per Laterza del libro Bastava chiedere.
E ancora: Niccolò Fabi; Vasco Brondi; Cathy La Torre; Stefania Auci; Ascanio Celestini; Vera Gheno; Sonny Olumati; DiMartino; Colapesce; Dardust; Margherita Vicario; Pietro Del Soldà; Ilaria Gaspari; Giulia Blasi; Matteo Saudino (Barbasophia); Giovanni Truppi; Jennifer Guerra; Francesca Cavallo; Marina Pierri; Tommaso Ariemma; i ragazzi di Visionary Days; Lorenzo Gasparrini e molti altri.
Il programma completo sarà disponibile a breve su www.prendiamolaconfilosofia.it
I biglietti per accedere agli eventi al Parco Appio saranno disponibili su: www.tlon.it
PRENDIAMOLA CON FILOSOFIA è realizzato da Tlon e Piano B con il patrocinio del Municipio Roma VIII e grazie al contributo di Warner, Wild Side, Corsetty, Plesh, Odiare ti costa, Audible, Parco Appio.
Al link in calce il presskit digitale, con il comunicato stampa completo di tutti i dettagli e una selezione di immagini degli ospiti.
> Scarica il presskit digitale
fonte: Serena Biancherini www.newtuscia.it
Prendiamola con filosofia è infatti un luogo aperto e comunitario e ora torna dal vivo presso il Parco Appio di Roma, il “Parco della Filosofia” con una serie di incontri in presenza, oltre che in streaming, a partire da domenica 28 giugno con una giornata dedicata al Pride.
Dalle 17.30 alle 23.00 talk, dialoghi, reading e musica dal vivo, per riflettere e toccare tutti i temi legati al binomio Diversità e Inclusione. Si parlerà infatti di abilismo, diritti, cittadinanza, femminismi, rappresentazione di genere e molto altro a conclusione di un mese del Pride svoltosi necessariamente senza le tradizionali manifestazioni e parate.
Prendiamola con filosofia-Siamo Pride sarà presentato da Maura Gancitano e Cathy La Torre che passeranno i microfoni a tanti ospiti durante la serata: Alessia Arcolaci; Aboubakar Soumahoro; KnowPMW; Cristiana dell’Anna; Ludovico Bessegato e Pietro Turano con Sumaya Abdel Qader; Iacopo Melio; Francesca Cavallo con Luca Paladini; Nicola Lagioia; Muriel; Costanza Rizzacasa d’Orsogna; Miki Formisano; Michela Murgia e Chiara Tagliaferri; Isabella Conti; Papàperscelta; Martina Panini; Spora, Vladimir Luxuria e Martina Dell’Ombra; Madame. Chiuderà un djset a cura di Dev e Peppe Amore.
L’evento sarà trasmesso in diretta streaming sui social di Tlon.
Per prenotare l’ingresso all’evento: https://tlon.it/evento/pride/
Prendiamola con filosofia LIVE proseguirà, sempre presso il Parco Appio, dal 9 al 30 luglio con quattro incontri estivi, ogni giovedì dalle 19 a tarda sera. Gli appuntamenti saranno composti da un format con quattro diversi momenti: Circles talk, dialoghi nel verde facilitati da un filosofo con il pubblico disposto in cerchio, intento a riflettere sui grandi temi della filosofia; Tlon talk, dialoghi tra personaggi del mondo della cultura, dell’arte e dello spettacolo; Lyrics, incontri filosofici con la musica per riflettere sul senso dei testi, sul valore della musica e sul potere della relazione con musicisti e interpreti; Tlon Show, un talk show condotto da Maura Gancitano e Andrea Colamedici che tra interviste e dialoghi a più voci mescolerà cultura alta e mondo pop, filosofia e contemporaneità. Anche questi eventi saranno fruibili in streaming grazie alla diretta sui social di Tlon.
Tra gli ospiti dei quattro appuntamenti di luglio: Inna Shevchenko, attivista politica ucraina per i diritti delle donne e leader delle FEMEN; il sociologo e politologo britannico Colin Crouch; lo storico statunitense Robert Darnton; Eva Illouz, professoressa di sociologia a Gerusalemme; Sara R. Farris professoressa associata presso la Goldsmiths University of London; Emma, fumettista e autrice per Laterza del libro Bastava chiedere.
E ancora: Niccolò Fabi; Vasco Brondi; Cathy La Torre; Stefania Auci; Ascanio Celestini; Vera Gheno; Sonny Olumati; DiMartino; Colapesce; Dardust; Margherita Vicario; Pietro Del Soldà; Ilaria Gaspari; Giulia Blasi; Matteo Saudino (Barbasophia); Giovanni Truppi; Jennifer Guerra; Francesca Cavallo; Marina Pierri; Tommaso Ariemma; i ragazzi di Visionary Days; Lorenzo Gasparrini e molti altri.
Il programma completo sarà disponibile a breve su www.prendiamolaconfilosofia.it
I biglietti per accedere agli eventi al Parco Appio saranno disponibili su: www.tlon.it
PRENDIAMOLA CON FILOSOFIA è realizzato da Tlon e Piano B con il patrocinio del Municipio Roma VIII e grazie al contributo di Warner, Wild Side, Corsetty, Plesh, Odiare ti costa, Audible, Parco Appio.
Al link in calce il presskit digitale, con il comunicato stampa completo di tutti i dettagli e una selezione di immagini degli ospiti.
> Scarica il presskit digitale
fonte: Serena Biancherini www.newtuscia.it
lunedì 22 giugno 2020
Maratona artistica: "Da Verona accendiamo la musica". In Arena, diretta nazionale con Conti e Zucchero. Dal 2 al 6 settembre
Ancora una volta l’Arena diVerona è in diretta nazionale.
Domani sera,
dall’anfiteatro scaligero, Carlo Conti e Zucchero annunceranno, durante
il Tg1 delle 20, la maratona artistica ‘Da Verona accendiamo la musica’.
Dal 2 al 6 settembre, infatti, l’anfiteatro scaligero ospiterà una
cinque giorni di eventi nazionali in diretta televisiva per far
ripartire l’intero settore musicale.
Tutti i riflettori si accenderanno sulla nostra città. I
più importanti cantanti e musicisti italiani, dopo mesi di stop a
concerti e spettacoli, torneranno insieme a calcare il palcoscenico del
teatro all’aperto più grande del mondo.
A Verona arriveranno tutti i
numeri uno della canzone, ma anche i giovani emergenti. Una iniziativa
dedicata ai professionisti dello spettacolo, non solo artisti dunque ma
anche tecnici, manager, agenzie, presentatori, ballerini, costumisti,
maestranze e tutti coloro che da mesi aspettano di poter lavorare.
E
subito dopo sarà la volta dei Power Hits Estate 2020, sempre in
diretta. Tanti cantanti torneranno il 9 settembre per il concerto di Rtl
102.5, che ha raccolto l’eredità di Festivalbar. Una settimana,
insomma, di grandi eventi tv.
Ad annunciare
l’iniziativa, lasciando la suspense in attesa del collegamento di domani
sera, il sindaco Federico Sboarina. “Per la prima volta nella storia
della nostra città e dell’intero Paese, tutti gli artisti si uniranno
per riaccendere la musica dal vivo dopo mesi di silenzio – ha detto il
sindaco -. E lo faranno proprio da Verona. Dopo le esibizioni di Diodato
e Grigolo, dopo le serate-evento della lirica che partiranno a fine
luglio, ancora una volta i riflettori internazionali saranno puntati
sulla nostra città. Da domani a settembre sarà una continua promozione
di Verona e dell’Arena.
Nessun’altra città si può permettere un simile
biglietto da visita, il nostro monumento simbolo sta richiamando grandi
eventi e produzioni. Ci stiamo lavorando da mesi perché volevamo essere
pronti non appena gli spettacoli fossero ripartiti, si parla non solo di
un indotto importantissimo per il nostro territorio ma anche di far
tornare a lavorare un comparto con migliaia di professionisti. E poi è
un ulteriore tassello per riportare la nostra città alla normalità,
ossia con i milioni di turisti che avevamo prima. Già in questi giorni
le strade e le piazze di Verona sono tornate a riempirsi, sono sicuro
che vedremo i frutti di tutta questa pubblicità”.
fonte: www.tgverona.it
Labels:
Arena di Verona,
eventi musicali,
eventi televisivi,
lirica,
musica
Danza, su Rai5 nuova creazione di Aterballetto e Toscanini. Verrà trasmessa in prima assoluta il 25 giugno alle 21.15
La danza, la musica, l'arte visiva, il video. Quattro linguaggi artistici si incontrano.
E' la nuova (video) creazione coreografica dal titolo 'The Other Side', realizzata dalla Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto di Reggio Emilia e dalla Toscanini di Parma (per la prima volta insieme in un progetto del genere), con il sostegno di Collezione Maramotti di Reggio Emilia e la collaborazione del Ravenna Festival, che verrà trasmessa in prima assoluta su Rai5 giovedì 25 giugno, alle 21,15. L'iniziativa parte dall'esperienza di '1 meter Closer', prodotta in aprile e presentata sempre da Rai5 nella Giornata mondiale della danza il 29 aprile scorso.
La nuova videocreazione è affidata al coreografo e danzatore della compagnia Aterballetto Saul Daniele Ardillo, affiancato dal drammaturgo Simone Giorgi, scrittore edito da Einaudi.La Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto di Reggio Emilia e la Toscanini di Parma hanno lavorato insieme al progetto nei mesi di maggio e giugno 2020, con i danzatori della compagnia e i musicisti della Filarmonica Arturo Toscanini.
Tutto parte da una storia (di Simone Giorgi) di solitudini che si rincorrono da una parte all'altra delle pareti, sul filo di grandi brani di repertorio o di musiche scritte per l'occasione. Da qui lo spunto per una ricerca coreografica (di Saul Daniele Ardillo) intorno al corpo di danzatori, che sono isolati da un'epidemia nella primavera del 2020 ma potrebbero esserlo in qualsiasi primavera della loro e nostra vita.
"Gigi Cristoforetti, nocchiero dell'Aterballetto in questa tempesta - commenta l'assessore alla Cultura della Regione Emilia-Romagna, Mauro Felicori - è stato fra i primi a capire che bisognava reagire all'epidemia. Benché la fisicità collettiva della danza, oltre al problema della vicinanza del pubblico, potesse scoraggiare ogni attività, la Fondazione regionale con sede a Reggio Emilia ha inventato '1 meter Closer', facendo danzare insieme artisti lontani chilometri l'uno dall'altro. E ora replica con questo nuovo video, 'The Other Side', stavolta frutto della collaborazione con Alberto Triola e la Toscanini".
fonte: RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA Redazione ANSA www.ansa.it
Il Giornale della Danza.com, la prima testata giornalistica online in Italia compie 11 anni
Il Giornale della Danza compie 11 anni: un grande traguardo per la prima testata giornalistica online in Italia dedicata interamente alla danza che ha fatto da apripista al giornalismo di danza online.
In foto: (Conferenza stampa di presentazione Giornale della Danza 21 giugno 2009, Roma)
Nel 2009, infatti, anno in cui sono state gettate le basi per la sua nascita, non esisteva ancora nessuna testata in rete dedicata esclusivamente alla danza e, pertanto, la sua istituzione ha rappresentato il primo lancio in Italia di un vero e proprio quotidiano della danza, con interviste, recensioni, rubriche e notizie in tempo reale sul mondo coreutico internazionale. Un prodotto innovativo ideato e fortemente voluto dal Direttore Sara Zuccari, giornalista e critico di danza, antesignana ed esperta del giornalismo coreutico online, una vera pioniera nel settore, a lei si può attribuire il primato di aver portato per prima la danza nel web, con un background ricchissimo di esperienze in campo giornalistico.
Con grande commozione, celebrando questa importante ricorrenza, il Direttore Sara Zuccari afferma: Il Giornale della Danza compie 11 anni, un traguardo importante ma soprattutto un punto di riferimento per la danza italiana, per gli italiani all’estero e per la danza internazionale, che guarda il nostro Paese sempre con professionalità, ricerca e approfondimento. Il Giornale della Danza in questi anni ha dato voce alla danza, a chi la sostiene e largo spazio ad operatori del settore e artisti. Non va dimenticato il primato che vanta il Giornale della Danza, quello di essere la prima testata giornalistica online fondata in Italia interamente dedicata alla danza e al balletto, pensata esclusivamente per il giornalismo coreutico online tra il 2009 e 2010. Prima di noi non c’era nulla nel web, solo riviste cartacee, e solo in seguito le altre testate e blog hanno aperto i loro siti. Questo è un primato importante, un primato pionieristico di settore, che non va dimenticato. Voglio infine ringraziare di cuore tutti coloro che hanno contribuito alla crescita e al successo di questo giornale, sicuri e convinti che continueremo il nostro lavoro con serietà e lealtà, valori che ci contraddistinguono: lunga vita al Giornale della Danza!
"Undici anni fa nasceva il nostro giornale. Innovativo, dinamico, sempre aggiornato e in linea con le grandi testate giornalistiche, nazionali e internazionali, per contenuti, stile e comunicazione. E questa è una pubblicazione speciale: un altro anno di informazione di danza si chiude tra alti e bassi, ma sempre con una profonda e sentita passione per quest’arte meravigliosa.
Non mi soffermerò a ricordare , non sono tanto il tipo. Ma siccome credo nel merito, lasciatemi accennare una cosa: questo giornale ha aiutato migliaia di danzatori, coreografi, compagnie e festival a promuovere, ad avere una visibilità mediatica, di circuito e di botteghino, ma soprattutto ad informare il grande pubblico ogni giorno sul lavoro fatto (credo sia per questo che i nostri lettori lo hanno reso il giornale di danza più seguito e letto in Italia e dagli italiani all’estero).
Il giornaledelladanza.com non si è mai fermato, non è da noi. Anzi siamo stati continuamente alla ricerca per aggiornare il nostro servizio nel migliore dei modi, puntando sempre ad un’informazione corretta e sempre in tempo reale. Adesso il giornaledelladanza.com spicca ancora un nuovo salto verso il futuro con nuove iniziative e contenuti, ma con la certezza di avere uno storico importante e una grande responsabilità di credibilità e di prestigio.
Oggi è la nostra festa, per questo, lasciatemi rivolgere un ringraziamento speciale a tutta la mia redazione per l’impeccabile professionalità dimostrata in questi undici anni meravigliosi di giornalismo di danza."
Il Giornale della Danza è stato istituto con la collaborazione del Vicedirettore Lorena Coppola, Fondatrice e Presidente della Fondazione Léonide Massine.
Esperta di studi coreutici e di ricerca in ambito coreografico, autrice di numerose pubblicazioni, ha organizzato e diretto molteplici eventi artistici e produzioni teatrali ed ha curato per anni il settore stampa, comunicazione e relazioni esterne per eventi, istituzioni, artisti e compagnie a livello internazionale. Molteplici le sue collaborazioni con istituzioni e teatri in tutto il mondo.
Al loro fianco in tutti questi anni un team di validissimi contributors, tra cui spiccano i nomi di Leonilde Zuccari, Valentina Clemente Stefania Napoli e Elena Parmegiani. La testata, gestita da uno staff estremamente qualificato ed impegnato H24, si avvale inoltre dell’apporto di critici, esperti ed affermati nomi del panorama coreutico e vanta un comitato d’onore composto da nomi illustri della danza internazionale e del mondo mediatico, quali Emilio Carelli, Flavia Pappacena, Luana Poggini. Ha inoltre avuto l’onore di avere tra le sue più prestigiose collaborazioni i due grandi riferimenti della critica di danza in Italia: Vittoria Ottolenghi e il Professor Alberto Testa. In questi dieci anni il Giornale della Danza, mettendo a frutto le grandi potenzialità della rete, è cresciuto sempre più, grazie all’immediatezza della notizia capace di raggiungere tutti in tempo reale e grazie alla sua straordinaria capacità di evolversi al passo con i tempi.
fonte: Redazione www.giornaledelladanza.com
In foto: (Conferenza stampa di presentazione Giornale della Danza 21 giugno 2009, Roma)
Nel 2009, infatti, anno in cui sono state gettate le basi per la sua nascita, non esisteva ancora nessuna testata in rete dedicata esclusivamente alla danza e, pertanto, la sua istituzione ha rappresentato il primo lancio in Italia di un vero e proprio quotidiano della danza, con interviste, recensioni, rubriche e notizie in tempo reale sul mondo coreutico internazionale. Un prodotto innovativo ideato e fortemente voluto dal Direttore Sara Zuccari, giornalista e critico di danza, antesignana ed esperta del giornalismo coreutico online, una vera pioniera nel settore, a lei si può attribuire il primato di aver portato per prima la danza nel web, con un background ricchissimo di esperienze in campo giornalistico.
Con grande commozione, celebrando questa importante ricorrenza, il Direttore Sara Zuccari afferma: Il Giornale della Danza compie 11 anni, un traguardo importante ma soprattutto un punto di riferimento per la danza italiana, per gli italiani all’estero e per la danza internazionale, che guarda il nostro Paese sempre con professionalità, ricerca e approfondimento. Il Giornale della Danza in questi anni ha dato voce alla danza, a chi la sostiene e largo spazio ad operatori del settore e artisti. Non va dimenticato il primato che vanta il Giornale della Danza, quello di essere la prima testata giornalistica online fondata in Italia interamente dedicata alla danza e al balletto, pensata esclusivamente per il giornalismo coreutico online tra il 2009 e 2010. Prima di noi non c’era nulla nel web, solo riviste cartacee, e solo in seguito le altre testate e blog hanno aperto i loro siti. Questo è un primato importante, un primato pionieristico di settore, che non va dimenticato. Voglio infine ringraziare di cuore tutti coloro che hanno contribuito alla crescita e al successo di questo giornale, sicuri e convinti che continueremo il nostro lavoro con serietà e lealtà, valori che ci contraddistinguono: lunga vita al Giornale della Danza!
"Undici anni fa nasceva il nostro giornale. Innovativo, dinamico, sempre aggiornato e in linea con le grandi testate giornalistiche, nazionali e internazionali, per contenuti, stile e comunicazione. E questa è una pubblicazione speciale: un altro anno di informazione di danza si chiude tra alti e bassi, ma sempre con una profonda e sentita passione per quest’arte meravigliosa.
Non mi soffermerò a ricordare , non sono tanto il tipo. Ma siccome credo nel merito, lasciatemi accennare una cosa: questo giornale ha aiutato migliaia di danzatori, coreografi, compagnie e festival a promuovere, ad avere una visibilità mediatica, di circuito e di botteghino, ma soprattutto ad informare il grande pubblico ogni giorno sul lavoro fatto (credo sia per questo che i nostri lettori lo hanno reso il giornale di danza più seguito e letto in Italia e dagli italiani all’estero).
Il giornaledelladanza.com non si è mai fermato, non è da noi. Anzi siamo stati continuamente alla ricerca per aggiornare il nostro servizio nel migliore dei modi, puntando sempre ad un’informazione corretta e sempre in tempo reale. Adesso il giornaledelladanza.com spicca ancora un nuovo salto verso il futuro con nuove iniziative e contenuti, ma con la certezza di avere uno storico importante e una grande responsabilità di credibilità e di prestigio.
Oggi è la nostra festa, per questo, lasciatemi rivolgere un ringraziamento speciale a tutta la mia redazione per l’impeccabile professionalità dimostrata in questi undici anni meravigliosi di giornalismo di danza."
Esperta di studi coreutici e di ricerca in ambito coreografico, autrice di numerose pubblicazioni, ha organizzato e diretto molteplici eventi artistici e produzioni teatrali ed ha curato per anni il settore stampa, comunicazione e relazioni esterne per eventi, istituzioni, artisti e compagnie a livello internazionale. Molteplici le sue collaborazioni con istituzioni e teatri in tutto il mondo.
Al loro fianco in tutti questi anni un team di validissimi contributors, tra cui spiccano i nomi di Leonilde Zuccari, Valentina Clemente Stefania Napoli e Elena Parmegiani. La testata, gestita da uno staff estremamente qualificato ed impegnato H24, si avvale inoltre dell’apporto di critici, esperti ed affermati nomi del panorama coreutico e vanta un comitato d’onore composto da nomi illustri della danza internazionale e del mondo mediatico, quali Emilio Carelli, Flavia Pappacena, Luana Poggini. Ha inoltre avuto l’onore di avere tra le sue più prestigiose collaborazioni i due grandi riferimenti della critica di danza in Italia: Vittoria Ottolenghi e il Professor Alberto Testa. In questi dieci anni il Giornale della Danza, mettendo a frutto le grandi potenzialità della rete, è cresciuto sempre più, grazie all’immediatezza della notizia capace di raggiungere tutti in tempo reale e grazie alla sua straordinaria capacità di evolversi al passo con i tempi.
fonte: Redazione www.giornaledelladanza.com
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giornale della danza,
Sara Zuccari
domenica 21 giugno 2020
L’Onu all’Italia: «Necessarie leggi antidiscriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere»
Nella missiva sono state fatte raccomandazioni specifiche tra cui la creazione di un’istituzione indipendente per i diritti umani, il rafforzamento di leggi e politiche per contrastare le discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere, nonché il potenziamento dell’Unar.
Al riguardo Yuri Guaiana, presidente dell’Associazione radicale Certi Diritti e coordinatore del lavoro di advocacy relativo al terzo ciclo dell’Upr svolto da una coalizione composta da Arcigay, Associazione radicale Certi Diritti, Centro Risorse Lgbti, Gaycs e OII-Italia, ha rilevato come tali raccomandazioni arrivino «mentre si avvia in Parlamento la discussione sulla legge contro l’omotransfobia» e come esse siano «particolarmente tempestive e diano all’Italia l’opportunità di dar seguito speditamente agli impegni presi all’Onu accettando 16 raccomandazioni sui diritti umani delle persone Lgbti».
Secondo Gabriele Piazzoni, segretario generale Arcigay, «le Nazioni Unite ci ricordano con queste raccomandazioni il ritardo che sconta L’Italia sulle politiche di contrasto e prevenzione delle discriminazioni. Un ritardo che non ha alcuna giustificazione e deve essere colmato rapidamente come avvenuto in tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale, la violenza non può essere giustificata in alcun modo: è ora che la politica guardi in faccia alla realtà e in occasione dell’attuale dibattito legislativo in Parlamento, ne tragga le ovvie conseguenze, dotando il nostro Paese di una legge coraggiosa ed efficace che finalmente protegga tutte e tutti i cittadini dalle discriminazioni che un paese civile non può scambiare per opinioni, ma riconoscere come violenza».
«È anche grazie a raccomandazioni come questa – ha infine dichiarato Valeria Roberti del Centro Risorse Lgbti – che le nostre istituzioni devono agire, non si può più temporeggiare, nè per quel che riguarda la legge nazionale relativa ai crimini d’odio omobilesbotransfobico, nè per un approccio più strutturato di tutti gli enti pubblici a supporto della comunità Lgbtqi+, delle associazioni di categoria e di progetti innovativi di tutela delle fragilità all’interno della comunità».
fonte: by www.gaynews.it
Laverne Cox di OITNB presenta Disclosure, docufilm Netflix sulla rappresentazione delle persone trans
Il nuovo documentario Netflix offre uno sguardo senza precedenti sulla
rappresentazione cinematografica e televisiva delle persone e dei
personaggi trans. PH. [Ava Benjamin Shorr/Netflix]
Dopo la presentazione al Sundance, il 19 giugno Disclosure sbarca su Netflix. Questo nuovo documentario, diretto da Sam Feder e prodotto fra gli altri da Laverne Cox (Sophia Burset in Orange Is The New Black), fa il suo debutto nel mese del Pride per offrire uno sguardo illuminante e senza precedenti sulla rappresentazione cinematografica e televisiva delle persone e dei personaggi transgender.
Il documentario porta il pubblico dietro le quinte di un processo culturale che Hollywood riflette e alimenta, influenzando sia il ruolo delle persone trans che la percezione degli spettatori nel tempo. E così alcuni tra i membri più brillanti e popolari della comunità si prendono la scena per condividere emozioni, reazioni ed obiezioni ad alcuni dei momenti più significativi sperimentati e osservati nel mondo di Hollywood.
Disclosure ha preso vita in modo splendido perché al centro della produzione ci sono state delle persone trans: dalle prime fasi di ricerca alla distribuzione ne sono state coinvolte più di 150, ha raccontato Feder a Deadline. Ora che Netflix ha acquistato i diritti di Disclosure, gli abbonati nel mondo potranno guardarlo nel mese del Pride, un periodo in cui di solito la comunità LGBTQ scende in piazza per celebrare le nostre vite e lottare per i nostri diritti. Sono così orgoglioso di tutte le persone trans che hanno contribuito a rendere Disclosure ciò che è, e non vedo l’ora di condividerlo.
Sono davvero felicissima che Disclosure abbia trovato casa su Netflix, in cui il pubblico di tutto il mondo avrà un posto in prima fila per godersi il lavoro di Sam Feder e il suo sguardo sulle persone trans alle prese con la nostra storia sullo schermo, ha aggiunto Laverne Cox, impegnata davanti e dietro la macchina da presa. Sono estremamente grata a tutte le persone trans che hanno offerto voci, storie e genialità a questo film. Per me Disclosure è un sogno che diventa realtà. Siamo entusiasti di poter continuare a lavorare con Netflix per fare degli storici passi in avanti nella rappresentazione delle persone trans sullo schermo.
Il trailer di Disclosure pubblicato da Netflix introduce alcune delle menti più brillanti e creative coinvolte nel progetto. Si intravedono quindi Laverne Cox (Orange Is The New Black), Janet Mock, Mj Rodriguez e Angelica Ross (Pose), Lilly Wachowski (Matrix, Sense8, Work in Progress), Yance Ford (Strong Island) e Jamie Clayton (Sense8, The L Word: Generation Q), ma c’è spazio anche per Chaz Bono (American Horror Story), Trace Lysette e Alexandra Billings (Transparent), Elliot Fletcher (The Fosters), Hunter Schafer (Euphoria) e molti altri.
Analizzando film come A Florida Enchantment (1914), Quel Pomeriggio di Un Giorno da Cani, La Moglie del Soldato e Boys Don’t Cry, oltre a serie come I Jefferson, The L Word e Pose, i protagonisti di Disclosure ricostruiscono una storia che è disumanizzante e al contempo in trasformazione, complessa e a tratti comica.
Il risultato è un racconto avvincente di come la rappresentazione delle persone trans sullo schermo, le credenze sociali e la realtà della vita del popolo transgender interagiscano dinamicamente. Il regista Sam Feder ridefinisce così scene familiari e personaggi iconici per osservarli da prospettive nuove, e permette agli spettatori di capire come ciò che un tempo aveva catturato l’immaginario americano susciti oggi sentimenti nuovi.
Spero che Disclosure possa essere usato come un modello, non soltanto in relazione al modo in cui impariamo a conoscere le vite delle persone trans, ma anche quelle delle altre comunità emarginate, ha spiegato Feder all’EW. Se non sei un uomo bianco etero e cisgender, i media fanno abbastanza schifo. E le vite delle persone trans nere sono particolarmente vulnerabili.
All’inizio volevo che questo film si concentrasse sulla rappresentazione mediatica delle persone trans, ma poi mi sono accorto che continuavo a sovrapporsi alla loro vita e rappresentazione a Hollywood. Questo ha cambiato profondamente la mia prospettiva. Ho smesso di guardare film e serie tv di Hollywood vent’anni fa perché li trovavo fastidiosi, dolorosi e offensivi. La realtà era già abbastanza difficile perché mi venisse voglia di guardare cose che mi avrebbero fatto sentire peggio.
Gli ultimi anni, però, dimostrano come le cose stiano iniziando a cambiare. E pur nel tempo delle rabbiose proteste del Black Lives Matter e nel caos transfobico scatenato da J.K. Rowling, Disclosure appare un progetto quanto mai puntuale nel suo tentativo di documentare l’evoluzione di questa rappresentazione.
Ecco il trailer di Disclosure, su Netflix dal 19 giugno: QUI
fonte: di Ambra Romanazzi www.optimagazine.com
Dopo la presentazione al Sundance, il 19 giugno Disclosure sbarca su Netflix. Questo nuovo documentario, diretto da Sam Feder e prodotto fra gli altri da Laverne Cox (Sophia Burset in Orange Is The New Black), fa il suo debutto nel mese del Pride per offrire uno sguardo illuminante e senza precedenti sulla rappresentazione cinematografica e televisiva delle persone e dei personaggi transgender.
Il documentario porta il pubblico dietro le quinte di un processo culturale che Hollywood riflette e alimenta, influenzando sia il ruolo delle persone trans che la percezione degli spettatori nel tempo. E così alcuni tra i membri più brillanti e popolari della comunità si prendono la scena per condividere emozioni, reazioni ed obiezioni ad alcuni dei momenti più significativi sperimentati e osservati nel mondo di Hollywood.
Disclosure ha preso vita in modo splendido perché al centro della produzione ci sono state delle persone trans: dalle prime fasi di ricerca alla distribuzione ne sono state coinvolte più di 150, ha raccontato Feder a Deadline. Ora che Netflix ha acquistato i diritti di Disclosure, gli abbonati nel mondo potranno guardarlo nel mese del Pride, un periodo in cui di solito la comunità LGBTQ scende in piazza per celebrare le nostre vite e lottare per i nostri diritti. Sono così orgoglioso di tutte le persone trans che hanno contribuito a rendere Disclosure ciò che è, e non vedo l’ora di condividerlo.
Sono davvero felicissima che Disclosure abbia trovato casa su Netflix, in cui il pubblico di tutto il mondo avrà un posto in prima fila per godersi il lavoro di Sam Feder e il suo sguardo sulle persone trans alle prese con la nostra storia sullo schermo, ha aggiunto Laverne Cox, impegnata davanti e dietro la macchina da presa. Sono estremamente grata a tutte le persone trans che hanno offerto voci, storie e genialità a questo film. Per me Disclosure è un sogno che diventa realtà. Siamo entusiasti di poter continuare a lavorare con Netflix per fare degli storici passi in avanti nella rappresentazione delle persone trans sullo schermo.
Il trailer di Disclosure pubblicato da Netflix introduce alcune delle menti più brillanti e creative coinvolte nel progetto. Si intravedono quindi Laverne Cox (Orange Is The New Black), Janet Mock, Mj Rodriguez e Angelica Ross (Pose), Lilly Wachowski (Matrix, Sense8, Work in Progress), Yance Ford (Strong Island) e Jamie Clayton (Sense8, The L Word: Generation Q), ma c’è spazio anche per Chaz Bono (American Horror Story), Trace Lysette e Alexandra Billings (Transparent), Elliot Fletcher (The Fosters), Hunter Schafer (Euphoria) e molti altri.
Analizzando film come A Florida Enchantment (1914), Quel Pomeriggio di Un Giorno da Cani, La Moglie del Soldato e Boys Don’t Cry, oltre a serie come I Jefferson, The L Word e Pose, i protagonisti di Disclosure ricostruiscono una storia che è disumanizzante e al contempo in trasformazione, complessa e a tratti comica.
Il risultato è un racconto avvincente di come la rappresentazione delle persone trans sullo schermo, le credenze sociali e la realtà della vita del popolo transgender interagiscano dinamicamente. Il regista Sam Feder ridefinisce così scene familiari e personaggi iconici per osservarli da prospettive nuove, e permette agli spettatori di capire come ciò che un tempo aveva catturato l’immaginario americano susciti oggi sentimenti nuovi.
Spero che Disclosure possa essere usato come un modello, non soltanto in relazione al modo in cui impariamo a conoscere le vite delle persone trans, ma anche quelle delle altre comunità emarginate, ha spiegato Feder all’EW. Se non sei un uomo bianco etero e cisgender, i media fanno abbastanza schifo. E le vite delle persone trans nere sono particolarmente vulnerabili.
All’inizio volevo che questo film si concentrasse sulla rappresentazione mediatica delle persone trans, ma poi mi sono accorto che continuavo a sovrapporsi alla loro vita e rappresentazione a Hollywood. Questo ha cambiato profondamente la mia prospettiva. Ho smesso di guardare film e serie tv di Hollywood vent’anni fa perché li trovavo fastidiosi, dolorosi e offensivi. La realtà era già abbastanza difficile perché mi venisse voglia di guardare cose che mi avrebbero fatto sentire peggio.
Gli ultimi anni, però, dimostrano come le cose stiano iniziando a cambiare. E pur nel tempo delle rabbiose proteste del Black Lives Matter e nel caos transfobico scatenato da J.K. Rowling, Disclosure appare un progetto quanto mai puntuale nel suo tentativo di documentare l’evoluzione di questa rappresentazione.
Ecco il trailer di Disclosure, su Netflix dal 19 giugno: QUI
fonte: di Ambra Romanazzi www.optimagazine.com
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giovedì 18 giugno 2020
Chi ha detto che non puoi sfondare a Hollywood? La nuova miniserie Netflix fuori dai ranghi e dalle convenzioni sociali del tempo
Una storia di ordinaria follia nel cuore di Hollywood.
Ryan Murphy e Ian Brennan sbarcano su Netflix con una miniserie da 7 episodi e con uno stile diverso dai soliti standard.
I due creatori di questa serie tv a dir poco fuori dalle righe ci portano nella Hollywood degli anni '40. Sullo sfondo di una musica jazz che esce dalla radio di una Chevrolet di turno, si intrecciano le storie di aspiranti attori pronti a fare fuoco sul set per il colosso del nuovo cinema, gli ACE studios.
Piccolo particolare, questa volta i protagonisti della scena hollywoodiana sono emarginati: neri, gay, asiatici, ex soldati con una famiglia da mantenere ma disposti a tutto pur di comparire sul grande schermo e prendersi la loro rivincita.
Murphy, autore di Glee e American Horror Story si supera ancora, giocando questa volta tra realtà e finzione. La linea di confine è molto sottile ma il prodotto finale è come sempre, degno di nota. Le interpretazioni di icone come Rock Hudson, Vivian Leigh, Hattie Mc Daniel sono un tuffo nella Golden Age di quegli anni.
Sembra quasi di rivederli tutti sopra una pellicola da 35 millimetri. E poi? Le sorprese non sono finite di certo. Il personaggio decisamente più controverso è l’agente, realmente esistito, Henry Wilson interpretato magistralmente da Jim Parson (The Big Ben Theory vi ricorderà qualcosa). Wilson è una star-maker senza scrupoli che porterà Rock Hudson e altri giovani come lui al successo, in cambio però di prestazioni sessuali.
Passato alla storia come una potente figura dell’industria cinematografica, Henry Wilson compare nella serie tv per sfatare un altro mito costruito dai ben pensanti di Hollywood. I party di lusso e i frequenti ricatti a sfondo sessuale lanciano lo sguardo al caso Weinstein e alle abitudini di un mondo troppo spesso avvolto nel mistero.
Sulle note di Benny Goodman e Bobby Darin e altri pezzi tutti in stile noir, la serie tv Netflix ci porta nel quartiere più frequentato di Los Angeles, spesso fuori dai ranghi e dalle convenzioni sociali del tempo. Qui a Hollywood il successo comincia quando un attore smette di essere se stesso. Ma questa volta le aspiranti star stanno per riscrivere la storia americana. E allora tredue uno ciak, si gira.
fonte: Valerio Caccavale www.zai.net
Ryan Murphy e Ian Brennan sbarcano su Netflix con una miniserie da 7 episodi e con uno stile diverso dai soliti standard.
I due creatori di questa serie tv a dir poco fuori dalle righe ci portano nella Hollywood degli anni '40. Sullo sfondo di una musica jazz che esce dalla radio di una Chevrolet di turno, si intrecciano le storie di aspiranti attori pronti a fare fuoco sul set per il colosso del nuovo cinema, gli ACE studios.
Piccolo particolare, questa volta i protagonisti della scena hollywoodiana sono emarginati: neri, gay, asiatici, ex soldati con una famiglia da mantenere ma disposti a tutto pur di comparire sul grande schermo e prendersi la loro rivincita.
Murphy, autore di Glee e American Horror Story si supera ancora, giocando questa volta tra realtà e finzione. La linea di confine è molto sottile ma il prodotto finale è come sempre, degno di nota. Le interpretazioni di icone come Rock Hudson, Vivian Leigh, Hattie Mc Daniel sono un tuffo nella Golden Age di quegli anni.
Sembra quasi di rivederli tutti sopra una pellicola da 35 millimetri. E poi? Le sorprese non sono finite di certo. Il personaggio decisamente più controverso è l’agente, realmente esistito, Henry Wilson interpretato magistralmente da Jim Parson (The Big Ben Theory vi ricorderà qualcosa). Wilson è una star-maker senza scrupoli che porterà Rock Hudson e altri giovani come lui al successo, in cambio però di prestazioni sessuali.
Passato alla storia come una potente figura dell’industria cinematografica, Henry Wilson compare nella serie tv per sfatare un altro mito costruito dai ben pensanti di Hollywood. I party di lusso e i frequenti ricatti a sfondo sessuale lanciano lo sguardo al caso Weinstein e alle abitudini di un mondo troppo spesso avvolto nel mistero.
Sulle note di Benny Goodman e Bobby Darin e altri pezzi tutti in stile noir, la serie tv Netflix ci porta nel quartiere più frequentato di Los Angeles, spesso fuori dai ranghi e dalle convenzioni sociali del tempo. Qui a Hollywood il successo comincia quando un attore smette di essere se stesso. Ma questa volta le aspiranti star stanno per riscrivere la storia americana. E allora tredue uno ciak, si gira.
fonte: Valerio Caccavale www.zai.net
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È morto Bob, il gatto del film “A spasso con Bob” con Luke Treadaway
Dopo essere stato il protagonista di numerosi best seller e di un film che porta il suo nome, è morto Bob, il gatto rosso a cui si ispira il romanzo “A streetcat named Bob” scritto da James Bowen.
A darne la notizia è proprio il suo padrone, nonché scrittore del libro, che ha dichiarato: “Bob mi ha salvato la vita, non lo dimenticherò mai”. Infatti quella che è raccontata nel libro e nella sua trasposizione cinematografica è la vera storia di James e Bob, che sono diventati l’uno l’ancora di salvezza dell’altro.
Molti sono i film che hanno avuto come protagonisti degli animali, il più delle volte domestici, che in un modo o nell'altro hanno aiutato i loro padroni a cambiare la loro vita.
Ed ecco che nella giornata di ieri, 15 giugno 2020, è morto Bob, il gatto rosso che ha ispirato il romanzo "A streetcat named Bob" diventato un film omonimo nel 2016, che in Italia è conosciuto con il titolo di "A spasso con Bob". Il romanzo è diventato un best seller soprattutto nel Regno Unito e racconta della storia del piccolo felino e di James Bowen un senzatetto poi diventato autore del su citato romanzo. È
Il commovente addio di James Bowen
A dare la triste notizia è stata la casa editrice Hodder & Stoughton insieme James Bowen. Il piccolo e vivace Bob aveva 14 anni e più di centomila like sono arrivati da parte dei fan sulla pagina dedicata al romanzo e al film. A commentare l'accaduto è proprio Bowen che non è riuscito a trattenere la commozione per aver perso un compagno di viaggio, oltre che un amico a quattro zampe:
"Bob mi ha salvato la vita. È così semplice. Mi ha dato molto di più che compagnia. Con lui al mio fianco, ho trovato una direzione e uno scopo che mi mancava. Il successo che abbiamo ottenuto insieme attraverso i nostri libri e film è stato miracoloso. Ha incontrato migliaia di persone, ha toccato milioni di vite. Non c'è mai stato un gatto come lui E non ci sarà mai più. Mi sento come se la luce si fosse spenta nella mia vita. Non lo dimenticherò mai."
La vera storia di James e Bob
La storia raccontata nel romanzo "A streetcat named Bob" del 2010, e rielaborata anche nel film del 2016 con protagonista l'attore inglese Luke Treadway, parla di ciò che è realmente successo al giovane James. Era il 2007 quando Bowen incontrò, per la prima volta, Bob sul suo cammino. All'epoca era un ragazzo che stava cercando di disintossicarsi dall'uso di sostanze stupefacenti, e camminando per le strade londinesi si imbatté in un gatto malconcio e ferito, di cui immediatamente decise di prendersi cura. Quel compito che si era imposto era diventato il motivo che dava a James la forza di alzarsi ogni mattina, tanto che una volta guarito non riuscì a separarsi da Bob. Continuò a guadagnarsi da vivere come artista di strada, suonando per le strade di Londra, finché un giorno non decise di scrivere un romanzo che raccontasse la sua storia.
Nel 2012 il libro viene pubblicato per la prima volta, ottenendo un successo strepitoso, tanto che a ruota seguirono altri libri sulle avventure di Bob, ovvero i suoi sequel Il mondo Secondo Bob, Un regalo di Bob e The Little Book of Bob, che hanno raggiunto oltre otto milioni di libri tradotti in più di quaranta lingue. Dopodiché arrivò anche il successo cinematografico, dove il ruolo di Bob fu interpretato dal gatto stesso che divenne, quindi, famoso in tutto il mondo.
fonte: di Ilaria Costabile https://cinema.fanpage.it
A darne la notizia è proprio il suo padrone, nonché scrittore del libro, che ha dichiarato: “Bob mi ha salvato la vita, non lo dimenticherò mai”. Infatti quella che è raccontata nel libro e nella sua trasposizione cinematografica è la vera storia di James e Bob, che sono diventati l’uno l’ancora di salvezza dell’altro.
Molti sono i film che hanno avuto come protagonisti degli animali, il più delle volte domestici, che in un modo o nell'altro hanno aiutato i loro padroni a cambiare la loro vita.
Ed ecco che nella giornata di ieri, 15 giugno 2020, è morto Bob, il gatto rosso che ha ispirato il romanzo "A streetcat named Bob" diventato un film omonimo nel 2016, che in Italia è conosciuto con il titolo di "A spasso con Bob". Il romanzo è diventato un best seller soprattutto nel Regno Unito e racconta della storia del piccolo felino e di James Bowen un senzatetto poi diventato autore del su citato romanzo. È
Il commovente addio di James Bowen
A dare la triste notizia è stata la casa editrice Hodder & Stoughton insieme James Bowen. Il piccolo e vivace Bob aveva 14 anni e più di centomila like sono arrivati da parte dei fan sulla pagina dedicata al romanzo e al film. A commentare l'accaduto è proprio Bowen che non è riuscito a trattenere la commozione per aver perso un compagno di viaggio, oltre che un amico a quattro zampe:
"Bob mi ha salvato la vita. È così semplice. Mi ha dato molto di più che compagnia. Con lui al mio fianco, ho trovato una direzione e uno scopo che mi mancava. Il successo che abbiamo ottenuto insieme attraverso i nostri libri e film è stato miracoloso. Ha incontrato migliaia di persone, ha toccato milioni di vite. Non c'è mai stato un gatto come lui E non ci sarà mai più. Mi sento come se la luce si fosse spenta nella mia vita. Non lo dimenticherò mai."
La vera storia di James e Bob
La storia raccontata nel romanzo "A streetcat named Bob" del 2010, e rielaborata anche nel film del 2016 con protagonista l'attore inglese Luke Treadway, parla di ciò che è realmente successo al giovane James. Era il 2007 quando Bowen incontrò, per la prima volta, Bob sul suo cammino. All'epoca era un ragazzo che stava cercando di disintossicarsi dall'uso di sostanze stupefacenti, e camminando per le strade londinesi si imbatté in un gatto malconcio e ferito, di cui immediatamente decise di prendersi cura. Quel compito che si era imposto era diventato il motivo che dava a James la forza di alzarsi ogni mattina, tanto che una volta guarito non riuscì a separarsi da Bob. Continuò a guadagnarsi da vivere come artista di strada, suonando per le strade di Londra, finché un giorno non decise di scrivere un romanzo che raccontasse la sua storia.
Nel 2012 il libro viene pubblicato per la prima volta, ottenendo un successo strepitoso, tanto che a ruota seguirono altri libri sulle avventure di Bob, ovvero i suoi sequel Il mondo Secondo Bob, Un regalo di Bob e The Little Book of Bob, che hanno raggiunto oltre otto milioni di libri tradotti in più di quaranta lingue. Dopodiché arrivò anche il successo cinematografico, dove il ruolo di Bob fu interpretato dal gatto stesso che divenne, quindi, famoso in tutto il mondo.
fonte: di Ilaria Costabile https://cinema.fanpage.it
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Musica > Fedez: “Farò concerti per 100-200 persone, voglio aiutare i lavoratori della musica disoccupati, quando tornerò sul palco sarà per loro”
Nel frattempo annuncia che potrebbe tornare a fare concerti, soprattutto per sostenere i lavori fragili della filiera della musica Live
Non solo imprenditore con Doom (Dream of Ordinary Madness) per aiutare i giovani che vogliono cimentarsi nella produzione digitale tra moda e musica, Fedez torna al suo primo amore: la musica.
È uscito il singolo “Bimbi per strada (Children)”, sulla musica di “Children” di Robert Miles del 1995, che arriva dopo altre due canzoni uscite durante il lockdown. Ma il rapper non si fermerà qui. “Problemi con tutti (Giuda) non è andato in radio e Le Feste di Pablo era un featuring in un brano di Cara. – ha dichiarato Fedez a La Repubblica – Posso dire che sto cercando di togliermi dalle logiche discografiche: questa era un’uscita che volevo fare, a breve ne seguirà un’altra per l’estate, contro il parere del marketing che nn voleva due brani fuori assieme, per non confondere le radio. Nel lockdown ho creato, cercando di tornare al mio sound delle origini, diciamo più spartano.
Se e quando avrò voglia e l’esigenza artistica di pubblicare qualcosa lo farò. Ma al momento non ho dischi in canna”.
In questi mesi si è tanto parlato dei concerti che sono saltati questa estate e della filiera della musica in ginocchio, a causa del contraccolpi economici, in seguito alla pandemia. La voglia di tornare sul palco con una serie di concerti, c’è. “Appena sarà possibile ne farò, ma per 100-200 persone (il dpcm prevede infatti che per eventi al chiuso ci siano al massimo 200 persone, mille per luoghi all’aperto, ndr). – ha spiegato il rapper – Non solo perché tempo che il tempo delle adunate sia lontano ancora, ma anche perché voglio aiutare concretamente i lavoratori della musica disoccupati: elettricisti, operai, tecnici. Quando tornerò sul palco sarà per loro. Lo streaming è una buona alternativa ma appunto non fa lavorare queste persone”.
fonte: di Andrea Conti www.ilfattoquotidiano.it
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Firenze: San Giovanni senza fuochi, ecco la festa no Covid
Gli eventi in programma per festeggiare il 24 Giugno prevedono
un concerto in Duomo, aperture straordinarie nei musei e luci al posto
dei fuochi.
Niente Fochi per evitare assembramenti, sarà un San Giovanni particolare a causa della pandemia ma oltre agli eventi coordinati con Torino e Genova Firenze ha preparato un cartellone di eventi.
I musei di Palazzo Vecchio, Bardini e Novecento saranno aperti al pubblico, gratuitamente per tutti i visitatori. Palazzo Vecchio (inclusa la possibilità di visitare gli arazzi medicei della Sala dei Duecento) dalle 10 alle 15, Museo Bardini e Museo Novecento dalle 15 alle 20. I musei saranno poi tra i protagonisti della serata, con riprese video, anche con droni, all’interno di Palazzo Vecchio, con focus sul Salone e nella Sala di Clemente VII, del museo Bardini, del museo dell’Opera del Duomo e del museo archeologico.
Nel Duomo di Firenze si svolgerà alle 17.30 il concerto diretto dal maestro Zubin Mehta con il Coro e l’Orchestra del Maggio musicale fiorentino.
In piazza Santa Croce dalle 18 i protagonisti saranno il Calcio Storico e il Corteo Storico della Repubblica Fiorentina, che renderanno omaggio a medici, infermieri, operatori sanitari, personale del servizio sanitario regionale e ai tanti volontari della Protezione civile del Comune di Firenze e delle varie associazioni e reti di solidarietà cittadine, che fin dall’inizio della pandemia si sono schierati in prima linea al fianco dei cittadini malati e più fragili. Il Calcio storico celebrerà il personale sanitario che ha fronteggiato l’emergenza sanitaria da Coronavirus nelle corsie degli ospedali, mentre il Corteo Storico della Repubblica Fiorentina renderà omaggio al mondo del volontariato.
Nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio si svolgerà l’evento ‘Strateco’, format dedicato al mondo della comunicazione, dove spiccano tra gli ospiti il vincitore dell’ultimo Sanremo Diodato, Niccolò Fabi, Irene Grandi, Pierfrancesco Favino. A salutare la città anche il video del cardinale Giuseppe Betori. Tra i protagonisti che animeranno la serata ci saranno anche Carlo Conti in dialogo con Bernardo Gianni da San Miniato al Monte, il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, Claudio Bini della Società di San Giovanni, e imprenditori e artigiani fiorentini.
Se quest'anno non potranno esserci i tradizionali "Fochi", a illuminare la notte di San Giovanni a Firenze ci penseranno alcune installazioni e show di luci colorate realizzati a cura di Silfi Spa, che coinvolgeranno alcuni dei luoghi simbolo della città, come la Cupola del Brunelleschi, la Basilica di San Miniato al Monte, l'Istituto degli Innocenti e le Porte storiche.
In collaborazione con la Società di San Giovanni Battista, tre fasci di luce andranno a illuminare, da tre punti diversi della città, la Lanterna del Duomo, sulla sommità della Cupola, che in occasione del Patrono risplenderà quindi in modo speciale fino ad oltre la mezzanotte.
A colorare la notte del 24 Giugno ci penseranno poi i giochi di luce sulle Porte storiche della città (Porta San Gallo, Porta alla Croce, Torre di San Niccolò, Porta Romana, Porta al Prato e Porta San Frediano), sulla facciata della Basilica di San Miniato al Monte e sul Loggiato dell'Istituto degli Innocenti, in piazza Santissima Annunziata.
fonte: www.quinewsfirenze.it
Niente Fochi per evitare assembramenti, sarà un San Giovanni particolare a causa della pandemia ma oltre agli eventi coordinati con Torino e Genova Firenze ha preparato un cartellone di eventi.
I musei di Palazzo Vecchio, Bardini e Novecento saranno aperti al pubblico, gratuitamente per tutti i visitatori. Palazzo Vecchio (inclusa la possibilità di visitare gli arazzi medicei della Sala dei Duecento) dalle 10 alle 15, Museo Bardini e Museo Novecento dalle 15 alle 20. I musei saranno poi tra i protagonisti della serata, con riprese video, anche con droni, all’interno di Palazzo Vecchio, con focus sul Salone e nella Sala di Clemente VII, del museo Bardini, del museo dell’Opera del Duomo e del museo archeologico.
Nel Duomo di Firenze si svolgerà alle 17.30 il concerto diretto dal maestro Zubin Mehta con il Coro e l’Orchestra del Maggio musicale fiorentino.
In piazza Santa Croce dalle 18 i protagonisti saranno il Calcio Storico e il Corteo Storico della Repubblica Fiorentina, che renderanno omaggio a medici, infermieri, operatori sanitari, personale del servizio sanitario regionale e ai tanti volontari della Protezione civile del Comune di Firenze e delle varie associazioni e reti di solidarietà cittadine, che fin dall’inizio della pandemia si sono schierati in prima linea al fianco dei cittadini malati e più fragili. Il Calcio storico celebrerà il personale sanitario che ha fronteggiato l’emergenza sanitaria da Coronavirus nelle corsie degli ospedali, mentre il Corteo Storico della Repubblica Fiorentina renderà omaggio al mondo del volontariato.
Nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio si svolgerà l’evento ‘Strateco’, format dedicato al mondo della comunicazione, dove spiccano tra gli ospiti il vincitore dell’ultimo Sanremo Diodato, Niccolò Fabi, Irene Grandi, Pierfrancesco Favino. A salutare la città anche il video del cardinale Giuseppe Betori. Tra i protagonisti che animeranno la serata ci saranno anche Carlo Conti in dialogo con Bernardo Gianni da San Miniato al Monte, il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, Claudio Bini della Società di San Giovanni, e imprenditori e artigiani fiorentini.
Se quest'anno non potranno esserci i tradizionali "Fochi", a illuminare la notte di San Giovanni a Firenze ci penseranno alcune installazioni e show di luci colorate realizzati a cura di Silfi Spa, che coinvolgeranno alcuni dei luoghi simbolo della città, come la Cupola del Brunelleschi, la Basilica di San Miniato al Monte, l'Istituto degli Innocenti e le Porte storiche.
In collaborazione con la Società di San Giovanni Battista, tre fasci di luce andranno a illuminare, da tre punti diversi della città, la Lanterna del Duomo, sulla sommità della Cupola, che in occasione del Patrono risplenderà quindi in modo speciale fino ad oltre la mezzanotte.
A colorare la notte del 24 Giugno ci penseranno poi i giochi di luce sulle Porte storiche della città (Porta San Gallo, Porta alla Croce, Torre di San Niccolò, Porta Romana, Porta al Prato e Porta San Frediano), sulla facciata della Basilica di San Miniato al Monte e sul Loggiato dell'Istituto degli Innocenti, in piazza Santissima Annunziata.
fonte: www.quinewsfirenze.it
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Staff at J.K. Rowling’s publisher won’t work on her new book after her anti-trans rants
J.K. Rowlings new children's book, "The Ickabog", is already giving people the creeps, but not for the reasons she'd like. J.K. RowlingPhoto: Shutterstock
The staff at the Hatchette Book Group publishing company are reportedly rebelling against working on J.K. Rowling’s new children’s book, The Ickabog, because of her continued transphobic screeds.
Daniel Radcliffe and other actors from the Harry Potter film series already denounced Rowling’s needlessly transphobic rants, but now the discontent is spreading to others handling her work.
Related: “Harry Potter” author J.K. Rowling continues support for extreme anti-transgender rhetoric
“Staff in the children’s department at Hachette announced they were no longer prepared to work on the book,” said one source. “They said they were opposed to her comments and wanted to show support for the trans lobby.”
Another said, “It was a handful of staff, and they are entitled to their views…. But this is a children’s fairy tale. It is not the end of the world. They will all be having chats with their managers.”
Hatchette, the book’s publisher, said in a statement that it was “proud” to publish Rowling’s fairy tale and said it respected its employees’ right to hold views different from their authors.
But while the company said it’d never force employees to work on books whose content they found upsetting for personal reasons, it said, “We draw a distinction between that and refusing to work on a book because they disagree with an author’s views outside their writing, which runs contrary to our belief in free speech.”
Hatchette made headlines last year when its staff walked out in protest of its plans to publish the memoir of Woody Allen, the longtime director accused of sexually abusing his daughter Dylan Farrow. The company eventually dropped the title, calling it a “difficult” decision but calling the book’s publication “not feasible.”
Last month, Rowling’s transphobic tweets messed up Rowling’s The Ickabog a bit more. She asked children to submit drawings of the fairy tale creature, and Rowling accidentally copied and pasted transphobic text and an f-bomb into her reaction to a 9-year-old’s drawing.
Rowling later apologized for dropping an f-bomb on a child, but she has never apologized for her transphobia. In fact, she recently defended it in a rambling 3,700-word essay that wasn’t worth publishing either.
source: By Daniel Villarreal www.lgbtqnation.com
The staff at the Hatchette Book Group publishing company are reportedly rebelling against working on J.K. Rowling’s new children’s book, The Ickabog, because of her continued transphobic screeds.
Daniel Radcliffe and other actors from the Harry Potter film series already denounced Rowling’s needlessly transphobic rants, but now the discontent is spreading to others handling her work.
Related: “Harry Potter” author J.K. Rowling continues support for extreme anti-transgender rhetoric
“Staff in the children’s department at Hachette announced they were no longer prepared to work on the book,” said one source. “They said they were opposed to her comments and wanted to show support for the trans lobby.”
Another said, “It was a handful of staff, and they are entitled to their views…. But this is a children’s fairy tale. It is not the end of the world. They will all be having chats with their managers.”
Hatchette, the book’s publisher, said in a statement that it was “proud” to publish Rowling’s fairy tale and said it respected its employees’ right to hold views different from their authors.
But while the company said it’d never force employees to work on books whose content they found upsetting for personal reasons, it said, “We draw a distinction between that and refusing to work on a book because they disagree with an author’s views outside their writing, which runs contrary to our belief in free speech.”
Hatchette made headlines last year when its staff walked out in protest of its plans to publish the memoir of Woody Allen, the longtime director accused of sexually abusing his daughter Dylan Farrow. The company eventually dropped the title, calling it a “difficult” decision but calling the book’s publication “not feasible.”
Last month, Rowling’s transphobic tweets messed up Rowling’s The Ickabog a bit more. She asked children to submit drawings of the fairy tale creature, and Rowling accidentally copied and pasted transphobic text and an f-bomb into her reaction to a 9-year-old’s drawing.
Rowling later apologized for dropping an f-bomb on a child, but she has never apologized for her transphobia. In fact, she recently defended it in a rambling 3,700-word essay that wasn’t worth publishing either.
source: By Daniel Villarreal www.lgbtqnation.com
Omotransfobia, al via la campagna nazionale "Da' voce al rispetto" a sostegno della legge
IN DUE GIORNI OLTRE 1000 ADESIONI ALL'APPELLO. A FIRMARE TANTI NOMI FAMOSI: DA ARISA A MARZANO
Al via da oggi la campagna nazionale Da’ voce al rispetto, che, lanciata dall’omonimo comitato (Etta Andreella, Rosario Coco, Paola Guazzo, Cristina Leo, Francesco Lepore, Marta Ecca, Rosario Murdica, Alessandro Paesano, Luisa Rizzitelli, Daniele Russo, Daniele Sorrentino, Francesca Sozio, Luca Trentini), si prefigge di sostenere l’approvazione della legge contro l’omotransfobia e sensibilizzare al riguardo la pubblica opinione.
Il testo normativo unificato, che sarà presentato alla Camera il 25 giugno e arriverà in Aula a luglio per la discussione, prevede misure di prevenzione e contrasto alle discriminazioni e violenze motivate da genere, orientamento sessuale e identità di genere. Tema, questo, per il quale il movimento Lgbti italiano si batte da oltre 30 anni e che è stato normato in quasi tutti i Paesi Ue, fatta eccezione per Repubblica Ceca, Lettonia e Bulgaria.
Per la campagna, che è sostenuta da Ilga Europe e Gaynet, sono stati scelti sei personaggi: essi rappresentano diverse identità (gay, lesbiche, bisex, trans, uomini e donne di diverse età) e chiedono di dar voce al rispetto attraverso un fumetto simbolico simboleggiante anche il logo. Punto base dell’iniziativa è l’appello a sostegno di una legge che sia la migliore possibile e senza cedimenti verso pressioni al ribasso.
In esso si chiede «una legge che contrasti l’omotransfobia come fenomeno sociale, che intervenga negli aspetti penali legati ai crimini d’odio, negli ambiti legati alla prevenzione e al sostegno alle vittime. Una legge contro i crimini d’odio basati su orientamento sessuale, genere e identità di genere. Si tratta di reati che, secondo il diritto internazionale, non colpiscono solamente la persona che li subisce, ma individuano gruppi sociali rendendoli bersaglio di discriminazioni e violenze. Sono messe a rischio la libertà personale, la sicurezza e la dignità delle persone Lgbti+, delle donne e di chiunque possa essere ritenuto parte di tali gruppi.
Una legge che intervenga, nella sua parte penale, quando il pregiudizio sull’orientamento sessuale, il genere o l’identità di genere è la causa e l’origine di omicidi, aggressioni, violenze fisiche, violenze psicologiche, ingiurie, minacce, persecuzioni, istigazione a commettere discriminazioni e altri reati. Una legge che intervenga in modo concreto a sostegno delle persone colpite dall’odio, che monitori il fenomeno e preveda investimenti per sportelli di ascolto e case di accoglienza.
Una legge per tutte e tutti, che estenda la normativa vigente a protezione delle vittime di odio razziale, religioso, etnico e nazionale. La legge da approvare, infatti, punirà i reati, non prevederà “status privilegiati” e non toccherà la libera espressione del pensiero anche quando non condivisibile.
Una legge di prevenzione che si preoccupi di porre le basi per agire sulle vere cause del pregiudizio e dello stigma sociale: misoginia, sessismo, omofobia, bifobia, lesbofobia, transfobia».
Oltre 1000 le firme raccolte in due giorni.
Ad aderire anche nomi famosi come Arisa, Alessandro Baracchini, Imma Battaglia, Senio Bonini, Lorenzo Bosio, Mario Franco Cao, Carlotta Cerquetti, Paolo Colombo, Francesca Comencini, Ezio Cristo, Antonello Dose, Giorgione, Franco Grillini, Eva Grimaldi, Lilia Giugni, Giovanni Guercio, Francesca Romana Guarnieri, Cathy La Torre, Sergio Lo Giudice, Vladimir Luxuria, Anna Chiara Marignoli, Porpora Marcasciano, Michela Marzano, Andreas Müller, Laura Onofri, Elena Petrosino, Giuliano Peparini, Veronica Peparini, Pasquale Quaranta, Michela Quagliano, Chiara Saraceno, Pino Strabioli, Saverio Tommasi, Cristina Trucco, Francesca Vecchioni, Daniele Viotti.
Le finalità della campagna saranno illustrate stasera, alle 18:00, nella conferenza stampa online sulla pagina Fb del comitato, durante la quale sarà messo online anche lo specifico sito. Per informazioni e adesioni scrivere a info@davocealrispetto.it.
fonte: www.gaynews.it
Al via da oggi la campagna nazionale Da’ voce al rispetto, che, lanciata dall’omonimo comitato (Etta Andreella, Rosario Coco, Paola Guazzo, Cristina Leo, Francesco Lepore, Marta Ecca, Rosario Murdica, Alessandro Paesano, Luisa Rizzitelli, Daniele Russo, Daniele Sorrentino, Francesca Sozio, Luca Trentini), si prefigge di sostenere l’approvazione della legge contro l’omotransfobia e sensibilizzare al riguardo la pubblica opinione.
Il testo normativo unificato, che sarà presentato alla Camera il 25 giugno e arriverà in Aula a luglio per la discussione, prevede misure di prevenzione e contrasto alle discriminazioni e violenze motivate da genere, orientamento sessuale e identità di genere. Tema, questo, per il quale il movimento Lgbti italiano si batte da oltre 30 anni e che è stato normato in quasi tutti i Paesi Ue, fatta eccezione per Repubblica Ceca, Lettonia e Bulgaria.
Per la campagna, che è sostenuta da Ilga Europe e Gaynet, sono stati scelti sei personaggi: essi rappresentano diverse identità (gay, lesbiche, bisex, trans, uomini e donne di diverse età) e chiedono di dar voce al rispetto attraverso un fumetto simbolico simboleggiante anche il logo. Punto base dell’iniziativa è l’appello a sostegno di una legge che sia la migliore possibile e senza cedimenti verso pressioni al ribasso.
In esso si chiede «una legge che contrasti l’omotransfobia come fenomeno sociale, che intervenga negli aspetti penali legati ai crimini d’odio, negli ambiti legati alla prevenzione e al sostegno alle vittime. Una legge contro i crimini d’odio basati su orientamento sessuale, genere e identità di genere. Si tratta di reati che, secondo il diritto internazionale, non colpiscono solamente la persona che li subisce, ma individuano gruppi sociali rendendoli bersaglio di discriminazioni e violenze. Sono messe a rischio la libertà personale, la sicurezza e la dignità delle persone Lgbti+, delle donne e di chiunque possa essere ritenuto parte di tali gruppi.
Una legge che intervenga, nella sua parte penale, quando il pregiudizio sull’orientamento sessuale, il genere o l’identità di genere è la causa e l’origine di omicidi, aggressioni, violenze fisiche, violenze psicologiche, ingiurie, minacce, persecuzioni, istigazione a commettere discriminazioni e altri reati. Una legge che intervenga in modo concreto a sostegno delle persone colpite dall’odio, che monitori il fenomeno e preveda investimenti per sportelli di ascolto e case di accoglienza.
Una legge per tutte e tutti, che estenda la normativa vigente a protezione delle vittime di odio razziale, religioso, etnico e nazionale. La legge da approvare, infatti, punirà i reati, non prevederà “status privilegiati” e non toccherà la libera espressione del pensiero anche quando non condivisibile.
Una legge di prevenzione che si preoccupi di porre le basi per agire sulle vere cause del pregiudizio e dello stigma sociale: misoginia, sessismo, omofobia, bifobia, lesbofobia, transfobia».
Oltre 1000 le firme raccolte in due giorni.
Ad aderire anche nomi famosi come Arisa, Alessandro Baracchini, Imma Battaglia, Senio Bonini, Lorenzo Bosio, Mario Franco Cao, Carlotta Cerquetti, Paolo Colombo, Francesca Comencini, Ezio Cristo, Antonello Dose, Giorgione, Franco Grillini, Eva Grimaldi, Lilia Giugni, Giovanni Guercio, Francesca Romana Guarnieri, Cathy La Torre, Sergio Lo Giudice, Vladimir Luxuria, Anna Chiara Marignoli, Porpora Marcasciano, Michela Marzano, Andreas Müller, Laura Onofri, Elena Petrosino, Giuliano Peparini, Veronica Peparini, Pasquale Quaranta, Michela Quagliano, Chiara Saraceno, Pino Strabioli, Saverio Tommasi, Cristina Trucco, Francesca Vecchioni, Daniele Viotti.
Le finalità della campagna saranno illustrate stasera, alle 18:00, nella conferenza stampa online sulla pagina Fb del comitato, durante la quale sarà messo online anche lo specifico sito. Per informazioni e adesioni scrivere a info@davocealrispetto.it.
fonte: www.gaynews.it
Si è uccisa Sarah Hijazi: l'attivista Lgbt violentata nelle carceri egiziane perché aveva sventolato la bandiera arcobaleno
Si è suicidata l’attivista Lgbt egiziana Sarah Hijazi. Venne arrestata
per aver sventolato la bandiera arcobaleno durante un concerto dei
Machrou Laila al Cairo, come persona Trans mtf fu messa in un carcere
maschile, torturata e violentata.
L'accaduto. Il 22 settembre 2017, durante il concerto dei Machrou Laila, Sarah e un suo amico, Ahmed Alaa, sventolano la bandiera arcobaleno, un atto innocuo in molti paesi, ma non per l’Egitto, dove il gesto viene pesantemente condannato. L’immagine finisce sui media nazionali e in breve tempo i leader religiosi chiedono punizioni severe per i due attivisti.
Dopo pressioni internazionali, era stata liberata ed aveva trovato asilo in Canada, dove ha continuato a lottare per liberare altri Lgbt in Egitto. Purtroppo quanto ha subito la ha segnata profondamente e ieri ha scritto una lettera salutando i fratelli che ha cresciuto dopo la morte del padre ed il suo corpo è stato trovato senza vita.
“Ai miei fratelli e sorelle, ho provato a sopravvivere e ho fallito, perdonatemi. Ai miei amici, l’esperienza è dura e sono troppo debole per resistere, perdonatemi. Al mondo, sei stato davvero crudele! Ma io perdono”.
Queste sono le ultime parole. Si è tolta la vita domenica 14 giugno, all’età di 30 anni.
Ricordiamo che i Egitto è ancora in carcere lo studente della Universitá di Bologna Patrick Zaky per il quale sollecitiamo il governo italiano ad intervenire. L’Egitto dovrebbe ricevere sanzioni sino a quando non rispetterà i diritti civili.
fonte: di Sarah Hijazi www.globalist.it
lunedì 15 giugno 2020
USA: Civil Rights Law Protects Gay and Transgender Workers, Supreme Court Rules
The court said the language of the Civil Rights Act of 1964, which
prohibits sex discrimination, applies to discrimination based on sexual
orientation and gender identity.
Photo: Tiffany Munroe waving a Pride flag during a rally to call attention to violence against transgender people of color in Brooklyn on Sunday. Credit
Demetrius Freeman for The New York Times
Photo: Tiffany Munroe waving a Pride flag during a rally to call attention to violence against transgender people of color in Brooklyn on Sunday. Credit
Demetrius Freeman for The New York Times
The Supreme Court ruled Monday that a landmark civil rights law protects gay and transgender workers from workplace discrimination, handing the movement for L.G.B.T. equality a stunning victory.
The vote was 6 to 3, with Justice Neil M. Gorsuch writing the majority opinion. He was joined by Chief Justice John G. Roberts Jr. and Justices Ruth Bader Ginsburg, Stephen G. Breyer, Sonia Sotomayor and Elena Kagan.
The
case concerned Title VII of the Civil Rights Act of 1964, which bars
employment discrimination based on race, religion, national origin and
sex. The question for the justices was whether that last prohibition —
discrimination “because of sex”— applies to many millions of gay and
transgender workers.
The decision, covering two cases, was the court’s first on L.G.B.T. rights since the retirement in 2018 of Justice Anthony M. Kennedy, who wrote the majority opinions in all four of the court’s major gay rights decisions. Those decisions were grounded in constitutional law. The new cases, by contrast, concerned statutory interpretation.
Lawyers
for employers and the Trump administration argued that the common
understanding of sex discrimination in 1964 was bias against women or
men and did not encompass discrimination based on sexual orientation and
gender identity. If Congress wanted to protect gay and transgender
workers, they said, it could pass a new law.
Lawyers for the workers responded that discrimination against employees
based on sexual orientation or transgender status must as a matter of
logic take account of sex.
The court considered two sets of cases. The first concerned a pair of lawsuits from gay men who said they were fired because of their sexual orientation. The second was about a suit from a transgender woman, Aimee Stephens, who said her employer fired her when she announced that she would embrace her gender identity at work.
The cases concerning gay rights are Bostock v. Clayton County, Ga., No. 17-1618, and Altitude Express Inc. v. Zarda, No. 17-1623.
The
first case was filed by Gerald Bostock, a gay man who was fired from a
government program that helped neglected and abused children in Clayton
County, Ga., just south of Atlanta, after he joined a gay softball
league.
The second was brought by a skydiving instructor, Donald Zarda, who also said he was fired because he was gay. His dismissal followed a complaint from a female customer who had expressed concerns about being strapped to Mr. Zarda during a tandem dive. Mr. Zarda, hoping to reassure the customer, told her that he was “100 percent gay.”
The second was brought by a skydiving instructor, Donald Zarda, who also said he was fired because he was gay. His dismissal followed a complaint from a female customer who had expressed concerns about being strapped to Mr. Zarda during a tandem dive. Mr. Zarda, hoping to reassure the customer, told her that he was “100 percent gay.”
Mr. Zarda died in a 2014 skydiving accident, and his estate pursued his case.
Most
federal appeals courts have interpreted Title VII to exclude sexual
orientation discrimination. But two of them, in New York and Chicago,
have ruled that discrimination against gay men and lesbians is a form of
sex discrimination.
In 2018, a divided 13-judge panel of the
United States Court of Appeals for the Second Circuit, in New York,
allowed Mr. Zarda’s lawsuit to proceed. Writing for the majority, Chief
Judge Robert A. Katzmann concluded that “sexual orientation discrimination is motivated, at least in part, by sex and is thus a subset of sex discrimination.”
In dissent, Judge Gerard E. Lynch wrote that the words of Title VII did not support the majority’s interpretation.
“Speaking
solely as a citizen,” he wrote, “I would be delighted to awake one
morning and learn that Congress had just passed legislation adding
sexual orientation to the list of grounds of employment discrimination
prohibited under Title VII of the Civil Rights Act of 1964. I am
confident that one day — and I hope that day comes soon — I will have
that pleasure.”
“I would be
equally pleased to awake to learn that Congress had secretly passed such
legislation more than a half-century ago — until I actually woke up and
realized that I must have been still asleep and dreaming,” Judge Lynch
wrote. “Because we all know that Congress did no such thing.”
The case on transgender rights is R.G. & G.R. Harris Funeral Homes Inc. v. Equal Employment Opportunity Commission,
No. 18-107. It concerns Aimee Stephens, who was fired from a Michigan
funeral home after she announced in 2013 that she was a transgender
woman and would start working in women’s clothing. Ms. Stephens died on May 12.
“What
I must tell you is very difficult for me and is taking all the courage I
can muster,” she wrote to her colleagues in 2013. “I have felt
imprisoned in a body that does not match my mind, and this has caused me
great despair and loneliness.”
Ms. Stephens had worked at the funeral home for six years. Her colleagues testified that she was able and compassionate.Two
weeks after receiving the letter, the home’s owner, Thomas Rost, fired
Ms. Stephens. Asked for the “specific reason that you terminated
Stephens,” Mr. Rost said: “Well, because he was no longer going to
represent himself as a man. He wanted to dress as a woman.”
The United States Court of Appeals for the Sixth Circuit, in Cincinnati, ruled for Ms. Stephens. Discrimination against transgender people, the court said, was barred by Title VII.
“It
is analytically impossible to fire an employee based on that employee’s
status as a transgender person without being motivated, at least in
part, by the employee’s sex,” the court said, adding, “Discrimination
‘because of sex’ inherently includes discrimination against employees
because of a change in their sex.”
fonte: By Adam Liptak www.nytimes.com
fonte: By Adam Liptak www.nytimes.com
Justices rule LGBT people protected from job discrimination
The court decided by a 6-3 vote that a key provision of the Civil Rights Act of 1964 known as Title VII that bars job discrimination because of sex, among other reasons, encompasses bias against LGBT workers.
"An employer who fires an individual for being homosexual or transgender fires that person for traits or actions it would not have questioned in members of a different sex," Justice Neil Gorsuch wrote for the court. "Sex plays a necessary and undisguisable role in the decision, exactly what Title VII forbids."
Justices Samuel Alito, Brett Kavanaugh and Clarence Thomas dissented.
"The Court tries to convince readers that it is merely enforcing the terms of the statute, but that is preposterous," Alito wrote in the dissent. "Even as understood today, the concept of discrimination because of 'sex' is different from discrimination because of 'sexual orientation' or 'gender identity.'"
Kavanaugh wrote in a separate dissent that the court was rewriting the law to include gender identity and sexual orientation, a job that belongs to Congress. Still, Kavanaugh said the decision represents an "important victory achieved today by gay and lesbian Americans."
The outcome is expected to have a big impact for the estimated 8.1 million LGBT workers across the country because most states don't protect them from workplace discrimination. An estimated 11.3 million LGBT people live in the U.S., according to the Williams Institute at the UCLA law school.
But Monday's decision is not likely to be the court's last word on a host of issues revolving around LGBT rights, Gorsuch noted.
Lawsuits are pending over transgender athletes' participation in school sporting events, and courts also are dealing with cases about sex-segregated bathrooms and locker rooms, a subject that the justices seemed concerned about during arguments in October. Employers who have religious objections to employing LGBT people also might be able to raise those claims in a different case, Gorsuch said.
"But none of these other laws are before us; we have not had the benefit of adversarial testing about the meaning of their terms, and we do not prejudge any such question today," he wrote.
The cases were the court's first on LGBT rights since Justice Anthony Kennedy's retirement and replacement by Kavanaugh. Kennedy was a voice for gay rights and the author of the landmark ruling in 2015 that made same-sex marriage legal throughout the United States. Kavanaugh generally is regarded as more conservative.
The Trump administration had changed course from the Obama administration, which supported LGBT workers in their discrimination claims under Title VII.
During the Obama years, the federal Equal Employment Opportunity Commission had changed its longstanding interpretation of civil rights law to include discrimination against LGBT people. The law prohibits discrimination because of sex, but has no specific protection for sexual orientation or gender identity.
In recent years, some lower courts have held that discrimination against LGBT people is a subset of sex discrimination, and thus prohibited by the federal law.
Efforts by Congress to change the law have so far failed. The Supreme Court cases involved two gay men and a transgender woman who sued for employment discrimination after they lost their jobs.
Aimee Stephens lost her job as a funeral director in the Detroit area after she revealed to her boss that she had struggled with gender most of her life and had, at long last, "decided to become the person that my mind already is." Stephens told funeral home owner Thomas Rost that following a vacation, she would report to work wearing a conservative skirt suit or dress that Rost required for women who worked at his three funeral homes. Rost fired Stephens.
The 6th U.S. Circuit Court of Appeals in Cincinnati, Ohio, ruled that the firing constituted sex discrimination under federal law. Stephens died last month. Donna Stephens, her wife of 20 years, said in a statement that she is "grateful for this victory to honor the legacy of Aimee, and to ensure people are treated fairly regardless of their sexual orientation or gender identity.
The federal appeals court in New York ruled in favor of a gay skydiving instructor who claimed he was fired because of his sexual orientation. The full 2nd U.S. Circuit Court of Appeals ruled 10-3 that it was abandoning its earlier holding that Title VII didn't cover sexual orientation because "legal doctrine evolves." The court held that "sexual orientation discrimination is motivated, at least in part, by sex and is thus a subset of sex discrimination."
That ruling was a victory for the relatives of Donald Zarda, who was fired in 2010 from a skydiving job in Central Islip, New York, that required him to strap himself tightly to clients so they could jump in tandem from an airplane. He tried to put a woman with whom he was jumping at ease by explaining that he was gay. The school fired Zarda after the woman's boyfriend called to complain.
Zarda died in a wingsuit accident in Switzerland in 2014.
In a case from Georgia, the federal appeals court in Atlanta ruled against Gerald Bostock, a gay employee of Clayton County, in the Atlanta suburbs. Bostock claimed he was fired in 2013 because he is gay. The county argues that Bostock was let go because of the results of an audit of funds he managed.
The 11th U.S. Circuit Court of Appeals dismissed Bostock's claim in a three-page opinion that noted the court was bound by a 1979 decision that held "discharge for homosexuality is not prohibited by Title VII."
fonte: by MARK SHERMAN, The Associated Press https://local12.com
Alberto Sordi, cento anni da italiano. Era nato a Trastevere il 15 giugno, poi apparve in 152 film
A Via San Cosimato 7 nel romano rione di Trastevere non c'è
più nessuno che possa dire di averlo conosciuto: dal giorno in cui qui
era nato Alberto Sordi (SCHEDA ANSA CINEMA)
saranno passati 100 anni il 15 giugno. Sul muro una targa ricorda
questo romano illustre che nella memoria collettiva incarna l'italiano
esemplare con tutti i suoi grandi difetti e le sue piccole virtù.
Figlio di un maestro strumentista (suonava la tuba e insegnava musica) e di una maestra, Albertone passò l'infanzia a Valmontone. Tornato a Roma nel 1937, studiò canto lirico fino a far parte del coro della Sistina: era un ragazzino con la voce da soprano, ma ben presto si scoprì un basso naturale. Anni dopo i primi contratti da doppiatore prestando la voce a Oliver Hardy, dopo aver vinto un concorso della Metro Goldwin Mayer nel 1937. La musica gli fu amica tante volte, dal teatro di rivista (rievocato nel suo "Polvere di stelle") durante la guerra fino al servizio militare quando militò nella banda del reggimento di fanteria "Torino", dall'iscrizione alla Siae come mandolinista negli anni '50 fino alle musiche di "Fumo di Londra" (la sua prima regia) che volle firmare insieme a Giuseppe Piccioni. I primi successi arrivano subito dopo la guerra, alla radio, con una gamma di personaggi diventati immortali: Il compagnuccio della parrocchietta, Mario Pio, il Conte Claro.
Quella che poteva essere la sua maledizione (un marcato accento trasteverino che gli valse la cacciata dalla milanese Accademia dei Filodrammatici) fu invece la chiave della sua popolarità. Su di lui scommise da produttore Vittorio De Sica per lo sfortunato "Mamma mia, che impressione" che attingeva a piene mani nel repertorio radiofonico, ma soprattutto il quasi coetaneo Federico Fellini che lo volle protagonista del suo esordio, "Lo sceicco bianco" (1952).
Per Fellini incarnò un divo dei fotoromanzi ma l'esperienza fallimentare non ruppe l'amicizia fra i due e con il successivo "I vitelloni" il vento cominciò a soffiare nella giusta direzione. Sordi si accomodò come in una seconda pelle nella parte dell'indolente Alberto che passa le sue giornate tra partite di biliardo, scherzi goliardici e malinconia del vivere. Plasmata da un esperto artigiano della commedia come Steno, quella maschera fece innamorare gli spettatori tra "Un giorno in pretura", "Piccola posta" e soprattutto "Un americano a Roma (1954) col bulletto Nando Moriconi. Da quel momento la sua carriera divenne frenetica al ritmo di anche 10 pellicole all'anno per un record di 152 apparizioni fino alla morte, il 24 febbraio del 2003.
Se negli anni '50 Alberto Sordi dà vita a personaggi essenzialmente comici e parodistici, con gli anni '60 si prepara diventare uno dei quattro "colonnelli" della commedia all'italiana. La svolta coincide però con un'interpretazione drammatica in uno dei film più importanti nella storia del cinema italiano: "La grande guerra" di Mario Monicelli, premiato alla Mostra di Venezia col Leone d'oro e avversato da schiere di moralisti e conservatori. L'anno dopo avrebbe bissato con un altro film sul doppio crinale della commedia e della tragedia, "Tutti a casa" di Luigi Comencini: ancora una volta con un debole capace di riscatto durante un momento cruciale della Storia, l'8 settembre 1943 e la successiva scelta della Resistenza.
Nel 1961 Sordi prosegue nella sua personale rivisitazione dei fatti italiani con "Una vita difficile" di Dino Risi. Adesso a sceglierlo sono i maestri di quella commedia di costume che fustiga senza pietà i difetti dell'italiano medio. Sordi partecipa spesso all'elaborazione dei copione (circa 140 oltre alle sue regie) e trova nel veneto Rodolfo Sonego il suo complice prediletto. L'uomo era molto più colto e riflessivo di quanto amasse mostrare e perfino nel cupo "Un borghese piccolo piccolo" (sempre di Monicelli) appare tanto spaesato quanto consapevole nel ruolo dell'impiegato Giovanni Vivaldi, implacabile killer per desiderio di giustizia e di vendetta dopo la morte del figlio. I suoi successi sono ormai eterni e perfino la critica americana lo celebra oggi come un monumento dell'arte della recitazione. Sarebbe un errore pensare che siano l'improvvisazione e la naturalezza le chiavi con cui riusciva a calarsi in protagonisti tanto diversi: da "Boom", de "I mostri", "Gastone", "Il medico della mutua" (forse il più emblematico di tutti), "Nell'anno del Signore", "La più bella serata della mia vita", "Lo scopone scientifico", "Il marchese del Grillo". Nel 1966 volle dirigersi da solo e "Fumo di Londra" rivelò bene le sue contraddizioni personali con un anti-eroe incapace di comprendere il cambiamento del tempo. Gli ottimi incassi della pellicola lo convinsero a ripetersi e alla fine si sarebbe raccontato in 19 film.
Con Fellini non avrebbe lavorato più ma alla Cineteca Nazionale si conserva un suo memorabile "provino" per il "Casanova". Per tutta la vita, con sua oggettiva soddisfazione, gli è rimasta appiccicata l'etichetta dell'"italiano medio", furbo, piacione, vigliacco o debole, a suo modo ingenuo e in fondo di sani principi. Ma Alberto Sordi in verità sapeva fare tutto (lo confermano le doti da entertainer televisivo e le prove da ballerino), teneva alla sua vita privata (unico amore confessato quello in gioventù per Andreina Pagnani), si fidava solo della sua famiglia (un fratello manager, due sorelle ancelle e custodi della sua bella villa sulla via Appia), mostrava generosità pudiche come le donazioni assistenziali, religiosità non ostentata e la bonomia sempre confermata per quello che aveva eletto a erede artistico, Carlo Verdone.
A settembre, fin qui rimandata, si aprirà la mostra a lui dedicata nella sua casa-fondazione. Per ricordare quanto sia stato un mito del '900 bastano alcuni dettagli: il 15 giugno del 2000 il sindaco di Roma, Francesco Rutelli, gli cedette per un giorno la sua fascia tricolore; alla morte il suo corpo venne imbalsamato e così lo salutarono, in un'interminabile processione di due giorni al Campidoglio, tutti i suoi concittadini; ai funerali solenni in San Giovanni in Laterano fu una folla di 250.000 persone ad accompagnarlo per l'ultima volta. Narciso come un vero mattatore, si costruì da solo la biografia artistica nell'appassionata "Storia di un italiano" per la televisione pubblica. Sulla sua tomba lo ricorda una battuta del "Marche del Grillo": "Sor Marchese, è l'ora".
fonte: di Giorgio Gosetti www.ansa.it RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA
Figlio di un maestro strumentista (suonava la tuba e insegnava musica) e di una maestra, Albertone passò l'infanzia a Valmontone. Tornato a Roma nel 1937, studiò canto lirico fino a far parte del coro della Sistina: era un ragazzino con la voce da soprano, ma ben presto si scoprì un basso naturale. Anni dopo i primi contratti da doppiatore prestando la voce a Oliver Hardy, dopo aver vinto un concorso della Metro Goldwin Mayer nel 1937. La musica gli fu amica tante volte, dal teatro di rivista (rievocato nel suo "Polvere di stelle") durante la guerra fino al servizio militare quando militò nella banda del reggimento di fanteria "Torino", dall'iscrizione alla Siae come mandolinista negli anni '50 fino alle musiche di "Fumo di Londra" (la sua prima regia) che volle firmare insieme a Giuseppe Piccioni. I primi successi arrivano subito dopo la guerra, alla radio, con una gamma di personaggi diventati immortali: Il compagnuccio della parrocchietta, Mario Pio, il Conte Claro.
Quella che poteva essere la sua maledizione (un marcato accento trasteverino che gli valse la cacciata dalla milanese Accademia dei Filodrammatici) fu invece la chiave della sua popolarità. Su di lui scommise da produttore Vittorio De Sica per lo sfortunato "Mamma mia, che impressione" che attingeva a piene mani nel repertorio radiofonico, ma soprattutto il quasi coetaneo Federico Fellini che lo volle protagonista del suo esordio, "Lo sceicco bianco" (1952).
Per Fellini incarnò un divo dei fotoromanzi ma l'esperienza fallimentare non ruppe l'amicizia fra i due e con il successivo "I vitelloni" il vento cominciò a soffiare nella giusta direzione. Sordi si accomodò come in una seconda pelle nella parte dell'indolente Alberto che passa le sue giornate tra partite di biliardo, scherzi goliardici e malinconia del vivere. Plasmata da un esperto artigiano della commedia come Steno, quella maschera fece innamorare gli spettatori tra "Un giorno in pretura", "Piccola posta" e soprattutto "Un americano a Roma (1954) col bulletto Nando Moriconi. Da quel momento la sua carriera divenne frenetica al ritmo di anche 10 pellicole all'anno per un record di 152 apparizioni fino alla morte, il 24 febbraio del 2003.
Se negli anni '50 Alberto Sordi dà vita a personaggi essenzialmente comici e parodistici, con gli anni '60 si prepara diventare uno dei quattro "colonnelli" della commedia all'italiana. La svolta coincide però con un'interpretazione drammatica in uno dei film più importanti nella storia del cinema italiano: "La grande guerra" di Mario Monicelli, premiato alla Mostra di Venezia col Leone d'oro e avversato da schiere di moralisti e conservatori. L'anno dopo avrebbe bissato con un altro film sul doppio crinale della commedia e della tragedia, "Tutti a casa" di Luigi Comencini: ancora una volta con un debole capace di riscatto durante un momento cruciale della Storia, l'8 settembre 1943 e la successiva scelta della Resistenza.
Nel 1961 Sordi prosegue nella sua personale rivisitazione dei fatti italiani con "Una vita difficile" di Dino Risi. Adesso a sceglierlo sono i maestri di quella commedia di costume che fustiga senza pietà i difetti dell'italiano medio. Sordi partecipa spesso all'elaborazione dei copione (circa 140 oltre alle sue regie) e trova nel veneto Rodolfo Sonego il suo complice prediletto. L'uomo era molto più colto e riflessivo di quanto amasse mostrare e perfino nel cupo "Un borghese piccolo piccolo" (sempre di Monicelli) appare tanto spaesato quanto consapevole nel ruolo dell'impiegato Giovanni Vivaldi, implacabile killer per desiderio di giustizia e di vendetta dopo la morte del figlio. I suoi successi sono ormai eterni e perfino la critica americana lo celebra oggi come un monumento dell'arte della recitazione. Sarebbe un errore pensare che siano l'improvvisazione e la naturalezza le chiavi con cui riusciva a calarsi in protagonisti tanto diversi: da "Boom", de "I mostri", "Gastone", "Il medico della mutua" (forse il più emblematico di tutti), "Nell'anno del Signore", "La più bella serata della mia vita", "Lo scopone scientifico", "Il marchese del Grillo". Nel 1966 volle dirigersi da solo e "Fumo di Londra" rivelò bene le sue contraddizioni personali con un anti-eroe incapace di comprendere il cambiamento del tempo. Gli ottimi incassi della pellicola lo convinsero a ripetersi e alla fine si sarebbe raccontato in 19 film.
Con Fellini non avrebbe lavorato più ma alla Cineteca Nazionale si conserva un suo memorabile "provino" per il "Casanova". Per tutta la vita, con sua oggettiva soddisfazione, gli è rimasta appiccicata l'etichetta dell'"italiano medio", furbo, piacione, vigliacco o debole, a suo modo ingenuo e in fondo di sani principi. Ma Alberto Sordi in verità sapeva fare tutto (lo confermano le doti da entertainer televisivo e le prove da ballerino), teneva alla sua vita privata (unico amore confessato quello in gioventù per Andreina Pagnani), si fidava solo della sua famiglia (un fratello manager, due sorelle ancelle e custodi della sua bella villa sulla via Appia), mostrava generosità pudiche come le donazioni assistenziali, religiosità non ostentata e la bonomia sempre confermata per quello che aveva eletto a erede artistico, Carlo Verdone.
A settembre, fin qui rimandata, si aprirà la mostra a lui dedicata nella sua casa-fondazione. Per ricordare quanto sia stato un mito del '900 bastano alcuni dettagli: il 15 giugno del 2000 il sindaco di Roma, Francesco Rutelli, gli cedette per un giorno la sua fascia tricolore; alla morte il suo corpo venne imbalsamato e così lo salutarono, in un'interminabile processione di due giorni al Campidoglio, tutti i suoi concittadini; ai funerali solenni in San Giovanni in Laterano fu una folla di 250.000 persone ad accompagnarlo per l'ultima volta. Narciso come un vero mattatore, si costruì da solo la biografia artistica nell'appassionata "Storia di un italiano" per la televisione pubblica. Sulla sua tomba lo ricorda una battuta del "Marche del Grillo": "Sor Marchese, è l'ora".
fonte: di Giorgio Gosetti www.ansa.it RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA
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