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lunedì 1 giugno 2020

Libri: "Gigliola Curiel_Una vita nella moda" di Castellini Curiel, G.

Gigliola Curiel è stata una delle più importanti stiliste italiane del dopoguerra. Una donna forte, temprata dalle difficoltà, affascinante e corteggiata, geniale e capace.

La sua vita si intreccia con i più emblematici avvenimenti storici del nostro Paese e con le maggiori personalità del mondo culturale italiano. Nipote di Ortensia, famosa sarta triestina, e sorella di Eugenio Curiel, partigiano e Medaglia d’oro al valore militare, Gigliola cresce spensierata in una città multietnica, circondata dall’intellighenzia triestina, tra cui Saba e i cantanti del Politeama. Fin da piccola, si appassiona alla moda e decora i suoi quaderni di scuola con schizzi di vestiti che fa realizzare dalle sarte della città. Siamo negli anni del delitto Matteotti quando il fascismo comincia a consolidare il suo potere e presto tutto il Paese dovrà fare i conti con i piani di Mussolini. Nel 1938, in seguito alle leggi razziali e alla prematura morte del padre, la famiglia Curiel è costretta a lasciare Trieste, sparpagliandosi per il Paese.

Stabilitasi a Roma negli anni della guerra, Gigliola grazie all’aiuto di un amico, si trasferisce all’Hotel Plaza, sede delle SS, dove crede che nessuno verrà a cercarla. In quei giorni confusi, sotto le bombe che flagellano la Capitale, Gigliola è costretta a barcamenarsi tra il suo sogno di lavorare nella moda e le necessità della guerra. Dopo l’arresto del fratello Sergio, sarà costretta a fuggire di nuovo, in attesa che gli alleati liberino la città.

Sarà prima a Todi, poi in Campania, dove tramite il fratello fornirà aiuto ai partigiani che sostengono l’avanzata alleata. Qui conosce Nino Brozzetti. I due si innamoreranno perdutamente dando vita a una storia passionale e tormentata. Gigliola, una donna forte e determinata, continuerà nel suo progetto e nel 1945, al termine della guerra, tornerà a Milano per fondare la sua casa di moda.

I successi del marchio Curiel furono numerosi. La stilista, amata dalle grandi dame milanesi, apprezzata anche da Camilla Cederna, diventerà in breve tempo una delle più seguite della città e i suoi vestiti sfileranno più volte alla prima della Scala. Gigliola è imprenditrice dinamica e capace ma dovrà fare i conti anche con le figlie, Gabriella, nata dall’amore con Nino e soprattutto Raffaella che ormai diciottenne passa sempre più tempo in sartoria. Raffaella ha il carattere testardo e determinato della madre che, dopo alcuni anni di litigi, metterà alla prova la figlia, affidandole una collezione.
fonte:  www.lelettere.it

martedì 29 ottobre 2019

Libri: Lucia Bosè, una biografia Diva e icona si racconta, rifarei anche gli stessi sbagli.

ROBERTO LIBERATORI, "LUCIA BOSÈ UNA BIOGRAFIA "

Se potesse scegliere chi essere in una prossima vita, vorrebbe essere sempre se stessa e si dice pronta a ricominciare tutto daccapo. Successo, amori, gioie, lutti e sofferenze. È Lucia Bosè, diva e icona dell’Italia e del cinema del dopoguerra, fidanzata bellissima di un bellissimo Walter Chiari, poi moglie di uno dei toreri più famosi di tutti i tempi, Dominguìn, donna che ha fatto sognare e poi anche infuriare la Spagna franchista, e tuttora un’artista che, all’età di 89 anni, non ama guardarsi alle spalle: “considero sprecato un giorno in cui non mi innamoro di qualcosa”.

La vita di Lucia Bosè, scorre come in un romanzo, nella biografia scritta da Roberto Liberatori. Sin dalle prime pagine che la mostrano ragazzina quattordicenne, povera e affamata, mentre si aggira tra la folla di Piazzale Loreto davanti ai cadaveri appesi a testa in giù del Duce e della sua amante Claretta Petacci, nel giorno simbolo della fine macabra del fascismo. Nata nel 1931 a Milano da una famiglia operaia, Lucia cresce presto come tutti i bambini della sua epoca, i bombardamenti e la fuga da sfollati. A 16 anni già lavora in una nota pasticceria del capoluogo milanese quando, per una foto scattata e mandata a sua insaputa da un amico coetaneo ad una rivista popolare, le arriva la notizia di essere stata selezionata al concorso per la più bella d’Italia.

Ed è proprio lei, sedicenne ultima arrivata, a vincere a sorpresa il titolo nel 1947, grazie a quel suo “faccino spiritoso” di popolana di grande classe. È la svolta. Lucia, nemmeno maggiorenne, si trasferisce a Roma, entra nel clan di Luchino Visconti, da cui è spesso ospitata nella villa di via Salaria, ed entra dalla porta principale nell’avventura del cinema italiano degli anni cinquanta. Lavora in film di Michelangelo Antonioni (“Cronaca di un amore”, “La signora senza camelie"), di Mario Soldati ("È l’amor che mi rovina”) di Giuseppe de Santis (“Non c’è pace tra giù uilivi”) e di tanti altri. Secondo alcuni, il suo era un viso che ricordava quello di Anna Magnani, ma senza le limitazioni regionali e di ruolo della grande attrice. Secondo Pablo Picasso che diventerà suo grande amico, poteva incarnare varie donne rimanendo sempre credibile, un’operaia indurita dal lavoro, una borghese irrequieta, un’aristocratica destinata a soffrire, una coraggiosa emigrante. Durante tutta la sua lunga carriera professionale farà comodo ai registi che cercano una persona, non solo una presenza di scena. Dopo il lungo fidanzamento con Walter Chiari, Lucia trova il vero e forse unico grande amore della sua vita nel torero spagnolo Dominguìn.

Per lui rinuncerà al cinema e si dedicherà ad essere moglie e madre. Hanno tre figli, un quarto muore neonato. Il primogenito, Miguel Bosè, cantate e attore, diventerà a sua volta famoso quanto i genitori. I primi anni di matrimonio sono per Lucia la felicità assoluta “mi sembrava di aver atteso solo quello…”, confessa. Poi i continui e sempre più pubblici tradimenti di Dominguìn la costringono a chiedere la separazione, con grande scandalo in Spagna, dove a quei tempi, solo l’uomo poteva ripudiare la donna e non viceversa. La corte le dà torto, ma il torero acconsente al divorzio e a darle l’affidamento dei figli.

Lucia dovrà però ricominciare a lavorare come attrice per poterli mantenere e di Dominguìn rimarrà sempre innamorata. Il cinema e la televisione l’accolgono a braccia aperte. Lavora in Italia, in Spagna, in Francia. Ma non si ferma al ruolo di attrice. Scrive poesie, apre un “Museo degli angeli”, le creature celesti a cui si sente legata sin da bambina. Aiuta i figli e poi i nipoti a crescere e ad affermarsi. Curiosamente, proprio Lucia Bosè, che è stata musa di registi del calibro di Antonioni e un simbolo per l’immaginario collettivo italiano e spagnolo, confessa di “aver dimenticato” la sua vita cinematografica. “Non ne so il motivo. Forse – spiega in un passaggio del libro - perché l’hanno scritta e diretta gli altri, gli sceneggiatori e i registi che ho incontrato. La mia vita privata, però, quella la ricordo bene, perché sono stata io a dirigerla”.
fonte: Lucia Balestrieri  www.ansa.it

giovedì 29 novembre 2012

Lgbt: Giorgio Armani omaggia Gianni Versace nel libro dedicato allo stilista scomparso

Giorgio Armani omaggia Gianni Versace e lo fa firmando la prefazione del libro “Gianni Versace: La Biografia”, dedicato allo stilista scomparso.

Il libro, scritto dal giornalista Tony di Corcia, era già uscito nel 2010, ma è stato ristampato quest’anno per il 15° anniversario della morte di Versace, ucciso il 15 luglio 1997 da Andrew Cunanan, un folle che gli sparò davanti alla sua villa di Miami.

Per rendere omaggio a un grande della moda è stato così chiamato un altro nome illustre, Armani: i due, divisi da una rivalità “tipicamente” italiana, hanno segnato mode e stili e sono diventati due alfieri del gusto e della bellezza del made in Italy. La nuova ristampa è nelle librerie dal 22 novembre: un modo unico per ricordare “lo stilista dal cuore elegante”.

La morte di Gianni Versace fu un vero choc per il mondo della moda. Da allora il marchio Versace ha continuato a lavorare sull’eredità di Gianni, grazie al talento e al genio creativo di Donatella Versace e allo spirito imprenditoriale di Santo Versace.

L’omaggio che Re Giorgio ha voluto fare nel libro è un modo unico e di gran classe per ricordare il collega scomparso. I due si sono divisi il palcoscenico della moda a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta anche grazie a quella sana competizione che spingeva entrambi a migliorarsi sempre più.

Le parole che Armani dedica a Versace sono una celebrazione del suo talento, ma anche una pagina della storia della moda nella Milano del prêt à porter degli anni Ottanta.

Armani aprì la sua attività nel 1975, seguito tre anni dopo da Versace: erano gli anni della grande moda italiana, delle top model che gli stilisti si contendevano sulle passerelle di tutto il mondo.
I due stilisti non si frequentavano molto, ma Re Giorgio era molto interessato alle creazioni del suo collega di cui ammirava l’estro creativo.

“Cosa ricordo di Gianni Versace a quindici anni dalla sua morte? La sua incredibile esuberanza, quel senso di felicità con cui sapeva mixare tutto: idee, trend, ricordi, arte, con quella sorta di nonchalance. Era un grande creatore“, scrive Armani nella prefazione.

Due grandi nomi della moda e dello stile che hanno reso frizzanti e indimenticabili quegli anni, proprio come è accaduto in vari settori per i geni italiani, sempre stimolati dal confronto con “i rivali”.

“La mentalità italiana è piena di contraddizioni sulla rivalità: da Coppi e Bartali, alla Loren e la Lollobrigida. Armani e Versace erano perfetti per questo gioco“, ricorda lo stilista.

Non si conoscevano bene, spiega ancora Armani, erano entrambi molto assorbiti dal lavoro e anche se non lo avrebbero mai ammesso, erano curiosi delle creazioni del rivale. “Alla fine di ogni sfilata chiedevamo sempre: ‘Cosa ha fatto Versace?’, ‘Cosa ha fatto Armani’?“.

Un libro dedicato a Gianni Versace, con il ricordo di Giorgio Armani per il grande collega-rivale: un tuffo nel passato più bello dell’alta moda made in Italy.
fonte http://www.myluxury.it

domenica 23 ottobre 2011

Lgbt Libri: Esce la biografia autorizzata di Steve Jobs

Esce la biografia autorizzata di Jobs, Il libro di Isaacson in uscita.

"A Steve non piace passare il tempo a esaminare disegni complessi. Vuole vedere i modelli, vuole 'sentirli'": ecco un frammento della testimonianza di Jonathan Ive, il motore creativo della Apple, una delle tante raccolte da Walter Isaacson, 59 anni, attuale direttore dell'Aspen Institute, ex presidente di Cnn e giornalista del Time, che hanno contribuito a raccontare il geniale e visionario guru della Silicon Valley nella biografia 'Steve Jobs', in uscita in tutto il mondo il 24 ottobre.

E' un libro molto atteso da tempo perché e l'unica biografia autorizzata da Jobs che ha permesso ad Isaacson più di quaranta colloqui personali e più di cento interviste a familiari, amici, rivali e colleghi. Il tutto raccolto in 600 pagine. In Italia il libro è pubblicato da Arnoldo Mondadori (negli Stati Uniti da Simon & Schuster che ha deciso di anticipare l'uscita dal 21 novembre al 24 ottobre) e costa 20 euro.

In copertina c'é una delle più celebri foto in bianco e nero di Steve Jobs, quella messa dal sito della Apple, il giorno della sua morte, il 5 ottobre 2011. "Quando era in salute e si recava in ufficio, quasi ogni giorno Jobs pranzava insieme ad Ive, per poi passare il pomeriggio in giro per lo studio.

Appena entrato dava un'occhiata ai tavoli, seguiva il flusso dei prodotti lungo il loro percorso, saggiava la loro consonanza con l'indirizzo strategico della Apple e toccava con mano l'evoluzione del design di ciascuno di essi. In genere i due erano soli", racconta Isaacson nel libro, portando non a caso l'attenzione su Ive, che secondo molti raccoglie l'eredità visionaria di Steve Jobs.

Nel libro Isaacson descrive anche la fucina delle idee Apple il luogo dove si è realizzata per 15 anni la sinergia tra Ive e Jobs e sono nate tante creature come l'iPod, l'iPhone e l'iPad: "Uno spoglio ambiente industriale, con un arredo grigio metallo. Dall'esterno le foglie degli alberi proiettano sulle finestre scure mutevoli giochi d'ombra e luce.

In sottofondo musica techno e jazz". Ovviamente, lo studio di design situato nel campus Apple "é protetto da vetri scuri e da una massiccia porta blindata ben serrata. L'accesso è proibito alla maggior parte dei dipendenti Apple".

La particolarità di questa biografia, non è solo la ricchezza del contenuto e delle testimonianze ma il fatto che Steve Jobs, notoriamente pignolo, perfezionista e maniaco del controllo, non abbia imposto nessun vincolo sul testo né preteso di leggerlo prima della pubblicazione.
E non ha posto alcun filtro, incoraggiando anzi i suoi conoscenti, familiari e rivali a raccontare onestamente tutta la verità.

Lui stesso parla candidamente e talvolta in maniera brutale, dei colleghi, degli amici e dei nemici, i quali, a loro volta, ne svelano le passioni, il perfezionismo, la maestria, la magia diabolica e l'ossessione per il controllo che hanno caratterizzato il suo approccio al business e i geniali prodotti che ha creato.

Lo stesso Ive, che viveva in simbiosi con lui "ha provato una certa irritazione - scrive Isaacson - per la tendenza di Jobs ad accaparrarsi meriti eccessivi, un atteggiamento che negli anni ha infastidito diversi colleghi".

"Steve - ha raccontato Ive al giornalista - è capace di passare in rassegna le mie idee e sentenziare: questa non va, questa non è granché, questa mi piace.
Poi, quando sei in riunione, lo senti parlare di quell'idea come se fosse sua.

Io presto un'attenzione maniacale alla fonte di un'idea. Le annoto persino, le mie idee. Perciò quando lui si prende il merito di uno dei miei progetti la cosa mi dà fastidio".

Ive ammette però che le idee che provengono da lui e dal suo team "sarebbero state completamente irrilevanti e non avrebbero portato da nessuna parte, se non ci fosse stato Steve a spronarci, a lavorare con noi e a superare tutti gli ostacoli che si opponevano alla trasformazione di quelle idee in prodotti".

Il libro è stato voluto dallo stesso Jobs, lo ha raccontato di recente Isaacson sul Time, per lasciare un ricordo ai suoi figli.

"Volevo che i miei ragazzi mi conoscessero - ha detto il papà della Apple -. Non sono stato sempre presente. Volevo che sapessero perché e che capissero cosa ho fatto".
Ed è un libro che va letto come il testamento intellettuale e spirituale che Steve Jobs lascia al mondo intero.
fonte http://www.ansa.it di Titti Santamato