lunedì 3 maggio 2010

Politica Lgbt,Anche la sinistra è omofoba, ce lo possiamo dire? di Paola concia e Aurelio Mancuso


Caro direttore, siamo due persone molto diverse: una lesbica, l'altro gay, una agnostica l'altro cattolico, una solare e appassionata, l’altro misurato e brusco, una sportiva e l'altro pigro; una parlamentare, l'altro impegnato nel movimento gay. Ma entrambi non ci stiamo a vederci incasellati nelle comode nicchie dei diritti civili negati: né in quella della minoranza caciarona tutta lustrini e carri allegorici, né in quella ideologica e ferma a linguaggi buoni per un glorioso passato.
Molte altre cose ci uniscono profondamente: l’amore esacerbato per questo Paese, la passione mai sopita per la politica, quella che cambia le esistenze collettive. E una certezza ci accomuna: la sinistra in italia non può più andare avanti così. Ha perso sogno ed efficacia, due tasselli sui quali costruire una alternativa culturale, politica e di governo.

Altro che chiacchiere, altro che Comitato di liberazione nazionale. Noi vogliamo un Paese migliore. E dalla battaglia sui diritti civili vogliamo contribuire a cambiarlo.
Non vogliamo più “diritti a parte” ma “diritti parte di un’idea di società”. Anche se questa idea di società complessiva, quella che tiene insieme sogno ed efficacia dalle nostre parti non la vediamo ancora. Per questo siamo a disagio nei confronti di una sinistra culturale e politica che per molti versi non capiamo più.

Una sinistra che sembra principalmente concentrata sui suoi riti, le sue adunate rassicuranti, che non aprono reali conflitti, che non alimentano speranza in chi ormai da alcuni anni sente un po’ autocelebrative le chilometriche sottoscrizioni su documenti pomposi in cui appaiono i soliti testimonial di professione. Le piazze si riempiono, i palchi sono zeppi di cantanti, attori, intellettuali sempre pronti a svolgere la propria parte, con diligenza, generosità e senso civico. Ma una constatazione amara dobbiamo farla, che ci viene anche dalla fatica quotidiana di una battaglia solitaria: mai una volta che questi grandi personaggi abbiano risposto concretamente alla richiesta di aiuto che si sollevava dalla comunità lgbt. Meglio ci è andata con Simona Ventura, Maria Grazia Cucinotta e tante altre figure note del mondo dello spettacolo non schierate a sinistra: per il resto il silenzio. I tanti personaggi pubblici che giustamente vogliono essere esempi di civismo si sono sempre tenuti a debita distanza. I gay, le lesbiche e i trans, saranno pure simpatici, ma meglio non schierarsi, meglio stare in compagnia con i soliti amici e compagni di tante edificanti battaglie. Tra le poche eccezioni ci piace ricordare Lella Costa e Ottavia Piccolo, che si sono sempre fatte trovare al telefono, sono state con noi in tanti momenti duri o di festa. Sarà un dettaglio che sono tutte donne? La sostanza è un’altra: in troppi, forse altrimenti impegnati, non hanno mai mosso un dito! Non sono bastati morti, violenze, aggressioni, campagne d’odio ripetute e costanti anche in questi giorni, per smuovere alcuna anima bella della sinistra a fare, magari spontaneamente, sì vivaddio spontaneamente, un gesto, una raccolta di firme, una riflessione. Possibile che non vi veniamo mai in mente? Tra la foca monaca e Emergency, tra la desertificazione dell’Amazzonia e la difesa della Costituzione, della libertà di stampa e della democrazia, vi saremo venuti in mente una volta o no?
Sui media della sinistra intellettuale non va meglio. Grande spazio quando c’è l’efferata aggressione, poi il nulla, non c’è una volontà culturale e politica di trarre le conseguenze di quello che avviene nella società profonda, dilaniata da un odio sempre più lacerante su cui imperano le risposte della destra più razzista e omofoba.

Ma, forse, anche la sinistra è omofoba, ce lo possiamo dire? Nel peggior modo, ovvero nel silenzio e nell’imbarazzo. Un silenzio evidente nei talk show come Ballarò e Annozero, che discutono davvero tutto, ma mai di noi. Del resto culattone, finocchio o frocio, sono termini che sentiamo spesso evocare dai tanti comici alternativi di Zelig piuttosto che dai vignettisti di grido. Tutto fa ridere, tanto loro sono i nostri maledetti amici, che guardiamo e ascoltiamo con disgusto.
È in questo quadro generale che opera un movimento lgbt annichilito dalla sconfitta, un fuscello con solide radici, in balia dei venti del minoritarismo rabbioso oppure della bonaccia del conformismo rinsecchito dal rapporto con partiti ipocriti e indifferenti. Si chiede il matrimonio, mentre la Corte costituzionale risponde come Ponzio Pilato, rimandando tutto al Parlamento; si grida, giustamente, all’omofobia dilagante, incuranti che il suono si perda nella steppa delle reciproche sordità.
Per tornare all’origine di questo intervento, la notizia è questa: esattamente come noi i gay, lesbiche e i trans italiani non vogliono riconoscersi né con la sinistra saccente, né con i proclami utopici, né con il minoritarismo, né con il conformismo. Alla sinistra proponiamo un confronto alla luce del sole, vogliamo stanare questa indifferenza e insipienza, che prima che essere dilagante nei partiti della sinistra, è consolidata nei suoi salotti, tra i suoi intellettuali. Bene: è ora di dirsi le cose in faccia, perché noi davvero questo Paese lo vorremmo migliore, non bearci perché noi ci sentiamo i migliori. E gli altri sono solo trinariciuti perché votano Berlusconi. Un dubbio ci assale: non sarà che pensate che i diritti civili siano diritti borghesi? O che Romano Prodi ha perso per colpa delle coppie di fatto? Non sarà che pensate ci siano cose più importanti nel nostro Paese che occuparsi di gente che si diverte e fa una vita glamour, vero?

Siamo cattivi? No siamo incattiviti. Vogliamo smuovere le acque impantanate della sinistra, metterci in gioco e accettare la sfida vera del cambiamento. Nello stesso tempo abbiamo la consapevolezza che anche noi gay lesbiche e trans che fanno questa battaglia di errori ne facciamo e ne abbiamo fatti. Vogliamo dire al movimento, con amore e condivisione frutto del nostro essere sorelle e fratelli di un’unica storia collettiva, che è ora di uscire dall’angolo non tanto con l’unità delle sigle associative (cosa di per se importante) ma con una convinzione comune. È tempo di costruire la comunità invece che privilegiare il pur nobile confronto interno al movimento. Anche noi siamo d’accordo che le lesbiche e i gay in Italia devono poter essere cittadine e cittadini uguali, con stessi diritti e doveri. Ma è prima di tutto dentro la comunità che deve maturare questa consapevolezza, se no la politica e i poteri non ci daranno mai ascolto. Basta con i distinguo, i personalismi, le piattaforme articolate e mai considerate dal Parlamento. Il movimento lgbt così come è, risulta agli occhi di molti un ostacolo. Trent’anni di battaglie lgbt hanno cambiato questo Paese ma non abbiamo ottenuto uno straccio di diritto in più. Di questo abbiamo il dovere di essere consapevoli. Noi siamo convinti della necessità di un percorso nuovo: la costruzione di una rete popolare di eguaglianza e libertà che parli fuori dal movimento, che crei utili alleanze e faccia parte di un concreto progetto di cambiamento riformista. Incalzando la sinistra arrogante e autocelebrativa.

Ma non solo. Di liberali di destra ce ne sono in Italia. Rivolgiamoci anche a loro, rompiamo steccati se vogliamo vincere. In altri Paesi è andata così, i nostri diritti non sono né di destra né di sinistra, sono diritti fondamentali, che stanno prima, sui quali tutti ma proprio tutti dovrebbero essere d’accordo. Noi la vediamo così, è giunta l’ora di agire, di cambiare passo e sguardo, nella certezza che tanti gay e tante lesbiche si domandano se gli ostacoli che non ci hanno permesso di ottenere neanche un risultato legislativo siano solo esterni. Ci piacerebbe discuterne con i rappresentanti delle associazioni, con spirito di ascolto e di piena apertura. Nel caso contrario ognuno andrà per la propria strada, che almeno per ora sarà differente.
fonte ilriformista

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