sabato 6 febbraio 2021

Fashion > Cori Amenta: come un gattopardo tra accettazione e cambiamento

“La vera autenticità non sta nell’essere come si è, ma nel riuscire a somigliare il più possibile al sogno che si ha di se stessi” con la naturalezza e l’eleganza cristallina che le appartiene Cori cita Agrado, la transessuale protagonista del film cult di Almodovar “Tutto su mia madre”.

Indossatrice, stylist, artista, creativa a tutto tondo, è famosa per le scarpe iperfemminili che portano la sua firma ma disegna anche sedie, arreda case e sta ultimando una collezione esclusiva di ceramiche di Caltagirone; Cori Amenta è molte cose, tutte insieme, una donna intensa che si è plasmata un po’ alla volta distaccandosi da una corporeità non corrispondente alla sua identità di genere.

“La transizione è un percorso di consapevolezza che ho maturato come un’arma, ho capito presto di non essere sufficientemente gay per considerarmi tale e la mia strada in realtà era diversa, per certi
aspetti più complicata – spiega Cori nelle sue interminabili note audio su mia richiesta – ho attuato una metamorfosi graduale: senza rendermene conto il primo passo è stato quello di rimuovere la barba con la scusa che mi dava fastidio, poi ho rifatto il naso e poi ho continuato a scolpire avvicinandomi sempre più al femminile” Cori non è un diminutivo ma piuttosto è un vezzeggiativo, è il modo con cui la sua mamma l’ha sempre chiamata, Cori che in siciliano significa cuore.

“Qualsiasi cosa si voglia fare bisogna avere chiaro in testa che si può, certo quando sei trans ogni cosa è difficile: nella vita reale e nel lavoro si è soggetti sempre a sguardi superflui e a parole pronunciate sottovoce – mi racconta al telefono Cori con un tono privo di rassegnazione, piuttosto con la grinta di chi sta per scattare come un felino, un gattopardo siciliano agilissimo – ma se gli obiettivi sono netti e precisi non è difficile raggiungerli, diventa solo questione di tempo”.

Milano è la città che l’ha accolta dove ha trovato un “ambiente più favorevole” come la definisce lei, ma la bellissima Noto il gioiello barocco di Sicilia, è il luogo delle radici e dei primi passi nella formazione artistica del suo talento.

Per le donne come Cori non è bastato il travaglio del venire al mondo, sono state necessarie altre gestazioni e ancora altri parti per rinascere nuovamente: “Morire e risorgere moltissime volte è tipico delle grandi donne, non solo delle trans, mia nipote Chiara per esempio è una donna che ha combattuto molto per se stessa e per gli altri, per me è ispirazione e orgoglio, oggi riesce a conciliare famiglia, amore, lavoro, cultura, ingegno, in un modo straordinario. Mi rifaccio molto alle donne della mia famiglia che è quasi esclusivamente un universo femminile”.

“La cosa più bella del mondo è cambiare – continua Cori – gli altri mi hanno fatto notare che io cambio totalmente look ogni due anni, per me è un rinnovamento, come un serpente cambio pelle per rimanere sempre me stessa. – no, Cori qui intervengo e con lo sguardo dell’esterno ti dico che sei un gattopardo anche in questo, cambi affinché nulla cambi, nella massima fedeltà a te stessa.

Quando sei giovane sei come la natura ti ha fatto, poi sei frutto di come ti vedi e di come meriti di essere: sei il risultato del tuo gusto, delle esperienze che hai fatto, delle tue scelte che giorno per giorno ti arricchiscono e ti fanno evolvere”.

Il rapporto con l’età, con il corpo che inesorabilmente declina non la spaventa, Cori rifugge invece la decadenza mentale e precisa:“ dovremmo morire troppo giovani per affermare che la bellezza è solo giovinezza, ci hanno inculcato degli stereotipi ma siamo sulla buona strada per superarli: Rossy De Palma, Amanda Lear, Susan Sarandon sono icone di un’avvenenza che non conosce tempo, affiancate da ironia, buon gusto, eleganza, tutte armi che rendono una donna unica”.

Nell’immaginario collettivo la parola ‘transessuale’ è ancora sinonimo di mangiatrice di uomini, di donne concentrate su plastiche e relazioni difficili, spesso legate agli ambienti della prostituzione:
“A volte vestiamo i panni scomodi delle femmes fatales perché non abbiamo acquisito altri linguaggi e perché non sempre la società ci offre le occasioni per esprimerci nella nostra totalità ma poi sta sempre a noi creare la nostra riscossa, la rivoluzione per affermarci nella vita personale così come nel lavoro”.

I suoi discorsi oscillano tra l’accettazione e il cataclisma personale, il succo è che sì ognuno è come è ma bisogna auscultarsi bene per tirare fuori il meglio, e se il meglio è una radicale trasformazione
che parte da dentro per investire l’esteriore, ecco siamo pronte, siamo donne.

fonte: di Valeria Lopis http://youhairboutique.com  Foto: Karel Losenicky – Make-Up Giuseppe Giarratana

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