sabato 6 febbraio 2021

Cinema > Fame: l’amica geniale Ludovica Nasti nel corto di Giuseppe Alessio Nuzzo

Nel cortometraggio prodotto da Rai Cinema, la giovane interprete della serie HBO insieme ad altri grandi attori italiani.

Prodotto da Paradise Pictures e Rai Cinema, Fame è il nuovo cortometraggio di Giuseppe Alessio Nuzzo. Con una scrittura altamente lirica, composta da immagini e azioni, il regista napoletano mette in scena il dramma della povertà e della scelta tra onestà e criminalità, in una sorta di Sliding Doors partenopeo. Un corto che si sviluppa in otto minuti di musica orchestrale (il brano è stato registrato dalla Budapest Scoring Symphonic Orchestra e mixata nei mitici Abbey Road Studios di Londra) e praticamente senza dialoghi, per raccontare un paradigma umano che non necessita di ulteriori verbalizzazioni.

La fame, l’impossibilità di nutrire se stessi e i propri figli. Questo è all’origine del dramma di Nuzzo, per il quale si avvale di alcuni interpreti estremamente efficaci nella loro espressività pura. Per il ruolo del padre, interviene Massimiliano Rossi (Il Vizio della Speranza di Edoardo de Angelis), per quello della madre Bianca Nappi (Sirene di Davide Marengo). La piccola protagonista, invece, è Ludovica Nasti, vista (e molto apprezzata) nel grande successo TV L’amica geniale.

Il cortometraggio Fame è in concorso alla 18esima edizione dell’Ischia Film Festival.

Dopo il primo lungometraggio Le verità, con Francesco Montanari, Nuzzo torna a cimentarsi con il cortometraggio e – per farlo – sceglie Napoli come unica location. Una città che si apre su grandi spazi del lungomare e di Castel Dell’Ovo, tanto quanto si chiude nei vicoli e nei “bassi”, dove si consumano storie intime e segrete. Un contrasto che si evince anche dalla panoramica sui volti della “nuova” Napoli, una città multietnica e accogliente dove è facile sentirsi a casa.

Chi è Ludovica Nasti? Carriera e biografia della giovane attrice

Fame fa quello che deve fare un buon cortometraggio: trasmettere un concetto semplice, sperimentando nella tecnica e nella narrazione. In particolare, Nuzzo si serve della summa estetica della città, giocando con la sofferenza e la precarietà degli interni che si infrangono nell’infinita bellezza dei paesaggi. In entrambi i casi si parla di estremi, perché la rappresentazione della fame e dell’umiliazione che ne deriva è resa con vivida sincerità e risulta, quindi, particolarmente struggente. Specialmente perché se ne osserva l’effetto tragico sui bambini e – di conseguenza – sui genitori. Lungi dal giustificare o giudicare, Nuzzo rappresenta l’umanità per quella che è, dipingendo due possibili scenari: quello di un padre e una figlia benestanti, che comprano le caldarroste sul lungomare partenopeo, e quello di un padre che è pronto ad aggredire, pur di procurarsi il necessario per sé e per la famiglia. Non c’è una scala di valori, ma una pura necessità e proprio il cambio di personaggio dello stesso interprete (Massimiliano Rossi) indica come – tante volte – siamo la risultante delle situazioni in cui ci troviamo.

fonte: Di Francesca Romana Torre   www.cinematographe.it

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